E’ il mondo che lo vuole. E’ il mondo che lo cerca. E’ il mondo che, affetto da negatività perenne, avvolto dal male, aggirato da menti brillanti ma maligne, scava in profondità per trovare, sempre e comunque, anche quell’unica goccia di romanticismo presente. Si può trovare il romanticismo anche nel Professional Wrestling? Si può trovare il romanticismo in un solo, seppur iconico, personaggio, eccentrico e sopra le righe, discusso, amato e odiato?
Lo si può trovare.
Lo si può trovare nello schiaffo morale che si da ad una società ancora non pronta a certi discorsi. Lo si può trovare nella sommossa lenta ma inesorabile che stava gridando per avere dei risultati nella lotta ad una malattia terribile. Lo si può trovare nella riscossa di un uomo, che in un momento importante della sua carriera, della sua vita, il momento della maturazione completa, decide di lasciarsi tutto alle spalle, cognome, e che cognome, compreso, per partire in un viaggio che non sa dove porterà. Lo si può trovare negli occhi di fan che fino a quel momento avevano avuto paura di tifare per qualcuno “diverso” da loro. Lo si può trovare negli occhi di fan che “diversi” da loro lo erano e si ritrovavano, assieme ad altre migliaia, a dover odiare un Character Heel. Un Character Heel che però, forse per la prima volta, ha davvero diviso le folle. Forse nella storia del Pro Wrestling nessuno era stato cosi al centro, cosi Cool, cosi intimamente inenarrabile.
Le idee vengono dalle menti meno avvezze a certi discorsi, a volte. Le idee, poi, si rifiniscono grazie a menti più aperte, più libere, più giovani. Le idee, infine, si definiscono e si consolidano nell’immaginario collettivo grazie a un’interpretazione. Occhi neri, corpo completamente coperto, viso d’oro. Come un santo, una statua innalzata all’altare della modernità, nasceva Goldust. Nasceva la Gimmick più culturalmente alta dell’era Gimmick, anche se non lo sapeva, probabilmente, ancora nessuno.
Si erano visti, poco prima di lui, o lei, o semplicemente Goldust, Duke “The Dumpster” Droose, uno spazzino che godeva e gode di molto meno rispetto degli spazzini veri, portatori di gioia e padri delle nostre strade pulite, senza i quali patiremmo in mezzo al letame; ed Henry O Godwinn, un porcaro prestato al Wrestling, che ben presto troverà anche un cugino e uno zio, Hillbilly Jim, che più che stereotipati erano action figures create ancora prima dei Wrestler stessi.
Di Goldust invece, l’interprete era Dustin Rhodes, un lottatore buono. Molto buono. Un lottatore che aveva alle spalle una carriera già avviata. Un lottatore che era già stato, seppur per poco, nella World Wrestling Federation. Un lottatore che aveva avuto esperienza in Giappone, che aveva avuto una buonissima carriera nella WCW, con tanto di titoli in singolo e di coppia. Un lottatore che, però, era anche il figlio di Dusty Rhodes, The American Dream, e con un paragone come quello, o ci scendi a patti o ti fa a pezzi.
Dustin finisce in WWF e in mezzo a una decina di Gimmick uguali a quelle che aveva già avuto o abbastanza stupide da essere cestinate all’istante, trova qualcosa di accattivante. Non solo accattivante per ciò che è, ma per ciò che potrebbe essere. Mentre chi dovrebbe pensare per lui parla, lui non ascolta e pensa a sua volta. Già lo vede, tutto d’oro e con una parrucca di scena bionda, mentre con sullo sfondo Hollywood prende in giro con il fare maschile, femminile ma soprattutto libero, ogni “omaccione” presente nella WWF. Ma soprattutto, si scrolla di dosso l’etichetta del figlio del vecchio Dream.
Goldust, in un colpo solo, riesce a riscattare un uomo, a realizzarlo e portarlo al successo. Rivendica il diritto di potersi comportare come si vuole, ridicolizza lo stereotipo sempre più becero di uomo macho e si mette a cavallo fra due ere. La prima, quella Gimmick, che avrebbe potuto rifiutarlo perché non era abbastanza “stupido”, non faceva abbastanza ridere o perché risvegliava paure indicibili, paure di ammettere che qualcosa può essere grandioso anche se in un modo che la nostra mente non aveva ancora pensato. Un’Era Gimmick che invece lo accolse e anzi, senza che nessuno se ne accorgesse, lo elesse come traghettatore silenzioso fino a una nuova riva, nella quale tutti avrebbero avuto più libertà e più spazio di manovra. L’Era Attitude, dal canto suo, poteva altrettanto rifiutare Goldust, troppo vecchio, ormai, già passato di moda, troppo visto. Invece no, agli albori della rivoluzione Goldust ebbe il suo ultimo slancio e abbandonò la zattera soltanto quando la terra fu visibile per tutti.
Goldust, nella persona di Dustin Rhodes, aldilà del fatto che il Wrestler piaccia o no, aldilà del fatto che la sua carriera sia da grande campione, da Main Eventer, da Dusty, da Cody oppure no, è uno dei personaggi, dei movimenti, delle cose e basta, più sottovalutate della storia del Wrestling. E si, può essere romantico. E’ romantico il suo ricordo. E’ romantica la sua voce quando nessuno parlava cosi. E’ romantico il suo corpo quando nessuno lo muoveva cosi. Sono romantici i suoi baci agli avversari e a sua moglie, quando nessuno baciava entrambi. E’ romantico, e lo sarà per sempre, quel pezzo di astuzia, libertà ed anche giustizia, visto su un Ring di Wrestling.








