The Next Big Thing, The Beast Incarnate, The Conqueror, The One in 21-1… sono tanti i soprannomi ricevuti da Brock Lesnar e rappresentano solo in parte la percezione che si ha del suo valore e del suo impatto. Fin dall’esordio si è capito fossimo davanti a qualcuno (o qualcosa) di diverso. Un percorso che poteva essere ancora più grande, ma come tanti grandi atleti ha deciso di tracciare da solo la sua strada, forse commettendo scelte rivedibili. Probabilmente non gli è mai importato di raggiungere certi obiettivi.
La sua carriera possiamo dividerla in due parti, mettendo come spartiacque il ritiro del 2004. Nella prima fase aveva già vinto tutto ciò che doveva vincere, confrontandosi ai massimi livelli con atleti che oggi sono considerati a ragione leggende. Geneticamente superiore, ha da subito mostrato una forza ed esplosività fuori dal comune. Il punto debole, i promo, è stato fin da principio protetto grazie all’affiancamento a uno dei manager migliori della storia, Paul Heyman. Una delle coppie più vincenti e famose di sempre nel wrestling.
Dopo il contestatissimo match contro Goldberg di Wrestlemania XX se n’è andato, successivamente la voglia di misurarsi in uno sport di lotta vera ha prevalso e anche lì ha dimostrato di non essere un bluff: pure dove non c’è determinazione, si è laureato campione dei pesi massimi UFC. Nel successivo ritorno al wrestling qualcosa è cambiato: il successo nelle arti marziali miste ha legittimato ancora di più il suo valore, rappresentando la minaccia più grande per ogni suo avversario. La rottura della streak dell’Undertaker è stata la certificazione finale.
Da allora, purtroppo, abbiamo visto in ring un Lesnar diverso. Non doveva fare più grandi match, il suo status è diventato così grande che la durata degli incontri raramente è andata oltre i dieci minuti, spesso ne bastavano addirittura la metà. E non serviva più nemmeno eseguire mosse rischiose come la Shooting Star Press. Il suplex è diventato il suo marchio di fabbrica, pure uno slogan (it’s Suplex City, bitch). Pure le presenze sono state centellinate, facendo sì che fosse considerato un evento ogni suo match. Come detto, poteva permetterselo, anche se mi sarebbe piaciuto rivedere Brock lottare incontri simili per qualità a quelli della prima metà della sua carriera.
In questo senso non mi sono stupito della scarsa durata dell’incontro che ha sancito il passaggio di testimone tra lui e Oba Femi. Un match brevissimo, con poche mosse, quelle sufficienti per mandare over il suo avversario. Una sua sconfitta nettissima, raramente abbiamo assistito a qualcosa di simile. Mi viene in mente uno dei match con Goldberg, che però poi gli ha restituito il job. E poi la svolta: per la prima volta abbiamo assistito alle fragilità della bestia, un raro squarcio di ciò che c’è dietro il suo solito sguardo da assassino a sangue freddo. Tutta la sequenza in cui ha lasciato gli scarpini in ring è stata surreale, non solo perché inaspettata: mai l’avevamo visto così umano.
Ha spesso trasmesso di sé l’immagine del mercenario, di qualcuno che lotta il minimo indispensabile prendendo vagonate di soldi, ma che in realtà della disciplina non gli importa nulla. Io credo ciò sia vero solo in senso lato, cioè che non gli importi davvero delle vittorie, dei record, di entrare nella storia. Quelle lacrime dimostrano però che l’amore per il wrestling ce l’ha davvero, che esibirsi davanti migliaia di spettatori nelle arene e milioni in tutto il mondo per lui abbia avuto un gran valore. Un qualcosa a cui dovrà rinunciare.
Brock non ha mai avuto problemi a concedere job, a condizione che fosse per qualcuno che considera degno di tale onore. Ci sono casi come Bray Wyatt in cui si è rifiutato, altri come Lashey non gli ha voluto concedere un successo pulito al cento per cento, ma con Oba è evidente la grossa stima che ha per lui, e che forse lo vede come proprio erede.
Ora si vocifera che Lesnar avrà ancora un match in programma, magari contro Gunther che lo otterrebbe sfruttando il favore che Heyman gli deve, ma spero ciò non accada. Il segmento post match visto a Wrestlemania era così vero, sentito e inedito che fare un ulteriore incontro andrebbe a rovinare quel bellissimo e agrodolce momento. La stessa vittoria di Gunther non avrebbe il giusto impatto essendo successiva a quella di Oba. All’austriaco abbiamo già concesso gli scalpi di Cena e AJ Styles, direi possa essere contento così senza andare a intaccare uno dei Wrestlemania moment più grandi di questa altalenante edizione.
Riguardo il presunto erede Oba Femi, ha un fisico straordinario e appena arrivato nel main roster è andato subito over, perché la gente ha capito che siamo di fronte a qualcuno di diverso. Il nigeriano però ne ha di strada di fare e non so se possa raggiungere lo stato di Lesnar. Non per dubbi nei suoi confronti, ma perché di Brock ce n’è uno solo, irripetibile. Noi fan giustamente scindiamo il personaggio dalla persona, ma nel suo caso mi ha sempre dato l’idea di uno che ti può staccare la testa dal collo se di cattivo umore. Intendo che sa trasmettere quel senso di realismo di cui ancora oggi che la keyfabe è morta il wrestling ha bisogno.
Perciò, come intonato dal coro di Las Vegas, thank you Lesnar. Nessuno ha mai rappresentato il boss finale meglio di lui. Quello per cui bastano le prime note della theme song per farti capire che stai per affrontare il più grande pericolo della tua vita. Lode alla Bestia Incarnata. Al Conquistatore. The Lasting Big Thing. Perché, come sta accadendo con Oba, ce ne saranno altri. Ma nessuno come lui.
Sergedge – W








