C’è un momento per tutto. C’è un momento per la gioia, uno per il dolore. Uno per dare il massimo, uno per riposarsi. Una carriera professionale è, nella maggior parte dei casi, un riflesso della vita. Si cresce, si studia, si lavora, si cerca di lasciare qualcosa in questo mondo che faccia si che il nostro passaggio sia servito a qualcosa, e poi ci si riposa. Un riflesso della vita, in una cornice di spensieratezza e, si spera, spensierata anzianità. Il problema che compare a volte, però, è che in certi casi, in certe vite, una carriera professionale non è il riflesso dell’esistenza, ma l’esistenza stessa.

Quindi si cerca di prolungare l’addio. Si cerca di arrampicarsi su specchi che prima sono lisci, e ci fanno cadere, ma poi cominciano a creparsi, mettendoci paura, e infine si rompono, facendoci male. Per questo l’unico specchio sicuro, reale, quello che dice sempre e comunque la verità, non deve essere quello al quale ci aggrappiamo, ma quello che abbiamo davanti, nel quale c’è la nostra immagine a parlarci senza paura di farci star male.

Da quando ha cominciato a fare il Professional Wrestler, John Cena, ha capito che quello sarebbe stato il riflesso della sua vita. Tanta palestra, tanto allenamento, tanto microfono. The Prototype. Questo era. Non soltanto per la sua Gimmick, ma per ciò che rappresentava. Forse è facile dirlo a posteriori, ma il ragazzone muscoloso, forte e sprezzante, era proprio il prototipo di ciò che un Pro Wrestler doveva essere. Forse è banale, ma quasi sempre funziona.

Funziona perché se c’è il talento sotto la pelle, non c’è bisogno di trasformarsi in un mezzo mostro, in una divinità messicana o in un finto pipistrello. Quando c’è il talento sotto è più semplice essere semplice. Essere te stesso, o quasi. Cosi, magari, qualcuno decide di trasformarti nella bandiera di un movimento, troppo spesso sopravvalutato per tempistiche e spesso raccontato da chi non l’ha vissuto, che si può in realtà rinchiudere in un periodo brevissimo e in pochissimi nomi. Batista, Brock Lesnar, Randy Orton. Ma soprattutto, John Cena.

E’ John Cena la vera bandiera della Ruthless Aggression. Mi fa quasi pensare che vedere quell’affermazione su un cartello di un fan, abbia spinto Vince McMahon a utilizzarlo solo e soltanto per una cosa: John Cena.

E allora debutta il prototipo, fortunatamente senza soprannomi inutili. Debutta l’uomo che immediatamente, come succede solo ai grandi, entra nelle vene e accompagna il sangue di un appassionato. Non sai chi sia, non sai perché sia li ma sai che lo rivedrai e pian piano, anche se all’inizio, forse, nemmeno ti piace troppo, lo rivedrai ancora e ancora. Sai che lo metteranno qui, poi li. Sai che sarà lui il nome a sorpresa, anche se tu speravi in qualcun altro. Te lo ficcano fino al cervello. Te lo ficcano in bocca. Ti fanno capire, anche se a forza, che hanno ragione.

Il Wrestling però è una bestia strana. Esagerare nello spingere qualcuno può essere pericoloso, e se quel qualcuno alla fine non vale davvero, ben presto sparisce. Ma lui no. Lui, come i più grandi alfieri della disciplina alla fine non ha potuto che convincerci tutti. Tutti noi che lo criticavamo, che ne avevamo abbastanza. Tutti quelli che gridavano allo scandalo perché quello li “non sa lottare”, non può lottare. Tutti convinti quando ha dovuto legarsi bene gli stivali e salire sul Ring con Kevin Owens, il primo vero scontro contro un osannato uomo delle famigerate “Indy”. Match dell’anno. Senza sangue, senza oggetti, senza sediate. Match dell’anno.

E poi Promo dell’anno. Momento dell’anno. Ritorno dell’anno. Per vent’anni. Di più.

Fissando lo specchio, poi, John Cena ha capito quando era il momento di appendere stivali e cappellino da baseball al chiodo. Lo ha fatto in un modo mal scritto, mal gestito. Lo ha fatto passando per la seconda volta nella sua vita dalla parte dei cattivi. Lo ha fatto però, con professionalità come sempre. Lo ha fatto fino in fondo. Lo ha fatto chiedendo scusa per qualche suo comportamento un po’ da prima donna, ma chi dei più grandi non lo è stato? Lo ha fatto cedendo il passo a qualcuno che ha ancora un grande futuro. Lo ha fatto circondato dall’abbraccio del mondo del Wrestling intero.

Lo ha fatto sorridendo, non cedendo davvero a Gunther, ma al tempo. Con un arrivederci e un addio insieme. Con uno sguardo alle sue palpebre che proiettavano il suo passato e uno sguardo a quel Ring, lasciato alle sue spalle, che proiettava il suo futuro.

Con un grazie, immensamente ricambiato, e un saluto. Che piaccia o no….

….Hustle, Loyalty, Respect.

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GiovY2JPitz
Direttore di Zona Wrestling. Appassionato di vecchia data, una vita a rincorrere il Pro Wrestling, dal lontano 1990. Studioso della disciplina e della sua storia. Scrive su Zona Wrestling dal 2009, con articoli di ogni genere, storia, Preview, Review, Radio Show, attualità e all'occasione Report e News, dei quali ha fatto incetta nei primi anni su queste pagine. Segue da molti anni Major ed Indy americane e non.