Il 24 febbraio 1976, all’Asakusa International Theater di Tokyo, successe qualcosa che non aveva precedenti nella storia dello sport giapponese e forse di nessun altro sport al mondo. Due ragazze — diciotto anni una, sedici l’altra — scesero verso il ring non in silenzio, non con la musica austera che accompagnava i lottatori maschili, ma con una canzone. Una canzone che era la loro canzone, che avevano inciso loro stesse, che stava già scalando le classifiche della musica pop giapponese. Il pubblico la conosceva già. Il pubblico la cantò.

Non era ancora un concerto. Non era ancora uno show di wrestling. Era qualcosa che non aveva nome, perché non era mai esistito prima.

Naoko Sato — Jackie, per tutti — aveva lasciato il basket, si era allenata per un mese in un dojo di Tokyo, aveva debuttato contro Maki Ueda il 27 aprile 1975, e poi in meno di un anno aveva fatto qualcosa che le generazioni precedenti di lottatrici giapponesi non avrebbero saputo nemmeno immaginare: aveva trasformato il wrestling in pop culture. Non come metafora. Come fatto. Come singolo in top ten. Come tremila lettere di fan al mese. Come fila di ragazzine in uniforme scolastica che aspettavano fuori dai palazzetti tenendo in mano coriandoli e stelle filanti da lanciare quando lei entrava in scena.


La Ragazza di Yokohama

Naoko Sato nacque il 30 ottobre 1957 a Yokohama, nella prefettura di Kanagawa — la città portuale che da sempre aveva un rapporto diverso con il mondo esterno rispetto al resto del Giappone, aperta all’occidente per storia e geografia, abituata a contenere contraddizioni. Cresceva nelle scuole medie con la pallacanestro: era brava, abbastanza da attirare l’attenzione degli scout. La sua era una storia che avrebbe potuto andare in direzioni molteplici — lo sport agonistico, l’università, il percorso che il Giappone degli anni Settanta aveva cominciato ad aprire, non senza resistenza, alle donne che volevano qualcosa di diverso dalla casa.

Poi abbandonò la scuola superiore e andò all’AJW.

La decisione non è documentata nei dettagli — non sappiamo cosa si dissero i suoi genitori, se ci fu una discussione, se qualcuno cercò di dissuaderla. Sappiamo solo il gesto: una ragazza di diciassette anni che lascia il basket e va a imparare a cadere su un tatami. Debuttò il 27 aprile 1975 contro una ragazza di sedici anni che veniva da Tottori, la prefettura meno popolata del Giappone, che si chiamava Makiko Ueda e che aveva lasciato la scuola per le stesse ragioni oscure e inequivocabili con cui i giovani lasciano le strade sicure: perché qualcosa di più forte tirava da un’altra parte.

Le due debuttanti si affrontarono, si studiarono, e poi la compagnia — meglio, un produttore di Fuji TV di nome Hitoshi Yoshida — capì quello che aveva davanti.


Il Produttore, il Manga e la Rivoluzione

Per capire le Beauty Pair bisogna fare un passo indietro e guardare il paesaggio culturale del Giappone di metà anni Settanta. Una cosa in particolare: Versailles no Bara.

Il manga di Riyoko Ikeda era uscito sulla rivista Margaret tra il 1972 e il 1973, ma aveva continuato a vivere — viveva ancora con forza crescente nei teatri della Takarazuka Revue, la compagnia teatrale femminile di Takarazuka che dal 1914 metteva in scena spettacoli con sole donne interpretanti tutti i ruoli, maschili e femminili. Le Revue erano trasmesse in televisione dalla NHK, il canale pubblico, e la serie di spettacoli ispirati a Versailles no Bara aveva trasformato gli anni tra il 1974 e il 1976 in un fenomeno nazionale che aveva preso il nome di BeruBara Boom — il boom della Rosa di Versailles. Milioni di ragazze giapponesi erano innamorate di Oscar, la protagonista androgina che combatteva per la giustizia nell’epoca della Rivoluzione francese. Milioni di ragazze andavano a teatro, compravano riviste, sognavano mondi in cui le donne potevano essere forti, eleganti, coraggiose, ambivalenti nel genere.

Hitoshi Yoshida, produttore di Fuji TV, guardava questi numeri e vedeva un problema e un’opportunità. Il problema era che la NHK stava mangandosi un pubblico che Fuji TV aveva cominciato a costruire con l’AJW — le ragazze, le adolescenti, le giovani donne che il wrestling femminile aveva iniziato ad attrarre grazie a Mach Fumiake. L’opportunità era che quel pubblico era specifico: voleva donne che combattessero, che avessero stile, che fossero androgine nel senso esatto che Versailles no Bara aveva codificato — non femminili nel senso tradizionale, non copie delle casalinghe che la televisione voleva come pubblico, ma qualcosa di nuovo, di più difficile da classificare.

Yoshida andò all’AJW con una richiesta precisa: trovargli due ragazze con un aspetto androgino che sapessero cantare. Le avrebbe messe insieme in una coppia, avrebbe prodotto i loro singoli, le avrebbe trasformate in idols. Il wrestling sarebbe stato il palcoscenico. La musica sarebbe stata il veicolo. L’identità sarebbe stata qualcosa di nuovo, senza nome, che il Giappone non aveva ancora visto.

Jackie Sato e Maki Ueda erano già lì, ad aspettarlo senza saperlo.


Il 24 Febbraio 1976

La sera in cui le Beauty Pair nacquero come coppia ufficiale fu anche la sera in cui vinsero il titolo WWWA tag-team. Fu una serata sola. Sconfissero Mach Fumiake e Mariko Akagi, e tornarono a casa con le cinture.

Quello che accadde dopo accadde più in fretta di quanto chiunque avesse pianificato. A novembre fu pubblicato il primo singolo: Kakemeguru Seishun — qualcosa come “Giovinezza che corre”, nella traduzione approssimativa che le canzoni pop consentono. Vendette ottocento mila copie. Ottocento mila copie vendute da due lottatrici professioniste che erano in scena sul ring ogni settimana. Le classifiche non sapevano come catalogarle. I negozi di dischi non sapevano dove metterle. I giornali di musica le intervistarono. I giornali di wrestling le intervistarono. Apparirono sullo Yoru no Hit Studio di Fuji TV — il programma musicale settimanale di punta della rete, lo stesso dove sarebbero apparse poco dopo le Pink Lady, le Candys, le stelle del kayo kyoku degli anni Settanta — e si esibiro accanto a quelle stelle come se ci fossero sempre state.

Jackie Sato aveva diciotto anni. Era una ex cestista che si allenava all’alba e poi combatteva su un ring la sera. Guardava la macchina fotografica con quella qualità rara che i giapponesi chiamano ikigai — la ragione per cui ci si alza al mattino — proiettata fuori dal corpo come una luce.


La Fisica del Palazzetto

C’è un dettaglio che le cronache di quel periodo riportano con una certa sorpresa, come se chi scriveva non riuscisse del tutto a credere a quello che stava descrivendo: all’inizio, il pubblico delle Beauty Pair applaudiva durante le canzoni e stava in silenzio durante i match. Poi, gradualmente, nel corso del 1977, qualcosa cambiò. Le ragazze cominciarono a tifare anche sul ring. Cominciarono a gridare i nomi. Cominciarono a lanciare coriandoli e stelle filanti quando Jackie e Maki entravano in scena — una pratica che nel wrestling femminile giapponese sarebbe diventata una tradizione iconica, poi raccolta e amplificata dalle Crush Gals negli anni Ottanta fino a diventare una delle immagini più caratteristiche di tutto il joshi.

Quello che stava accadendo era qualcosa che nessuna disciplina sportiva in Giappone aveva mai vissuto nel modo in cui lo viveva l’AJW in quei mesi: la conversione di un pubblico. Non di spettatori abituali che tornavano per vedere i match. Di fans — nel senso preciso del termine, nel senso delle adolescenti che proiettano sull’atleta-idol il proprio desiderio di essere qualcosa, di essere qualcuno, di avere un corpo forte invece di un corpo arreso. L’AJW nel 1976 e 1977 stava diventando per le ragazze giapponesi quello che il rock and roll era stato per i giovani americani nei Cinquanta: uno spazio in cui l’identità si poteva immaginare diversa da come la società la prescriveva.

La regola del ritiro obbligatorio a ventisei anni — che molti avrebbero giudicato crudele, e che in effetti aveva il sapore di una logica industriale spietata — era anche, involontariamente, una macchina narrativa perfetta. Le star bruciavano in fretta, con intensità insostenibile, e poi sparivano mentre erano ancora nel pieno della loro giovinezza. Questo creava nel pubblico quella tensione peculiare che si sente solo quando si sa che qualcosa finirà presto: l’urgenza di guardare, di ricordare, di non perdere neanche una serata. Le giovani fan sapevano, guardando Jackie Sato, che aveva un numero limitato di serate. Ogni match era già, in qualche modo, un addio annunciato.


La Campionessa

Sebbene le Beauty Pair fossero concepite come coppia, Jackie Sato aveva una qualità che emergeva naturalmente anche quando il nome del duo non era sulla locandina: la capacità di essere, da sola, una storia.

Vinse il titolo WWWA per la prima volta il 1 novembre 1977, battendo Maki Ueda in un match che aveva la struttura di una guerra civile — le due metà di un duo inseparabile che si affrontano in un ring del Nippon Budokan. Il match durò sessanta minuti esatti: finì in parità, e il titolo fu assegnato per decisione a Jackie. Seicentotrentasette giorni: tanto durò quel primo regno, un numero record per l’epoca. Difese la cintura contro Monster Ripper — la gigantesca canadese Rhonda Singh, antagonista perfetta con la sua fisicità imponente contro la velocità di Jackie. Vinse il titolo anche in altre due occasioni, per un totale di tre regni. Tre volte anche le cinture tag-team.

Ma i numeri non sono la storia. La storia è nella fisica dei suoi match — quella qualità di movimento che chi vide dal vivo descrive sempre nello stesso modo: veloce, ma non frenetica. Precisa, ma non meccanica. Il suo corpo sul ring aveva l’intelligenza del basket che aveva praticato per anni — la capacità di leggere lo spazio, di anticipare, di usare la statura alta per una donna giapponese dell’epoca, circa un metro e sessantaquattro, con la leva che questo consentiva. Non era la migliore tecnica della compagnia — quella posizione spettava a Maki Ueda, che aveva un anno di allenamento in più e una precisione quasi chirurgica. Ma aveva qualcosa che la tecnica da sola non insegna: carisma. La capacità di far sentire al pubblico che stava guardando qualcosa che valeva.


Il Film, la Fama, la Macchina

Nel 1977 le Beauty Pair girarono un film. Si chiamava Zen Nihon Joshi Puroresu — Kakemeguru Seishun, titolo che riprendeva il nome del singolo e che si potrebbe tradurre come “AJW — Giovinezza che corre”. Era un ibrido — parte documentario, parte fiction: le stelle in scena, la telecamera che le segue, la linea tra vita e personaggio deliberatamente sfumata.

Era in quel film che compariva Mariko Akagi nei panni della “Regina del ring”. Era in quel film che il Giappone al di fuori dei palazzetti dell’AJW poteva vedere cosa fosse diventata questa cosa: non più lo sport marginale degli anni Cinquanta, non più lo spettacolo ambiguo che le reti televisive avevano rifiutato negli anni Sessanta, ma qualcosa di nuovo — giovane, colorato, pieno di energia, con una colonna sonora.

La macchina della compagnia funzionava a pieno regime. Seicento domande di audizione nel 1977 — un numero che costrinse l’AJW a creare per la prima volta una procedura di selezione formale. Fuji TV aprì le proprie porte alle audizioni, ospitandole dal 1977 fino al 1990. Tremila lettere al mese. Merchandise ovunque: cartoline, poster, album di figurine, agende con la loro faccia in copertina. Le Beauty Pair avevano creato, quasi senza volerlo, il prototipo dell’idol-wrestler — un modello che il Giappone avrebbe replicato e perfezionato per decenni, fino alle Crush Gals, fino alle Stardom moderne, fino alle idol-athlete che oggi vendono concerti e match nello stesso weekend.


Il Budokan, la Fine del Duo, e Quello che Rimase

Il 27 febbraio 1979, il Nippon Budokan era pieno. Non pieno nei margini — pieno nel senso di esaurito, di gente in piedi, di code fuori. Era la sera del match di ritiro: Jackie contro Maki, un match con la regola più crudele del wrestling giapponese — la sconfitta porta al ritiro definitivo. Era la fine delle Beauty Pair, e tutti lo sapevano.

Maki perse in quarantotto minuti e sette secondi. Dopo il match le due si abbracciarono. La folla pianse. Era il momento in cui il wrestling smetteva di fingere di essere solo intrattenimento e diventava qualcosa di più difficile da nominare — un rito di passaggio, un addio pubblico, un funerale della giovinezza combattuto su un ring.

Jackie continuò. Combatté contro Monster Ripper in una delle rivalità più acclamate della seconda metà degli anni Settanta. Difese la cintura ancora. Perse la cintura contro la giovane Jaguar Yokota il 25 febbraio 1981 — una sconfitta che aveva il sapore, come tutte le grandi sconfitte nel wrestling, di una consegna più che di una resa. Tre mesi dopo, il 21 maggio 1981, si ritirò dall’AJW. Aveva ventitré anni.

Nel 1986, quando il boom delle Crush Gals aveva riportato il joshi wrestling ai vertici dell’attenzione popolare, Jackie Sato uscì dal ritiro e fondò la prima compagnia femminile che si mettesse in concorrenza con il monopolio dell’AJW: la Japan Women’s Pro-Wrestling. La portò avanti per anni. Sotto la sua influenza, la JWP non adottò mai la regola del ritiro obbligatorio — una scelta che era anche una dichiarazione, la riflessione di qualcuno che aveva vissuto quella regola sulla propria pelle e aveva deciso che non era giusta.


Epilogo: La Lettera che Non Arrivò in Tempo

Jackie Sato morì il 9 agosto 1999, al Kawasaki Municipal Hospital. Aveva quarantuno anni. La causa era un tumore allo stomaco.

Prima di morire, Jackie chiese ai suoi che sapevano della sua malattia di non dirlo a Maki. Le due si erano ritrovate l’anno prima — dopo vent’anni in cui i contatti si erano radi, dopo le vite separate, dopo il tempo che fa quello che sa fare. Maki aveva invitato Jackie alla festa del decimo anniversario del suo ristorante, a Tottori. Erano andate poi in una località termale, da sole, le due metà di un duo che il Giappone aveva amato come si amano le cose che durano poco. Erano tornate a casa ognuna dalla propria parte.

E poi Jackie aveva scritto una lettera. Non sappiamo cosa ci fosse dentro, tranne la frase che Maki avrebbe ricordato per il resto della vita: mi sono divertita davvero. Andiamo da qualche parte insieme di nuovo, presto.

Maki aspettava. Aspettava quella gita. Jackie non disse nulla della malattia, perché — queste le parole che aveva lasciato a chi le stava vicino — non voleva che Maki la vedesse debole. Voleva rivederla con il sorriso, quando fosse guarita.

Non si rividero. La telefonata che informò Maki della morte di Jackie arrivò da Nancy Kumi, un’altra vecchia collega. Non da Jackie. Non in tempo.

C’è qualcosa in questa storia che resiste a qualunque tentativo di spiegazione. Una donna che ha trascorso la propria vita professionale su un ring — che ha combattuto per anni di fronte a migliaia di persone, che ha vinto e perso e vinto ancora, che ha pianto in pubblico alla fine del match più importante della sua vita — quella stessa donna, di fronte alla morte, non voleva essere vista debole. Non dalla persona che più di ogni altra ne conosceva la forza.

Forse è questo il punto. Forse la forza che Jackie Sato aveva mostrato per anni sul ring non era un personaggio, non era una maschera, non era il prodotto di una compagnia e di un produttore di Fuji TV. Era lei — tutta lei, fino in fondo, fino all’ultima lettera, fino alla richiesta impossibile di essere ricordata com’era quando correva.

Kakemeguru Seishun. Giovinezza che corre.

Correva ancora.

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Luca Grandi
Mi sono appassionato al wrestling molto tempo fa. Da lì è stato tutto in discesa. Scrivo di wrestling come se importasse davvero — perché importa davvero, anche se nessuno lo ammetterà mai in pubblico. Ho stretto la mano a Kazuchika Okada. Non mi sono ancora ripreso.