La ruota continuerĆ  a girare… E Vince McMahon guadagnerĆ  soldi nonostante sĆ© stesso

Correva l’anno 2011 e, sullo stage di Las Vegas, un CM Punk a gambe incrociate sputava in faccia al mondo la veritĆ , autoproclamandosi l’unico baluardo contro un sistema marcio, immobile e schiavo dei soliti nomi. Quindici anni dopo, e senza l’ombra lunga di Vince McMahon, quella ruota ha smesso di girare per conto suo: ĆØ diventata la lussuosa giostra della TKO, e CM Punk ci ĆØ salito sopra come il più ubbidiente dei passeggeri.

Vederlo oggi con l’Undisputed WWE Championship alla vita fa un effetto sinistro: non ĆØ la chiusura di un cerchio, ĆØ un cortocircuito etico. L’uomo che ha costruito la sua intera mitologia sulla rabbia dell’esilio e sulla guerra al “part-timeismo” dei Goldberg e dei Lesnar, oggi si siede sul trono più importante della federazione a quarantasette anni suonati, con una tenuta fisica che si regge sulle preghiere e un’autonomia sul ring ridotta ai minimi termini. La WWE ha scelto la via del coraggio zero, della nostalgia commerciale da dare in pasto agli azionisti, ma il prezzo da pagare ĆØ altissimo: la totale svalutazione di uno spogliatoio che si fa il mazzo trecento giorni all’anno, costretto a guardare un fantasma del passato che si rimangia, parola per parola, ogni singolo secondo di quella Pipe Bomb.

L’era del clickbait istituzionalizzato

Il problema non ĆØ nemmeno più il personaggio in sĆ©, ma la totale capitolazione della logica sportiva e narrativa sull’altare del profitto immediato e della viralitĆ  spicciola. Siamo passati dall’era dello storytelling ragionato e della valorizzazione del roster all’era del clickbait istituzionalizzato. La dirigenza attuale si riempie la bocca di parole come “nuova era” ed “evoluzione” ma, nei fatti, dimostra una gestione scellerata e incompetente della propria risorsa più preziosa: la credibilitĆ  a lungo termine.

Sia chiaro, per evitare malintesi: qui nessuno si beve più la kayfabe con il cucchiaino. Chi vi scrive non ĆØ una sprovveduta dell’ultima ora rimasta folgorata da ciò che passa lo schermo, nĆ© qualcuno che confonde la realtĆ  con la predeterminazione. Sappiamo tutti benissimo che Phil Brooks ĆØ un professionista che recita un copione, che stringe mani nel backstage e che si muove dentro un business spietato dove i sentimenti non esistono e contano solo i dollari. Il punto non ĆØ “avercela” con l’atleta o con l’uomo, ma evidenziare la pigrizia intellettuale e la sfacciataggine di una recita che offende l’intelligenza dei fan consapevoli. PerchĆ© c’è un limite oltre il quale lo spettacolo non ĆØ più narrazione, ma presa in giro deliberata.

Il ribelle imborghesito

Ed ecco che crolla definitivamente la maschera, mostrando la parabola più triste e ipocrita della storia recente di questa disciplina. Per anni Phil Brooks ci ha venduto la narrazione del martire, del reietto d’élite che ha abbandonato la nave perchĆ© non sopportava di vedere il merito calpestato dai finti ritorni dei vari The Rock, Lesnar o Batista. Ha vomitato bile su chiunque tornasse a prendersi i riflettori e iĀ mainĀ event, a scapito dei giovani che sputavano sangue sulla strada.Ā 

Oggi, quel fustigatore dei costumi guarda lo spogliatoio dall’alto del suo status diĀ part-timerĀ di lusso, stringendo tra le mani una cintura che, logicamente e atleticamente, non gli spetterebbe in nessun universo parallelo. Ha barattato i suoi vecchi, sbandierati ideali con lo status di intoccabile protetto. La veritĆ  ĆØ che a CM Punk non ĆØ mai importato di cambiare il sistema: gli importava solo che il sistema non stesse premiando lui. Ora che la TKO gli ha steso il tappeto rosso, permettendogli di fare il bello e il cattivo tempo con un briciolo dello sforzo richiesto a tutti gli altri, la rivoluzione può attendere. Il ribelle si ĆØ imborghesito, ha timbrato il cartellino e ha incassato l’assegno.

Il doppiopesismo della nostalgia

Il re ĆØ nudo, ma non manca chi ha deciso di coprirsi gli occhi. Infatti, il capolavoro finale di questo teatrino ĆØ il silenzio assordante di una fetta di pubblico. Per anni abbiamo assistito a processi sommari contro Roman Reigns, accusato di tenere in ostaggio la federazione, di muovere i fili del backstage secondo i propri comodi e di combattere con il contagocce. Ma la veritĆ , oggi più che mai, ĆØ evidente: se al posto di CM Punk, in questa parabola identica, ci fosse statoĀ Reigns, a quest’ora il fandom starebbe giĆ  brandendo i forconi eĀ chiedendoĀ la testa della dirigenza. Le “vedove di Punk”, in primis, sarebbero in prima linea a gridare allo scandalo e al sopruso meritocratico. E invece no: seĀ ReignsĀ difende il suo status ĆØ un tiranno da abbattere, ma se Punk si siede su un trono che non gli spetta per diritto atletico o narrativo allora ĆØ il “giusto riconoscimento alla carriera”. Un doppiopesismo imbarazzante che dimostra come una parte di tifoseria non cerchi la giustizia o la freschezza del prodotto, ma solo la convalida dei propri feticci nostalgici.

Nuovi padroni, vecchi teatrini

Meet the new boss, same as the old boss“, cantavano i The Who nel 1971. E non c’è sintesi rock migliore per descrivere questa totale capitolazione morale. Ci avevano promesso una nuova era di meritocrazia e coraggio creativo, ma ci restituiscono il solito, vecchio teatrino dove il denaro batte la coerenza tre a zero. Complimenti alla WWE/TKO per la totale assenza di fegato, capace di trasformare il manifesto della più grande rivoluzione dell’era moderna nel più remunerativo e rassicurante dei copioni aziendali.

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