“Quando combatti da così tanto tempo, non stai più lottando contro un avversario.
Combatti contro la solitudine.”

Non c’erano spettatori quella notte. Non c’erano cori. Non c’erano bambini con le magliette di Tanahashi. Non c’erano poster, né file interminabili di fan in cerca di un autografo.
C’erano solo due uomini. Due uomini e il vuoto.

Era giugno 2020, e il mondo era malato. I palazzetti muti, le città piegate, la paura nei polmoni di ognuno di noi. Il wrestling giapponese si era fermato, e poi aveva ricominciato in punta di piedi, con il distanziamento, con le mascherine, con una sensazione di morte che aleggiava in ogni gesto.

Eppure, dentro quell’arena spettrale, due vecchi guerrieri decisero che non potevano lasciarsi morire in silenzio.

Yuji Nagata, cinquantadue anni, il volto segnato da rughe che raccontano ogni sconfitta, ogni ginocchiata presa, ogni spalla slogata.
Minoru Suzuki, cinquantadue anni anche lui, il sorriso cattivo che nasconde un cuore impastato di ricordi, rabbia, risate nervose.
Due samurai. Due rovine. Due uomini che non conoscono altro che la guerra.

Il match era stato annunciato quasi per caso. Una sfida lanciata in un microfono che echeggiava nell’arena vuota. Pochi tecnici attorno al ring, telecamere puntate su corpi che non erano più giovani, su ginocchia gonfie, su muscoli induriti dalla paura di smettere.

Perché questa è la verità, se la vuoi nuda e cruda:
quando passi quarant’anni sul ring, non sai più fare nient’altro.
Non sai chi saresti, senza un colpo in faccia a svegliarti.
Non sai come vivere, senza qualcuno che ti tiri su dopo un suplex.

Quella notte, Suzuki e Nagata non combattevano per un titolo. Non combattevano per impressionare una folla.
Combattevano per dimostrare che c’erano ancora.
Combattevano per sentirsi vivi.
Combattevano per non scomparire.


L’arbitro alza la mano. Suona la campana.
Silenzio.
Un silenzio così potente da spaccarti i timpani.
Nessun boato, nessun “ooh” del pubblico, nessun coro.
Solo i loro respiri.
Il ring che scricchiola.
Un rumore che è poesia, se sai ascoltare.

Nagata guarda Suzuki come si guarda un vecchio amico che non vedi da vent’anni e che ora vuole ammazzarti.
Suzuki ride.
Ma dietro quel ghigno, c’è la disperazione di chi non vuole essere dimenticato.
Di chi non accetta la fine.

Partono lenti, come due leoni vecchi che sanno che la prima zampata potrebbe essere l’ultima.
Un clinch.
Si stringono, si respirano addosso.
Suzuki comincia a colpirlo piano. Schiaffi, forearm, con un ritmo che non è solo violento, è musicale.
Nagata risponde.
Uno, due, tre colpi.
Suzuki ride ancora.
“Ancora!”
Lo urla, in un giapponese straziato.
“Ancora!”
Come se volesse dire:
“Se non mi fai male, io non mi sento vivo.”


E allora Nagata lo accontenta.
Una serie di ginocchiate all’addome.
Un braccio torto all’indietro.
Un suplex che scuote tutto l’edificio.
Il suono delle ossa sul ring.
Poi ancora.
Ancora.
Ancora.

Ogni colpo è un racconto.
Ogni colpo è un ricordo.
Ogni colpo è una supplica.

Se stai davvero attento, puoi vederlo negli occhi di Suzuki:
in quel momento non sta picchiando Nagata.
Sta picchiando gli anni che gli pesano sulla schiena.
Sta picchiando il buio del futuro.
Sta picchiando la sua stessa morte.

Nagata invece combatte con un cuore che sa già la verità:
che questa guerra è inutile.
Che la fine arriverà, comunque.
Ma decide di resistere lo stesso, perché è quello che ha imparato a fare.
Resistere.
Sempre.
Fino a non avere più fiato.


Non è un match tecnico, se cerchi la perfezione.
Non è nemmeno spettacolare, se ami i fuochi d’artificio.
È sporco.
È lento.
È tremendo.
È reale.

Due uomini oltre i cinquant’anni che si prendono a schiaffi in un’arena vuota.
Due uomini che non sanno più come si vive fuori dal ring.
Due uomini che, se ci pensi, potrebbero essere tuo padre e tuo zio, che non si parlano da anni, e che un giorno si rincontrano per urlarsi addosso tutto quello che non hanno mai detto.


Suzuki tenta la Gotch-Style Piledriver.
Nagata si divincola, scivola via, lo colpisce con un calcio alla testa che sembra uscito dagli anni Novanta.
Suzuki barcolla.
Nagata lo prende, lo getta a terra, va per la sottomissione.
Le mani stringono, stringono, stringono…
Suzuki sembra cedere.
Poi sorride.
Sorride mentre sta soffocando.
Come se fosse felice.
Felice di provare dolore.
Felice di sapere che Nagata lo odia abbastanza da volerlo spezzare.

E tu, spettatore, in quel momento capisci che questo non è wrestling.
È una confessione.


Pochi minuti dopo, Suzuki si libera, si rialza, lo colpisce in pieno volto con un pugno che non sembra nemmeno legale.
Nagata crolla in ginocchio.
Lo guarda.
I due si fissano.
Suzuki ride ancora.
Nagata scuote la testa, sorride anche lui.
In quell’attimo, sono due ragazzini di nuovo.
Due apprendisti nel dojo, con i capelli neri, con gli occhi pieni di sogni.
Due ragazzi che non avrebbero mai pensato di arrivare a cinquant’anni.
E invece eccoli lì.
A farsi male.
A cercare un senso.


Il match continua.
Non c’è pubblico che li salvi.
Non c’è urlo che li distragga.
Sono soli.
Finalmente soli.
E si parlano con le mani, con le ginocchia, con le gomitate.
Si raccontano la loro storia, tutta, in quell’abbraccio di violenza.

Alla fine, Nagata riesce a colpirlo ancora, lo blocca, gli strappa l’ultimo respiro con un bridging backdrop driver così perfetto da sembrare un’opera d’arte.
Suzuki resta giù.
Uno.
Due.
Tre.


Non esulta.
Non alza le braccia.
Non ride più.

Nagata si inginocchia vicino a lui.
Gli poggia una mano sulla spalla.
E in un sussurro, che nemmeno le telecamere riescono a cogliere, gli dice qualcosa.
Forse:
“Grazie.”
O forse:
“Scusami.”

E tu, che stai guardando da casa, ti accorgi di avere le lacrime.
Non capisci perché.
È solo wrestling, dopotutto.
Ma in quel momento non è solo wrestling.
È la vecchiaia che bussa.
È la consapevolezza che il tempo è un ladro spietato.
È la dimostrazione che puoi avere i muscoli, la fama, il rispetto…
…ma alla fine resti solo un uomo.
Un uomo che non vuole smettere di combattere,
perché smettere di combattere significherebbe smettere di vivere.


L’arbitro alza il braccio di Nagata.
Lui lo lascia subito cadere.
Va verso Suzuki, lo aiuta ad alzarsi.
Suzuki barcolla, ma si rimette in piedi.
I due si guardano, si fanno un inchino reciproco.
E in quel gesto c’è tutta la poesia del Giappone:
rispetto per l’avversario,
rispetto per se stessi,
rispetto per il destino.

Poi se ne vanno, ognuno per la sua strada.
Nessuna stretta di mano.
Nessun sorriso per le telecamere.
Solo la dignità, scolpita negli occhi.
Solo la certezza che un altro giorno è passato.
E che domani, se la morte vorrà, ci si ritroverà ancora.


“Nel wrestling non si muore mai davvero.
Si muore solo quando smetti di lottare.”

Quella notte, il wrestling era un cimitero vuoto.
Ma loro hanno camminato tra le tombe,
urlando,
colpendosi,
ricordando a tutti noi che la vita è una rissa infinita
contro la nostalgia,
contro la paura,
contro la solitudine.

E se avrai il coraggio di guardare negli occhi Minoru Suzuki mentre ride,
e di guardare negli occhi Yuji Nagata mentre sanguina,
capirai che non stanno cercando la vittoria.
Stanno cercando il perdono.
Il perdono per essere sopravvissuti a tutti gli amici, a tutte le generazioni,
per aver continuato a combattere quando il mondo chiedeva loro di fermarsi.

Non si sono fermati.
E per questo, sono diventati immortali.


Fuori, intanto, la pandemia continuava a divorare giorni, case, speranze.
Il pubblico era chiuso in casa, spaventato, incerto.
Ma in quell’arena gelida, due uomini di cinquant’anni ci hanno mostrato
che la paura si può sconfiggere,
che la solitudine si può urlare via,
che la morte si può guardare in faccia
e riderle addosso.

Nessun discorso motivazionale.
Nessun copione.
Solo la realtà.


Da allora, Suzuki e Nagata hanno continuato a combattere.
A volte insieme, a volte contro.
E ogni volta che li vedi,
ogni volta che salgono quei gradini di ferro,
ogni volta che si tolgono la giacca per rivelare un corpo sempre più segnato,
ti ricordi che la vera bellezza non è la gioventù.
La vera bellezza è la resistenza.
La vera bellezza è la capacità di continuare,
anche quando non ha più senso,
anche quando nessuno applaude,
anche quando tutti ti hanno dimenticato.

Suzuki non smetterà mai di ridere.
Nagata non smetterà mai di stringere i denti.
E noi non smetteremo mai di piangere,
ogni volta che sentiremo la campana battere,
ogni volta che vedremo due vecchi,
su un ring vuoto,
fare a pezzi la propria anima
per dimostrare che l’anima esiste davvero.


“Finché puoi combattere, puoi vivere.
E finché puoi vivere, non sarai mai dimenticato.”

Questa è la poesia più grande che il wrestling ci abbia lasciato.
Questa è la carezza più violenta che possiamo accettare.
Questa è la storia di Minoru Suzuki e Yuji Nagata,
nell’arena vuota,
nel silenzio,
nel momento più buio del mondo,
quando due uomini hanno deciso che no,
la campana non avrebbe suonato per loro.
Non quella sera.
Non ancora.
Non finché c’era un altro schiaffo da dare,
un altro ginocchio da piegare,
un altro respiro da difendere con tutto se stessi.


E quando il futuro, un giorno, li cancellerà dalle card,
quando i video su YouTube smetteranno di contare visualizzazioni,
quando la memoria degli uomini sarà troppo fragile per ricordarli,
forse resterà solo una frase.

“Ancora.”

Come un grido che viene dal fondo dello stomaco,
come una preghiera che non chiede nulla se non di esistere,
come una poesia scritta con le nocche.

“Ancora.”

Perché la lotta è vita.
E finché si lotta,
non si muore.

Mai.

Il prossimo racconto nascerà da voi.
Ogni settimana, One Match Only sceglierà un nuovo incontro da raccontare, selezionato tra le richieste lasciate nei commenti.
Un ring, una notte, una storia — e stavolta, potrebbe essere la vostra scelta a prendere vita tra queste righe.

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Luca Grandi
Mi sono appassionato al wrestling molto tempo fa. Da lì è stato tutto in discesa. Scrivo di wrestling come se importasse davvero — perché importa davvero, anche se nessuno lo ammetterà mai in pubblico. Ho stretto la mano a Kazuchika Okada. Non mi sono ancora ripreso.