La questione Hogan, assieme a tutte le cose brutte che hanno riguardato il wrestling business, è riuscita nell’arduo compito di “rompere” il muro che riguarda il nostro mondo da quello mainstream. Quale linea seguire? Estremo disgusto oppure cauta moderazione? Meno costoso di un amplesso filmato, ecco a voi l’editoriale odierno.

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Molto spesso mi è capitato di scrivere delle cose più assurde ed improbabili. Valutazioni di Devon Dudley come Campione TV della TNA, opinioni sparse su Tyler Reks, Jeff Hardy trasmutato in Willow e via discorrendo. Proprio in virtù della leggerezza che provo nello scrivere di una cosa così semplice, basilare, pura e paradossalmente magnetica come il prowrestling, parlare di razzismo non sarà un’impresa facile. E non perché io abbia paura di urtare la sensibilità di qualcuno o di attirarmi critiche (non è mai stato un problema), ma perché trattare una delle tematiche più devastanti ed aberranti da quando esiste la civilizzazione richiede un metro analitico diverso, un metro che forse è decisamente troppo sproporzionato per un sito che tratta di una passione in grado di regalare emozioni, felicità ed intrattenimento come il prowrestling.

Purtroppo in Italia, nonostante il pretestuoso ammantamento di globalizzazione di cui tanto andiamo fieri, siamo lontani anni luce dal non essere una civiltà razzista. Basta entrare in uno stadio qualsiasi d’Italia, da Sassuolo a Napoli, da Roma a Bitonto, da Milano a Vibo Valentia per respirare quell’aria di frustrante e becera intolleranza verso il meridionale, il settentrionale, la persona dell’est o quella di colore. Dunque il nostro spirito, da un certo punto di vista, è fin troppo anestetizzato rispetto all’enormità di questa problematica ed anche rispetto a mille altre questioni che in altri paesi fanno scuola per la loro assurdità. Ma ritorniamo all’evento in questione.

Hogan consuma un rapporto sessuale con la moglie di uno dei suoi migliori amici che non solo è consenziente, ma anche impegnato a registrare. Già qui potremmo parlare di qualcosa che non va, diciamocela tutta. Non pago, nel post amplesso Hogan si abbandona a commenti davvero poco eleganti rispetto alle persone di colore, concludendo il tutto con un principesco “Sono razzista. Lo sono tutti, in fondo”.

HH non ha commesso un reato. Hogan non ha compiuto nulla di criminale, non ha leso fisicamente nessuno e, se paragonato ad altri avvenimenti che purtroppo hanno colpito il wrestling nel corso degli anni, questi commenti sarebbero dovuti essere una minuzia. Eppure l’eco di questo avvenimento accompagnerà per molto tempo il Real American, macchiando la sua immortale eredità forse più del filmino in questione, più del malcostume post divorzio, più dell’utilizzo di steroidi, più della fama da politicante di backstage.

La WWE, dal canto suo, ha fatto l’unica cosa giusta in grado di poter limitare questo enorme danno di immagine ed economico: trasferire la memoria di Hogan su Kepler 452b. Si, avete ragione, Vince McMahon è famoso per non aver mai dato il giusto spazio a talenti di colore, per le sue gimmick ai limiti del razzismo (Saba Simba, Mexicools e via discorrendo), per vignette censurabili come quella tra lui, Cena e Booker T o come quella in cui fece abbaiare Trish Stratus: appurato tutto ciò, per mantenere una coerenza sostanziale avrebbe dovuto perdere milioni di dollari mantenendo una linea “soft” con Hogan?

Vince e company hanno percorso l’unica via possibile, per mantenere un rapporto di fiducia con tutte le associazioni con cui lavorano (ricordiamo che annualmente la WWE contribuisce a celebrare il black history month), per non perdere il supporto di tutti i fan del globo e, in un periodo storico in cui la federazione si sta sempre più ergendo ad una Compagnia che valorizza integrazione e solidarietà, per non rafforzare uno dei messaggi più sbagliati che la mente umana possa inviare alla bocca tramite filamenti nervosi. In passato, questo meccanismo mentale ha già evitato il licenziamento di Cameron in occasione di un crimine vero e proprio condito da un tentativo di corruzione. Ma il problema, come spesso accade, non è solo il messaggio.

Se tutto ciò avesse riguardato, che so, Johnny Jeter (google him) di certo non staremmo nemmeno qui a parlarne. Hulk Hogan è stato per decenni una delle 10 persone maggiormente riconoscibili nel globo assieme al Papa, Michael Jordan, Tyson, la Regina Elisabetta, Michael Jackson e via discorrendo. Nessuno, nel corso degli anni, è stato maggiormente sinonimo di WRESTLING così come Hogan: parlando con i nostri genitori, con i nostri amici, con soggetti totalmente astrusi dalla disciplina che amiamo le due domande più frequenti sono sempre “Ah, il wrestling è quella roba che fa Hulk Hogan?” e “Ma Hulk Hogan combatte ancora?”. E la WWE, per quanto voglia scrollarsi il wrestling da dosso al punto da bandire l’utilizzo della parola stessa dimenticandosi che è e sarà sempre la lettera centrale del suo acronimo, essendo associata a “quella roba che fa Hogan” non poteva non cancellare il tutto con un enorme gomma, dell’acetone, benzina verde ed un paio di fiammiferi.

Anche perché, detto chiaramente, cosa avrebbe da guadagnarci la WWE nel portare indietro Hogan? Ipotesi di match all’orizzonte non ve ne sono e non ve ne erano prima dello scandalo, e lo stesso HH era usato prevalentemente in occasione di eventi sociali o di beneficenza…che adesso, a prescindere dalla durata del periodo “riabilitativo” non potrà assolutamente più fare. Ci sono molti outlet esterni che potrebbero sfruttare Hogan e questa vicenda per lucrare sui residui di un’immagine gloriosa, ma la WWE non è decisamente tra questi.

Altre volte persone meno “in vista” coinvolte in alcuni scandali, come Michael Hayes e Patt Patterson, sono state allontanate per brevi periodi di tempo, per poi sgattaiolare alla tre di notte, in silenzio, dal retro delle Titan Towers, mantenendo un profilo bassissimo una volta calmate le acque. Hogan non ha questo lusso, non lo merita e l’allontanamento dalla federazione forse non sarà definitivo, ma poco ci manca. Aver deciso di lavorare assieme ad Hogan, dopo quanto successo in TNA e dopo gli scandali successivi, deve essere stata una decisione presa coi piedi di piombo: aver avuto questa colossale caduta di stile potrebbe aver creato un solco davvero difficile da colmare. E siamo solo all’inizio dei contenuti rilasciati da Gawker.

Tutti noi abbiamo, in momenti d’ira estremamente privati, detto o fatto cose di cui non andiamo fieri. Cose che magari non pensiamo in fondo, cose dettate da sentimenti provati e circoscritti ad un giorno, un’ora, un istante. Beh, se Hulk Hogan avesse voluto essere come tutti noi sarebbe rimasto Terry Bollea…invece ha deciso di sacrificare parte della sua privacy, della sua identità, dei suoi spazi vitali per divenire una delle persone più famose di tutti i tempi. Purtroppo per Hulk Hogan, Terry Bollea è una persona piuttosto gretta, che ha compiuto vari errori nella vita e probabilmente una settimana fa è caduto in quello peggiore di tutti.

Personalmente, da quanto si possa percepire da un‘intervista, un DVD, uno sguardo in un segmento, testimonianze di suoi pari, Hogan non mi è mai parso una persona di spessore assoluto. Mentre ho sempre intravisto una genuinità nelle parole e nei gesti di The Rock, Austin e nell’encomiabile dedizione di Cena, in Hogan ho sempre visto un’artificialità decisamente irritante, la stessa artificialità di Mastrota che cerca di vendermi un eminflex o un set di pentole: oggettivamente, potreste mai figurarvi uno qualsiasi dei tre nomi appena menzionati in uno qualsiasi degli scandali che hanno coinvolto l’Hulkster?

Non per essere banale, ma Zio Ben disse a Peter “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Per Hogan vale questo discorso, ricordandosi che più in alto ti trovi, più le tue parole avranno un peso e le tue cadute faranno rumore.

Danilo

Danilo
Atarassico, eclettico, nuotatore tendenzialmente pigro, amante dei fagioli con le cipolle, delle serie tv, dei manga e delle botte di Natale. Lavora anche, ma solo nel tempo libero.