C’è un momento, nel wrestling, che separa le persone straordinarie da tutte le altre. Non è il momento della vittoria — la vittoria ha la propria grammatica, i propri gesti codificati, il sollievo che si porta sul viso di chi ha vinto e che il pubblico riconosce immediatamente. Il momento che separa è quello della sconfitta che non diventa resa. Quello in cui qualcosa si rompe — nel senso letterale, fisico, nel corpo — e il corpo non si ferma. Non perché non senta. Ma perché c’è qualcosa che pesa di più del dolore, e quel qualcosa ha la forma del ring davanti a sé e del pubblico che guarda.

Nel 1987, durante il finale del primo fall di un match con le Red Typhoons, Hokuto subì una tombstone piledriver dalla seconda corda e si ruppe il collo. Disputò interamente il secondo e il terzo fall, a volte reggendosi la testa in posizione con le mani.

Si reggeva la testa con le mani. Dentro un match, con il collo rotto.

Questa è la storia di Akira Hokuto. Non solo questa — c’è molto altro, c’è il 1993 che molti considerano il miglior anno che qualunque lottatore abbia mai avuto, ci sono i match a cinque stelle contro Shinobu Kandori e contro Manami Toyota e contro Aja Kong con la gamba fratturata, c’è il WCW Championship vinto a Starrcade 1996, c’è il Tokyo Dome davanti a quarantaduemila persone. C’è tutto questo. Ma parte da lì — da quella notte del 1987, da quelle mani che reggono una testa che non dovrebbe più reggere niente, da quella qualità di rifiuto del limite fisico che non è eroismo performativo ma qualcosa di più silenzioso e di più assoluto.


Kitakatsushika, 1967

Hisako Uno nacque il 13 luglio 1967 a Kitakatsushika, nella prefettura di Saitama. Era la stessa prefettura di Kumagaya, la stessa pianura del Kantō che aveva prodotto Dump Matsumoto e Bull Nakano — come se quella terra piatta e calda avesse qualcosa di specifico da dare alle persone che ci crescevano, una qualità di durezza senza ostentazione che il paesaggio stesso sembrava richiedere.

Crebbe come grande fan dell’AJW. Idolatrava le Crush Gals e arrivò persino a organizzare il fan club di Bull Nakano.

Prendiamo un momento per questo dettaglio. La ragazza che sarebbe diventata una delle più grandi lottatrici della storia del wrestling femminile organizzava il fan club della villain più temuta del Giappone. Non del babyface amato, non dell’eroina — del mostro. C’era già qualcosa in questa scelta che prefigurava la propria carriera: una comprensione intuitiva, ancora non articolata, che il villain può essere più interessante dell’eroe, che la forza bruta ha una sua bellezza, che il wrestling vive nell’oscurità quanto nella luce.

Era così appassionata di wrestling che fece domanda e superò il provino dell’AJW nel gennaio 1985. Fu istruita nel dojo dell’AJW sotto la guida di Jaguar Yokota.

Jaguar Yokota come maestra. È difficile immaginare una formazione migliore — o più difficile. Yokota, come abbiamo raccontato nel sesto articolo di questa serie, era una mente del ring di rara originalità, qualcuno che aveva inventato il proprio linguaggio tecnico invece di ereditarlo. Essere allieva di Yokota significava non solo imparare le mosse ma imparare a pensare il wrestling come una forma di problem-solving — come una serie di problemi da risolvere in tempo reale con il proprio corpo. Era un’educazione che lasciava un’impronta permanente.

Debuttando poco prima del suo diciottesimo compleanno, Hokuto si distinse immediatamente dalla massa, vincendo il premio AJW Rookie of the Year per il 1985. Aveva stabilito il record per il maggior numero di vittorie consecutive dopo il debutto.


Il Collo, il 1987, le Mani

Per capire pienamente quello che accadde nel 1987 bisogna capire cosa fosse un match di wrestling dell’AJW in quell’anno. Non era lo sport spettacolare e controllato che il wrestling americano cercava di sembrare. Era fisicamente rischioso in modo sistematico: le corde erano dure, i tatami non assorbivano nel modo che i materiali moderni consentirebbero, le mosse dalla seconda e dalla terza corda venivano eseguite con una frequenza e una velocità che lasciavano poco margine all’errore. Le infortuni erano parte della vita — non eccezioni, ma eventi ricorrenti che le lottatrici imparavano ad assorbire e continuare.

Nel match con le Red Typhoons, Hokuto si ruppe il collo durante l’esecuzione di un moonsault nel secondo fall. Una persona normale si sarebbe ritirata dal match, ma la ventenne ragazza portò a termine il match con il collo rotto.

A volte si reggeva la testa in posizione con le mani.

L’immagine vale la pena tenere nella mente esattamente così, senza filtri: una ragazza di vent’anni con il collo rotto che si regge la testa con le proprie mani mentre continua a combattere. Non per eroismo — o non solo. Per una comprensione del ring che andava al di là del dolore fisico: il match aveva una storia da raccontare, c’era un pubblico che guardava, c’erano una partner e delle avversarie che dipendevano dal fatto che lei fosse lì. Fermarsi avrebbe significato rompere qualcosa che non era il collo.

Fuori combattimento per gli otto mesi successivi, si allenò più duramente che mai per tornare. Quando fece il suo match di ritorno il 4 gennaio 1988, aveva un vigore rinnovato, un nuovo equipaggiamento da ring e un nuovo nome in onore del suo idolo, Akira Maeda.

Il nome è un dettaglio che dice molto. Akira Maeda era il lottatore maschile giapponese — wrestler passato alle arti marziali miste, fondatore della UWF, simbolo di una certa idea di combattimento autentico e duro — che Hisako Uno aveva scelto come riferimento per la propria identità nuova. Non un’eroina del wrestling femminile, non una delle sue predecessori nella stessa compagnia. Un lottatore maschio, noto per la durezza, per il rifiuto della performance a favore del combattimento reale. Stava dicendo qualcosa su chi voleva essere: qualcuno che non distingueva tra durezza maschile e femminile, qualcuno che abitava un tipo di wrestling che non aveva genere, che aveva solo qualità.

Nacque Akira Hokuto.


La Mummia

Si guadagnò il soprannome “la Mummia” perché si presentava al ring così spesso avvolta in bende a causa di varie infortuni, eppure si rifiutava di smettere di lottare.

È un soprannome che contiene una contraddizione quasi poetica. La mummia è associata alla morte, all’immobilità, alla conservazione di qualcosa che non può più muoversi. Hokuto era il contrario: si muoveva sempre, combatteva sempre, produceva match di qualità straordinaria nonostante — o forse attraverso — un corpo che portava su di sé la mappa fisica di anni di infortuni. Le bende non erano debolezza. Erano il segno visibile di una continuazione che il corpo della maggior parte delle persone non avrebbe consentito.

Nel 1990, Hokuto era in programma per vincere il Japan Grand Prix, il torneo annuale dell’AJW per determinare il number one contender per il titolo WWWA. Tuttavia, subì un altro grave infortunio. Durante un match del Grand Prix contro Manami Toyota, eseguì una plancha e sbatté il ginocchio contro la barriera a bordo ring. Si aprì il ginocchio e fu resa incapace di camminare. Piangendo, si fasciò la gamba, si tirò di nuovo sul ring e tentò di continuare il match. Era chiaramente impossibile e fu rimossa dal torneo.

Questo fu il più duraturo dei suoi molti infortuni, e combatté portando una spessa fasciatura intorno al ginocchio danneggiato per il resto della sua carriera, e quell’arto danneggiato divenne il punto focale di molti dei suoi match.

È questo il dettaglio che trasforma la storia dell’infortunio da aneddoto biografico a elemento narrativo: il ginocchio fasciato divenne parte del personaggio. Il pubblico sapeva, ogni volta che vedeva quella fasciatura, che stava guardando qualcuno che combatteva attraverso qualcosa. E quella consapevolezza moltiplicava ogni cosa che Hokuto faceva — ogni caduta, ogni tentativo di alzarsi, ogni momento in cui sembrava aver raggiunto il limite e poi continuava, acquistava un peso emotivo che il wrestling della finzione pura non avrebbe mai potuto produrre.

Non stava fingendo di fare il protagonista ferito. Era il protagonista ferito. La differenza è tutto.


Il 1993

Il 1993 è considerato da molti il miglior anno della sua carriera. Almeno sei match singoli oltre le quattro stelle, più del doppio se si contano i tag, e altro ancora.

Per mettere in prospettiva questo numero: Dave Meltzer, il principale storico e critico del wrestling mondiale, usa(va) una scala in cui i match a cinque stelle sono eventi rari che accadono poche volte in un anno nel wrestling mondiale intero — non solo nel joshi, nel wrestling mondiale. I match a quattro stelle e mezzo sono eccezionali. Averne sei in un singolo anno, in singolo, è qualcosa che nella storia del wrestling — maschile o femminile — non ha precedenti documentati con quella frequenza.

Il match del 2 aprile 1993 contro Shinobu Kandori — la lottatrice di lotta libera della LLPW, la promozione rivale, che portava sul ring un’intensità da arti marziali che l’AJW non produceva nel suo stile — è considerato da molti il match più emotivamente potente della storia del wrestling femminile. Non il più tecnicamente perfetto, non il più atleticamente spettacolare: il più emotivamente potente. La distinzione conta.

Era uno scontro interpromotionale — il tipo di match che il wrestling giapponese usava per creare tensione autentica, mettendo in gioco non solo le cinture ma il prestigio delle compagnia. Kandori veniva dalla lotta libera, aveva una credibilità di combattimento reale che Hokuto non aveva nel senso tecnico del termine. Ma Hokuto aveva qualcosa che Kandori, per quanto brava, non possedeva nello stesso grado: la capacità di trasformare un match in una storia che il pubblico sentiva come propria.

Quel match finì con Hokuto che perdeva — ma perdeva dopo aver dato tutto, in modo tale che la sconfitta non sembrasse una resa ma una dimostrazione di qualità. Il pubblico alla fine non sapeva più per chi aveva tifato. Stava semplicemente guardando due persone che davano tutto quello che avevano, e quella generosità reciproca produceva qualcosa di raro: il rispetto genuino, da entrambe le parti, che emerge quando il combattimento diventa abbastanza intenso da trascendere l’antagonismo.

Il 21 agosto 1993, Hokuto vinse la finale del Japan Grand Prix per diventare la sfidante numero uno al titolo WWWA di Aja Kong. La sua chance al titolo era programmata per il 9 ottobre, ma un ginocchio infortunato la costrinse a sottoporsi a un intervento chirurgico al menisco.

Hokuto zoppicò fino al ring e disse ad Aja che, nelle sue condizioni fisiche attuali, non era degna di un match per il titolo e volle che l’incontro fosse non titolato.

Fermiamoci ancora una volta. Non chiedeva di rimandare. Non chiedeva di essere protetta. Chiedeva che la cintura non fosse in palio perché non si sentiva degna di vincerla in quel momento — che se avesse vinto in quelle condizioni la vittoria non avrebbe detto la cosa vera, quella che lei voleva dire. Era un gesto di integrità sportiva che il wrestling raramente produce perché raramente serve — di solito è il sistema a gestire queste situazioni con gli strumenti della narrazione. Hokuto le gestiva con le proprie regole interne.

Una gamba fratturata. Match a quattro stelle e mezzo. Queste due informazioni insieme descrivono qualcosa che non ha nome nell’etica sportiva convenzionale — qualcosa che sta oltre la dedizione, oltre la professionalità, oltre qualunque categoria che il vocabolario dello sport sappia maneggiare.


La Storia Dentro Ogni Match

C’è una qualità che Akira Hokuto aveva e che i cronisti del wrestling descrivono invariabilmente con una certa difficoltà — non perché non sappiano cosa dire, ma perché quello che dicono sembra sempre insufficiente rispetto alla realtà. La chiamano ring psychology, la psicologia del ring: la capacità di costruire dentro un match una storia emotiva che il pubblico segue come segue una narrativa, con la tensione che si accumula e si scioglie, con i momenti di respiro e quelli di crisi, con l’arco emotivo che trasforma una serie di prese in qualcosa che ha senso come racconto.

Nessun’altra era brava quanto Hokuto nel recitare attraverso un infortunio o nel trascinare qualcun altro a grandi prestazioni.

La seconda parte di questa frase è la più importante. Non solo reggeva i match quando era infortunata — prendeva le avversarie meno esperte e le portava a livelli che da sole non avrebbero raggiunto. Rumi Kazama raggiunse le quattro stelle con lei, e non ci si avvicinò mai con nessun altro.

Questa è la misura più alta che esista di un lottatore: non quello che fa da solo, ma quello che riesce a far fare agli altri. Il lottatore che trasforma ogni sua avversaria in una versione migliore di se stessa, che crea lo spazio dentro cui l’altro può essere più grande di quanto sarebbe altrimenti — questa è una forma di generosità che non ha niente a che fare con la gentilezza. È tecnica allo stato più puro, è intelligenza del ring che non si ferma al proprio corpo ma abbraccia l’intero spazio del match.

Hokuto faceva questo con un ginocchio fasciato, con una spalla che la tormentava, con un collo che non avrebbe dovuto sopportare quello che sopportava. Lo faceva perché non sapeva fare altrimenti — o meglio, perché fare altrimenti non le sembrava un’opzione.


Il Messico, il Divorzio, la WCW

Avendo sposato il wrestler messicano Antonio Gómez Medina che lavorava come “Máscara Mágica”, Hokuto si trasferì in Messico. Continuò la sua carriera nella sua nuova casa, adottando il personaggio “Reina Jabuki”. Il 30 luglio 1994, sconfisse La Diabólica per il WWWA World Women’s Championship del CMLL, tenendolo per oltre due anni.

Più tardi quell’anno, avendo divorziato dal primo marito e tornata in Giappone, sconfisse Aja Kong nella finale del torneo interpromotionale V*Top Woman, un evento che attirò una presenza di 42.500 persone al Tokyo Dome.

Quarantaduemilacinquecento persone al Tokyo Dome. Per un match di wrestling femminile in cui la protagonista era divorziata, tornata dal Messico, con un ginocchio permanentemente compromesso, e stava combattendo la campionessa più dominante dell’AJW degli anni Novanta. Se questa storia venisse scritta come romanzo, l’editore chiederebbe di semplificarla — troppi elementi, troppa compressione degli eventi, troppo improbabile.

Eppure era la vita reale di Hisako Uno, che si era data il nome di qualcun altro in onore del proprio idolo e che ora, a trentasei anni, zoppicava verso il ring di uno stadio da quarantaduemila persone per decidere chi fosse la più forte.

Il 29 dicembre 1996, a Starrcade, Hokuto sconfisse Madusa nella finale del torneo WCW per diventare la prima Women’s Champion della WCW.

Era la prima — e unica — donna a vincere un titolo principale in tutte e tre le principali compagnie che l’avevano ospitata: l’AJW in Giappone, il CMLL in Messico, la WCW negli Stati Uniti. Un grand slam geografico che non aveva precedenti nel wrestling femminile mondiale e che non sarebbe stato replicato per decenni.

È la prima e finora unica donna a vincere un main event al Tokyo Dome.


Kensuke Sasaki e la Vita Dopo

Nel 1995 sposò Kensuke Sasaki. Il lottatore maschile, veterano della New Japan Pro Wrestling, uno dei più rispettati nel panorama del puroresu degli anni Novanta. Un matrimonio tra due persone che vivevano la stessa vita — il ring, gli infortuni, i tour, la disciplina totale che il wrestling professionale giapponese richiedeva.

Si ritirò ufficialmente il 11 febbraio 2006. Nel 2002 aveva già rallentato — gli infortuni accumulati nel corso di vent’anni rendevano la continuazione non più sostenibile nel senso fisico del termine. Un collo. Un ginocchio. Una spalla. Un corpo che aveva dato tutto quello che aveva da dare, e che ora chiedeva — con la stessa gentilezza con cui aveva sempre fatto le proprie richieste, cioè con un’insistenza che non ammetteva risposta negativa — di fermarsi.

Si fermò. Diventò moglie, madre di due figli, commentatrice televisiva, presenza pubblica nel mondo del wrestling giapponese senza essere più sul ring. La vita dopo il wrestling per chi ha vissuto nel wrestling nel modo in cui lei ci aveva vissuto — totalmente, senza divisioni tra il corpo sul ring e il corpo nella vita — ha sempre una qualità di reinvenzione radicale. Non si smette di essere quello che si è stato. Si trova un altro modo di essere quello.


Epilogo: Le Mani che Reggono la Testa

C’è una ragazza di vent’anni, in un palazzetto di Tokyo nel 1987, con il collo rotto.

Non sappiamo esattamente cosa pensasse in quel momento — se stesse calcolando se poteva farcela, se stesse semplicemente reagendo a qualcosa di più profondo del pensiero deliberato, se il corpo avesse preso la decisione prima che la mente riuscisse a intervenire. Quello che sappiamo è il gesto: le mani che reggono la testa in posizione. Il match che continua.

In un business di finzione, il “come” conta molto più del “cosa”.

È la frase più esatta che sia stata scritta su di lei. Il wrestling è pieno di persone che fanno cose straordinarie — mosse impossibili, atletismo che sfida la fisica, bellezza formale che lascia senza fiato. Ma quello che Hokuto faceva non era principalmente quello. Era il modo in cui lo faceva — con quella qualità di verità che si produce solo quando qualcosa di reale è in gioco, quando il dolore è reale, quando la determinazione di continuare è reale, quando il pubblico smette di guardare uno spettacolo e comincia a guardare una persona.

Immaginate adesso Hisako Sasaki, ex Hisako Uno, ex Akira Hokuto, in qualsiasi momento ordinario della propria vita dopo il ritiro. Moglie, madre. Magari in una cucina di Tokyo mentre i figli fanno i compiti al tavolo. Magari in un taxi verso uno studio televisivo dove commenterà un match. Il corpo con le sue cicatrici, il ginocchio con la sua memoria di una barriera metallica, il collo con la sua storia di una tombstone piledriver dalla seconda corda.

Quel corpo ha fatto cose che la maggior parte dei corpi non avrebbe potuto fare. Non perché fosse straordinario nella sua struttura fisica — Hokuto non era la più alta, né la più potente, né la più veloce della sua generazione. Era straordinaria in quello che sceglieva di fare con quello che aveva. Nell’insistenza. Nel rifiuto della resa.

Nel 1993, è stata la più grande lottatrice sulla terra, indipendentemente dal genere.

Non la più grande donna. La più grande, punto.

E forse la cosa che conta di più, guardando indietro, non è nemmeno questa affermazione enorme. È una più piccola, più silenziosa: che quella ragazza di Kitakatsushika che organizzava il fan club di Bull Nakano, che idolatrava le Crush Gals, che andò a bussare alla porta del dojo dell’AJW per fare una cosa che amava — quella ragazza è diventata qualcosa che nessuno aveva ancora visto.

Con le proprie mani. Letteralmente.

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Luca Grandi
Mi sono appassionato al wrestling molto tempo fa. Da lì è stato tutto in discesa. Scrivo di wrestling come se importasse davvero — perché importa davvero, anche se nessuno lo ammetterà mai in pubblico. Ho stretto la mano a Kazuchika Okada. Non mi sono ancora ripreso.