Ecco la nostra review di un PPV che di sicuro farà parlare di se per i prossimi decenni!

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Hulk Hogan, Stone Cold Steve Austin & The Rock: 7.
Questo oggettivamente rende la WWE la più importante federazione al mondo. Nessuno ha la possibilità di sistemare sullo stesso quadrato 3 delle prime 5 – e sono stato largo di manica – icone mondiali del business, probabilmente i 3 che hanno fatto girare più soldi in questo mondo dorato. Questo angle ha avuto il solo scopo di accendere il pubblico in vista della vera card: i tre hanno messo fuori il loro carisma, hanno detto le solite 4 baggianate (solo Rocky si è distinto nel cercare di mandare over Cena e Danielson, gli altri due hanno parlato solo di loro stessi e del loro discusso rapporto – SCSA vada dire a qualcun altro che ha sempre rispettato Hogan, leggasi WM XVIII -) con tanto di cantonata di HH sul nome dell’impianto. Inutile pensare a rivedere uno di questi tre sul ring o in un redde rationem del passato: godiamoci i ricordi.

Daniel Bryan Vs. Triple H: 8
Era il vero main event nella corsa al titolo. L’uomo più over al mondo contro l’heel più solido (e più odiato) da 15 anni a questa parte (chiunque lo abbia voluto face nell’ultimo lustro dovrebbe essere lapidato in piazza). E il match non ha affatto deluso, nonostante alcuni momenti piuttosto a rilento (d’obbligo per non spompare Danielson chiamato agli straordinari nella notte della sua consacrazione e giustificato dall’infortunio work): pubblico ustionante per cercare di dare all’American Dragon la spinta giusta verso il successo. Perché della serata questo pareva essere l’incontro più aperto alle sorprese: si sarebbe potuto andare per un pareggio oppure per una vittoria di Danielson con un Triple H che si auto inserisce nel main event trasformandolo in un fatal 4. Match che ha avuto tutto: grande psicologia con HHH che ha cercato di fracassare la spalla di DB per poi farlo cedere nella CrossFace (bello anche il segmento iniziale in cui Triple H vuole dare la mano ad un DB che rifiuta e parte al contrattacco), buon finale con Bryan che schiena il boss dei boss dopo aver resistito alla Pedigree (e averne evitato in tutti i modi altre tre). A questo si aggiunge un’ottima gestione della presenza scenica di Steph (vestita così, effetto viagra per il sottoscritto) che non interferisce con azioni ma che “trashtalka” DB per trarne un vantaggio psicologico. Esperimento poco usato in quel di Stamford. Solido anche l’angle post match (senza esagerare) con un frustrato HHH che cerca di demolire fisicamente DB per estrometterlo dal main event.
Winner: Daniel Bryan

 

The Shield Vs. The New Age Outlaws & Kane: 5,5
Uno squash bello e buono che passa in fretta ed indolore. Meglio un match rapido e dominato che un’agonia immotivata di 10’ che sembrano diventare in fretta un’eternità. Shield sempre più face e over per vivere una primavera da protagonista al fianco di DB contro l’Authority che cercherà di togliere al più presto il titolo dalla vita di Daniel Bryan. Cameo finale (almeno si spera) per gli Outlaws che dopo il primo momento nostalgia – durato anche fin troppo per ciò che si è visto sul ring, anche se personalmente non mi stanco mai dei promo di Road Dogg  – finito nello scarico  non hanno più saputo essere oggetto di interesse. Molto marginale il ruolo di Kane, ormai ex wrestler on screen e prossimo anello debole della Corporation guidata da HHH: abbattuto semplicemente da una spear per il cambio generazionale, mai così furente in casa WWE.
Winner: The Shield

 

Andre The Giant 30-man Battle Royal: 6
Habemus Cesaro! Da face! E Stra-over! Buone nuove dal fronte midcarding dove lo svizzero (pupillo mio, Castagnoli. Chiedere a Philadelphia per conferma. Destinatario Ring of Honor. Perchè è la WWE ad essere figlia della ROH e non viceversa, ormai è chiaro) conquista un torneo assolutamente privo di significato materiale ma che vale un mezzo push (l’altro è arrivato a Raw quando Paul Heyman si è presentato al suo fianco) per restare saldamente nella zona della card che vale l’apparizione fissa nei PPV made in Stamford. Ora il quesito diventerà presto uno: con chi farlo battagliare, una volta concluso il feud con Swagger per portarlo a SummerSlam e oltre in posizioni nobili? Io butto lì due nomi: Christian (ci sarebbero match da leccarsi i baffi) e uno Sheamus turnato appositamente heel. Perché prevedo che Cesaro resti face nonostante Heyman (sarebbe un esperimento niente male che il pubblico accetterebbe senza obbiettare nulla) che però potrà solo aumentarne la considerazione e migliorarlo al microfono: Lesnar docet!
Il match è la solita Battle Royal dove i primi minuti servono a stabilire le gerarchie dei bookers (in ordine di eliminazione) e che si ravviva solo nel finale. Buona la chiusura con Cesaro che schianta al tappeto Big Show – buon job il suo – onorando la bodyslam “che tutto il mondo udì” di WM III tra HH e Andre. Varie: David Otunga è vivo, una vera notizia. Nemmeno in paradiso si capisce perché il tifato Ziggler resti a marcire nelle retrovie. Se Kofi Kingston avesse un minimo di carisma sarebbe un fenomeno: riportate in WWE Shelton Benjamin e fateli feudare senza parlare al microfono. Le quotazioni di Big E sono in ribasso, perderà il titolo in fretta. La parabola di Miz è inspeigabile: da main eventer forzato ma futuribile a inutile macchietta. Non annunciare tre slot (a cui si aggiunge quello di Christian) e poi metterci dentro Yoshi Tatsu, Xavier Woods, David Otunga – e Cesaro per mandarlo a vincere come sorpresa – certo non è il massimo.
Winner: Antonio Cesaro

 

John Cena Vs. Bray Wyatt: 6,5
Ci ho sperato. No, che avete capito? Non la sconfitta di Cena che ha accettato un ruolo marginale a WMXXX e quindi non di certo un job. Ma che Bray Wyatt davvero riuscisse ad entrargli in testa e a fargli quindi compiere qualcosa per avvicinarlo ad un turn heel in vista di WMXXXI e l’incontro tanto atteso con Undertaker. Cantonata personale clamorosa per duplice motivo – leggasi sotto – e solita sagra del buonismo “mocciano” – “Tre metri sopra il cielo” style, escludendo il mai pubblicato seguito dopo la rottura della coppia “Meglio prendere malattie veneree imbarazzanti andando a prostitute” – o “fabiovolesco” – “Amo le labbra: le amo perche sono costrette a non toccarsi se vogliono dire "Ti odio" e obbligate a unirsi se vogliono dire "Ti amo"”. Solo una mente menomata da prolungato abuso di cannibis petrolchimica potrebbe uscire con una boiata di questo livello – che raggiunge l’apice nell’abbraccio al bambino a bordo ring. Roba da chiamare la polizia e far partire un’indagine federale sui gusti sessuali di SuperCena – se non ci credete, quando siete a fare shopping in corso Buenos Aires, provate voi ad abbracciare un minorenne sconosciuto e vedrete cosa vi faranno genitori e forze dell’ordine -. Incontro da cui era lecito aspettarsi di più sotto il piano del lottato. Ai due è stata concessa un’infinità di tempo (25’) ma non sempre sono riusciti a sfruttarlo a pieno, soprattutto nei momenti di controllo di Cena che si è sforzato a dare un tipo di recitazione psicologica a suon di faccine amletiche (Al Pacino è ad un altro livello direi) e quindi si è rallentato sulla trama dei colpi, frenando troppo spesso l’intensità sul ring. Una vittoria che non aggiunge nulla allo status di Cena e che non muta per nulla il suo personaggio: le due cose che trovo piuttosto sconcertanti nella costruzione di questo programma (basato per altro sul nulla cosmico, la legacy della bontà di Cena non può essere oggetto di sfida. E’ puro e semplice carattere ed è un già visto in un feud precedente con Kane “embrace the hate”). La nota lieta viene da Bray che ormai padroneggia divinamente il personaggio dark anche durante il match (anche se personalmente deve limitare alcuni sguardi da assatanato e diminuire le volte in cui usa il suo “ponte” per guardare a testa in giù l’avversario). La sconfitta conta poco nel suo palmares: ha dimostrato di poter reggere la pressione di un palcoscenico come quello di Wrestlemania, di farlo da assoluto protagonista e di avere una chimica invidiabile con il pubblico che lo ha più volte acclamato.
Winner: John Cena

 

Hall of Fame Class 2014 – Ultimate Warrior, Jake “the Snake” Roberts, Paul Bearer, Lita, Carlos Colon, Razor Ramon, Mr. T.

Senza dubbio la rosa dei nomi è stata quella più affascinante. Perchè è vero che manca probabilmente IL nome (quello che sposta le maree; il fenomeno Ultimate Warrior è durato ben meno del previsto per l’agglomerato di demenza nel cervello di una sola persona, lui stesso), ma la lista ha tanta gente che ha significato qualcosa (con la Q maiuscola) per questo business. Jake Roberts è stato uno dei più raffinati worker della sua generazione: non era solo Damien a rendere il suo personaggio così affascinante, era la sua capacità di fare promo accattivanti che centravano il nocciolo della questione, e quello sguardo da assassino silenzioso che lo hanno reso uno dei wrestler più sottostimati della storia (Zero titoli in WWE). Paul Bearer è stato il manager che ha reso il personaggio di Undertaker – e quindi di suo fratello Kane – così unico, mistico e magico: forse solo Bobby Heenan e Paul Heyman gli sono superiori nel ruolo. Lita? Semplicemente la donna della mia vita. La prima donna a fare certe cose sul ring. Di certo non la prima a fare le corna (vero caro Matt?); Edge le deve il suo status iniziale di main eventer, altrimenti non ce l’avrebbe mai fatta da solo. Scott Hall (ecco, non ho capito perché non è stato introdotto con il suo vero nome, ma me ne farò una ragione) è stato un wrestler delizioso e una macchina da promo con pochi eguali: e un pessimo esempio di wrestler fuori dal ring. Ho trovato abbastanza fuori luogo invece l’induzione di Carlos Colon: vero, a Porto Rico è una celebrità senza eguali e un promoter di fama, ma resta una grossa macchia nella sua carriera. L’omicidio di Bruiser Brody (poi omaggiato da DB nel main event, non penso un caso fortuito) che lui avrebbe aiutato a coprire. Almeno. Se l’innominabile Benoit, convitato di Pietra al tavolo dei commensali, non è degno di partecipare alla giostra delle onorificenze non dovrebbe esserlo nemmeno il padre di Carlito.

 

The Undertaker Vs. Brock Lesnar: 6,5
Dividere il lato tecnico, quello emozionale e quello spettacolare non sarà affatto semplice ma per cotanto evento è doveroso.
Partiamo dal primo fatto indiscutibile: la Streak è caduta, il personaggio di Undertaker di fatto si è scoperto mortale. Job pulito a Wrestlemania che vuole dire carriera alla fine perché senza alcuna possibilità di nuovi sbocchi futuri. Forse solo per un match con Sting (Icona WCW Vs. icona WWE) potrebbe valerne la pena, oppure per il tanto chiacchierato match contro Cena (a cui non è stato dato il ruolo di “Ammazza-Streak” perché sarebbe diventato intifabile anche per i suoi fan, scelta comprensibile).
Il secondo dato: il boia si chiama Brock Lesnar, che poi sarebbe stata la cosa migliore mai capitata nel business (e intendo ogni epoca) se solo non fosse un pigro pelandrone che odia viaggiare e se avesse davvero la passione per il wrestling. Cosa vuol dire la scelta di far battere Taker da un part timer? Assolutamente nulla. Lesnar ha lo status per massacrare chiunque. Taker compreso. E nella pochezza di un roster tutto sommato mediocre nello star power era la cosa che conta di più: sarebbe stato impossibile (per il fisico di Taker, ridotto all’osso) aspettare ancora 2/3 anni per costruire un Roman Reigns o similia in grado di poterlo battere senza far storcere copiosamente il naso (né Taker lo avrebbe accettato). La mia speranza (temo vana) è quella che questo convinca Brock a farsi vedere di più e con un bel giretto da titolo verso Wrestlemania XXXI – job a Cena? -. Se la scelta di questo risultato sarà buona è impossibile dirlo oggi: se Lesnar si “affezionerà” di più al carrozzone e garantirà più presenze ne sarà valsa la pena, altrimenti se, come 10 anni esatti fa, mollerà presto il colpo si potrà parlare del più clamoroso autogol della vita di Vince Kennedy McMahon.
Punto tre. E’ forse la più grande sorpresa della storia del business. Non tanto per la sconfitta in sé quando per le tempistiche. Perché nessuno avrebbe mai pensato scientemente in una botta così soprattutto dopo un feud così scadente nella costruzione. Ed è forse questo l’aspetto più terribile: la WWE non è riuscita a dare una uscita degna (non so se Taker si ritirerà oppure se continuerà senza il fardello della Streak) alla colonna portante della sua storia. E’ vero che negli ultimi 5 anni (due volte HBK, due volte HHH e una volta Punk) si è visto un Taker sempre più vicino alla sconfitta e sempre più miracolato nel successo ma ciò che ha portato a questo ultimo match non è all’altezza della sua carriera. Soprattutto se paragonato alle uscite di scena di Flair o Michaels.
Quarto pensiero: i volti della gente. Il mio volto a cui non sono riuscito a evitare di sgranare gli occhi e aprire la bocca per lo stupore. Uno stupore che fa capire la grandezza della nostra passione per questo show e la potenza delle emozioni. I messaggi, i tweet, un mondo in subbuglio per un risultato sportivo. Nemmeno il finale di Twin Peaks o di Dexter (telefilm che ho amato come dei figli) mi hanno saputo dare questo tipo di sensazioni. Un misto di incredulità, speranza che qualcosa potesse ancora cambiare e nostalgia. E’ il tipo di epilogo che capita forse solo una volta nella vita per cose in cui non siamo materialmente coinvolti.
Punto cinque. Ho visto il corpo di Taker in evidente decadimento, quasi alla frutta. E difatti il match non è stato granchè: poco ritmo, brawl relativo rispetto alle loro capacità e poche emozioni nel complesso – complice la commozione cerebrale del becchino -, con pochi spot da segnalare proprio per preservare Taker da infortuni (e non ci sono nemmeno riusciti). Ad inizio match, guardando il fisico rattrappito di Taker, mi sono chiesto quanto ancora avrebbe potuto reggere, anche solo per un match l’anno. E la risposta evidentemente era sotto gli occhi di tutti. A Taker è stato spesso chiesto di togliere le castagne dal fuoco in Wrestlemania modeste ma era impensabile farlo per sempre.
Winner: Brock Lesnar

 

WWE Divas’ Championship – Aj Lee Vs. Aksana Vs. Alicia Fox Vs. Brie Bella Vs. Cameron Vs. Emma Vs. Eva Marie Vs. Layla Vs. Naomi Vs. Natalya Vs. Nikki Bella Vs. Rosa Mendes Vs. Summer Rae Vs. Tamina Snuka: 5
Mai visto tanto caos senza alcun motivo. E nella peggior posizione di card possibile: dopo lo shock per la sconfitta di Taker. Aj conserva la cintura più per la conclamata incapacità delle altre Divas di saper reggere la categoria che per un piano preciso sul suo regno che stava navigando a vista e senza un porto in cui approdare. L’esordio di Paige (#CheGnagna!) e il cambio di titolo a sorpresa ha un po’ spareggiato le carte nel mazzo senza però modificarne la sostanza: non ho dubbi che Paige vale più del 90% delle Divas nel roster e che saprà padroneggiare la cintura, ma tra 3 mesi ci troveremo con il medesimo problema. Due Divas complessivamente troppo superiori rispetto alle altre che di fatto ammazzano la categoria!
Winner and STILL WWE Divas’ Champion: Aj Lee

 

WWE World HeavyWeight Championship – Daniel Bryan Vs. Randy Orton © Vs. Batista: 6,5
Il paragone che deve essere fatto è quello del Triple Treat di WMXX (che ho rivisto domenica pomeriggio per essere il più accurato possibile: voto 8,5). E il confronto è impietoso sebben questo vada oltre la sufficienza. Impietoso per una ragione tanto semplice quanto essenziale: Randy Orton non è Shawn Michaels (in nulla), né Batista è Triple H (forse in ancora meno cose). Il main event di 10 anni fa era stato epico anche per la capacità di Benoit/HBK/HHH di interagire tra loro come trio e non solo come continui one-to-one ripetuti all’infinito. Una caratteristica che è completamente mancata in questa occasione quando solo nel finale Orton e Batista hanno lavorato insieme costruendo l’highlight della serata (Orton ha preso un monitor dritto nella schiena, ho sofferto per lui e mi sono chiesto come sia stato in grado di rialzarsi così relativamente rapidamente). Uno spot però fine a se stesso. Perché a seguito di esso non si è generato nulla se non un momento di torpore: Batista in piedi a non sapere che fare, Orton a soffrire per la schiena e Bryan a vendere il colpo subito. Interferenze obbligatorie ma forse arrivate troppo presto: ok Bryan che abbatte l’arbitro corrotto, ok annientare Steph volando e HHH con il martello; ma c’erano ancora 10’ davanti per chiudere l’incontro. Forse si sarebbe potuto fare meglio nel complesso con un combattimento più armonioso e intrecciato (e magari inserendo anche qualche arma per aiutare Orton e Batista a condurre il match), ma il materiale umano a disposizione era questo. Pensate a cosa sarebbe stato il solo Orton Vs. Batista su cui puntavano Hunter e Vince.
Winner and NEW WWE World Heavyweight Champion: Daniel Bryan

 

PPV: 7

4 maggio 1949, 9 novembre 1989, 6 aprile 2014. Le tre date che dimostrano che niente è per sempre ma che tutto ha un termine, più o meno tragico, più o meno storico, più o meno universale. Superga, Berlino, New Orleans: tre posti così lontani e diversi, tre posti in cui – con le dovute proporzioni per importanza – si è fatta la storia dell’ultimo secolo. Nel calcio, nella politica, nel wrestling. Il Grande Toro, il Muro e The Streak: tre cose che sembravano destinate a durare fino all’eternità del tempo diventate polvere in un istante. Niente sarà più lo stesso. Niente potrà dirsi uguale a prima.
E’ stata nel complesso una bella edizione con pochi tempi morti, pochi match catafratti – cit – e un lottato molto sopra gli standard di Stamford. E pensare che si è partiti senza una costruzione, perché – eccezion fatta per la storyline per il titolo, con la sensazione che sia stata cambiata in corsa almeno 1000 volte – nessuno dei programmi ha avuto una base solida, ben organizzata. Sembravano tutti feud gettati lì nella mischia a casaccio e motivati con la sagra della banalità. Una card costruita frettolosamente (l’addio di Punk deve aver aperto una voragine mica da ridere) a tavolino a cui i bookers non hanno saputo dare quel tocco per rendere l’overture davvero appetibile.
E' chiaro però che la WWE abbia messo tante delle sue fiches sul piatto, scommettendo sul ricambio generazionale e sulla bontà delle nuove leve. Con Taker che rischia di essere storia a partire dal 2015, abbiamo visto un Danielson sempre più addestratore del pubblico, uno Shield pronto in blocco a spiccare il volo (temo solo per la loro gestione verso SummerSlam) e un Bray Wyatt in grado di tenere testa a Johnny Boy. La vera rivoluzione è che il ricambio sia stato fatto proprio sul palcoscenico principale e non, come spesso avviene, durante la parte di stagione "meno nobile". Questo la dice lunga sulla fiducia che la WWE  ripone in questi 5 nomi, prossimi pilastri della federazione.

Twitter: @KingHunterGuaz