Il wrestling è cambiato. Non solo il business in sé, diventato fenomeno globale capace di riempire le più grandi arene ne giro di pochi giorni, ma anche il puro wrestling lottato. Fino a 15/20 anni fa, ogni lottatore aveva una sua personalità sul ring, un suo repertorio e un personalissimo modo di portarsi in scena. Ciò derivava da una eterogeneità delle scuole di formazione, spesso rette da ex wrestler, capaci di dare un impronta decisiva alla futura star. Oggi, con l’istituzione del Perfomance centre di Orlando, tutte le nuove leve, quando nascono in seno alla WWE stessa e non provengono dalle Indies, vengono tarate ad uno stile di lotta uguale per tutti; Tanto esibizionismo atletico e pochissima psicologia, con una pressoché totale assenza di caratterizzazione del repertorio. Tutti sanno fare tutto, dunque nessuno si distingue. Questo ha finito per “appiattire” le prestazioni e, forse, anche l’interesse del pubblico per le giovani promesse.

Tra i vari esempi che si possono tirare ne scegliamo due: Carmelo Hayes e Trick Williams, giovani leve approdate al Main Roster negli ultimi anni. Il primo, più “anziano”, è stato traghettato da poco tra i buoni, riuscendo ad incoronarsi campione U.S. ed iniziando questa sua nuova run verso il titolo massimo (così si spera). Tuttavia Hayes non riesce ad uscire mai da quella mediocrità in cui affonda da troppo tempo, e non per le qualità fisiche, quanto per l’incapacità di generare interesse attorno alla sua figura. Per quanto ci si sforzi a vestirlo con indumenti appariscenti e pacchiani, e lo si presenti con panegirici degni delle più alte cariche istituzionali di una Nazione, Hayes non riesce proprio ad attirare su di sé gli apprezzamenti del pubblico che, sì, gli tributano il plauso ad ogni suo match, ma che poi svolta subito pagina in attesa del prossimo incontro nella card, dimenticandosi quasi di ciò che ha visto prima.

Per Trick Williams il discorso è identico. L’atleta della Carolina del Sud è spesso associato al veterano Booker-T, forse sperando di emularne la carriera leggendaria. Però Booker, oltre ad essere un atleta eccezionale, aveva un carisma ed una personalità semmai superiore: Lo stesso modo di parlare lo ha reso iconico ed in grado di portare sino all’eccellenza ogni “carattere” da lui impersonato. Williams ha doti sul ring innegabili, una catchphrase piuttosto coinvolgente, ma non riesco a vederci in lui un personaggio capace di trascinare le masse. Non foss’altro che per l’anonimìa che permeano quei ex-NXT, tutti spettacolari sul ring, tutti allo stesso modo, e quindi per nulla originali. Per rendere meglio l’idea di ciò che scrivo e che, forse, a molti può lasciare interdetti, usiamo come metodo di paragone Jacob Fatu, formatosi principalmente nei circuiti indipendenti ed approdato in WWE con una sua personalità già ben formata: Fatu è riuscito, tanto da buono quanto da cattivo, in pochissimo tempo, a calamitare su di sé lo sguardo del pubblico, proprio perché è apparso come qualcosa di diverso, di non già visto. Lo stesso vale per  Penta, Cargill (pur considerando gli evidenti limiti tecnici), Vaquer e Joe Hendry. Gunther e Dragunov sono le eccezioni che confermano la regola che vuole, la maggior parte dei lottatori formati al PC, dei classici “belli” che però non “ballano”.

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