Ogni qual volta apre bocca, CM Punk divide l'opinione pubblica e scatena dibattiti feroci dove coloro che lo difendono e coloro che lo attaccano battagliano senza lasciare spazio alcuno all'avversario. Punk sa che questo è un bene, perché si parla di lui, si genera interesse e in qualche modo entusiasmo (negativo e positivo) sul prossimo debutto in UFC.

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Occorre una premessa: sono un tifoso di Punk dai tempi della IWA Mid-South, ho seguito le sue gesta e continuerò a farlo anche nella sua nuova avventura. Però voglio anche capire il perché si sia lasciato andare a certe dichiarazioni con un giornalista di Sport Illustrated, da cosa scaturiscono e dove portano. E' importante ricordare che: Punk ha lasciato in malo modo la WWE, ha una causa in essere col dott. Chris Amman ed ha firmato da poco con la UFC, di cui è un dipendente e a cui riisponde come qualsiasi dipendente.

Le prime dichiarazioni non sono nulla di che. Un resoconto della vita media di un wrestler WWE "aggravata" dalla posizione di alto livello nel roster. Continui viaggi, spesso a grande distanza, una routine che pare un circolo vizioso ma qualunque lavoro possiede queste caratteristiche tecniche. Dopo qualche anno, visti gli acciacchi e il nervosismo, un atleta ha bisogno di prendersi un time out, riposare, ricaricare le pile e ripartire. La frase "Prima ero in giro tutti i giorni / Oggi mi alleno e la sera dormo nel mio letto, meraviglioso" indica come avesse bisogno di rallentare e capire bene da che punto far proseguire la sua vita. Viaggiare spesso per lavoro è sfiancante, specie se ogni notte sei costretto a lottare e intrattenere oltre cinque mila persone in ogni arena ripetendo sempre lo stesso match, sempre con le stesse mosse.

"Dopo che ho smesso di fare wrestling sono stato a letto per due settimane. Ero depresso" è una frase forte ma evidentemente vera poiché proveniva da un periodo psicofisico devastante. I dissidi interni con la dirigenza e Amman, gli infortuni, le scelte sbagliate…. tutto ha concorso a questa specie di "depressione" che non è stato altro che andare in letargo per qualche giorno. Uno dei motivi potrebbe essere la dura lotta nel backstage dove, a suo dire, convive una branca di "squali". Che il wrestling sia soprattutto politica è risaputo, e la WCW è crollata in buona parte per questo motivo. Poi a comandare sappiamo vi sono Triple H, Randy Orton, John Cena, Big Show e pochi altri che hanno il potere di dire "tu sei dentro, tu sei fuori". Occorre farsi degli amici, avere fegato e soprattutto supporto. Punk invece non aveva nulla di tutto ciò, nessuno al fianco che contava, tranne, forse, Paul Heyman. Ma anche Paul alla lunga ha poco bisogno di sostenere quello che sì è un arrivista ma un arrivista senza gli strumenti adatti. Andarsene è stata la scelta giusta, ricominciare con una nuova esperienza ancora meglio. 

Questo suo dover raggiungere il vertice contro tutti e tutto probabilmente ha aumentato l'astio e i colpi dei colleghi. Di Ryback sappiamo già, ma nell'ambiente circola una voce – non confermata – dove un alto dirigente della WWE intimasse qualche wrestler di colpire in modo stiff Punk ogni qual volta alzasse un po' la cresta nel backstage. Questo ci dà il metro per capire come Punk parli per cognizione di causa pur con un tono ridicolo, quasi da bambino frignante.

La parte migliore è quella sul mondo fittizio del wrestling. Quando leggete quelle parole dovete ricordarvi che ha firmato con la UFC e che in genere nelle MMA vi è una ricerca a voler mettere distanza tra uno sport e l'altro. Loro sono "fake", noi siamo veri. Loro fanno finta di picchiarsi, noi ci rompiamo rotule con un calcio e così via. Che il wrestling sia predeterminato lo sanno tutti, e tutti sanno che un dirigente decide chi mettere nel main event e nel resto della card. Il recente caso di Roman Reigns ne è un esempio calzante assieme alla componente del pubblico che per due anni di fila ha permesso di cambiare le carte in tavola. Punk mette l'accento sulla finzione per spiegare la sua scelta di andare nella UFC, provare colpi veri e emozioni diverse. Sa di essere un moneymaker e che il suo debutto sarà seguitissimo, sa che parlando così attira ancora più pubblico tra quelli che non vedono l'ora di vederlo nell'ottagono a vincere e quelli che non vedono l'ora di vederlo al tappeto sotto i colpi di qualche avversario.

Queste dichiarazioni, forti quanto la voglia di Miley Cirus di fare scalpore per vendere dischi e biglietti, ridicolizzano la difficoltà di fare wrestling puntando su un aspetto noto ed estremizzandolo attraverso il proprio stato d'animo. Il wrestling sarà pure fake ma dopo aver visto lo show "Don't Sweat The Technique" della Pro Wrestling Guerrilla non mi interessa sapere se vincerà Chris Hero o Tommy End, Ricochet o Andrew Everett, Brian Cage o Biff Busick: mi basta che quello spettacolo sia un vero spettacolo, che quello che vedo mi sorprenda senza la necessità di dare per davvero dei colpi, ma raccontando una storia con mosse pulite e coinvolgenti. Questo Punk non lo dice. E non dice che la vittoria di Lesnar del titolo Heavyweight UFC puzza di predeterminato perché così avrebbero potuto vendere di più e raggiungere acquisti stellari (e così avvenne quel giorno e pure in seguito). Che certe sfide finiscono presto o ai punti perché così è deciso. Che certe sfide le decide non tanto il ranking quanto la dirigenza in modo da proporre un match di altissimo livello comunicativo per il main event dello show. Per questo non mi stupirei di vedere Punk al vertice della creatura di White con le vendite alle stelle ed incassi sonanti entro la fine del 2016. Perché è a questo che l'atleta di Chicago mira, conscio che nessun attrito di backstage potrà fermarlo e che i soldi questa volta pioveranno sul suo conto in banca senza dover ogni giorno girare per il mondo.

Corey
Dal 2006 redattore di Zona Wrestling e autore di rubriche come il Pick The Speak, Wrestling Superstars, The Corey Side, Giro d'Italia tra le fed italiane, Uno sguardo in Italia, Coppa dei Campioni, Indy City Beatdown e tante altre. Studioso del wrestling in tutte le sue sfaccettature, col tempo ha voluto perdere la definizione di "Marco Travaglio del wrestling web".