Erano figli di Amituanaʻi Anoaʻi e di Leoso Ripley. Sono stati i capostipiti di un leggendaria famiglia, una famiglia che ancora oggi detta legge sui Ring della più importante compagnia di Wrestling del mondo. Hanno portato sul Ring l’urlo selvaggio, hanno intimato arretramenti, impersonato cannibali, forgiato Face in ogni dove. Sono nati a due anni di distanza, e sono morti che la distanza era soltanto di due mesi.
La vita ci ha insegnato quanto veloci, dopo che si raggiunge l’età adulta, gli anni passino. Ci ha mostrato sui volti dei nostri genitori e sullo specchio, quando impietoso sia il giudizio del tempo e ci ha accoltellato alla schiena ogni qualvolta abbiamo preso una vecchia fotografia in mano. Le vite corrono. Le vite finiscono. Sempre, quando qualcuno se ne va, c’è qualcun altro che resta. In molti casi, in quei legami più stretti, chi resta però non ce la fa, non può e non vuole affrontare la vita. Un marito, decide di abbandonarsi alla propria vecchiaia. Una moglie, si lascia andare, se non può più stare fra le braccia del suo uomo di una vita.
Ci sono anche altri legami però, che nascono da un qualcosa di ancora più forte, più sanguigno, carnale. Ci sono legami fraterni, che grazie allo stesso sangue, alla stessa madre, allo stesso padre, annodano talmente forte le maglie della catena, da compromettere, quando questa si rompe, non solo se stessi ma anche l’altro.
Afa e Sika Anoa’i, hanno vissuto cosi. Wild Samoans. Selvaggi e samoani. E come se no? Venivano da quelle isole lontane, avevano quei capelli lunghi, quegli aspetti poco curati. Si potevano utilizzare per incutere timore, per mandare in cielo quelli che invece, in cielo, non riuscivano ad andarci da soli.
Il primo fu Afa, il maggiore, che poi portò insieme a lui anche l’inseparabile Sika. Il loro percorso nel mondo del Pro Wrestling fu abbastanza veloce e dalla Stampede Wrestling, prima federazione nella quale si esibirono, finirono nelle decine di compagnie della National Wrestling Alliance e infine, ormai ai ferri corti con l’appena citata NWA, alla WWF.
Fu qui che esplosero definitivamente. Fu qui che diventarono un punto fermo, fu qui che restarono per più di quindici anni e fu anche grazie ai denari guadagnati in giro per gli Stati Uniti insieme a Vince McMahon, prima padre e poi figlio, che potettero mettere su famiglia, e con quella famiglia una scuola di Wrestling, dando i natali, letteralmente e sportivamente, ad alcuni dei più importanti lottatori della loro epoca: da Yokozuna a Rikishi, da Umaga a Jey Uso, da Solo Sikoa a Roman Reigns.
I Wild Samoan, Afa e Sika Anoa’i, sono sempre stati consapevoli del loro ruolo, nel Wrestling e nella vita. Non hanno mai chiesto troppo, perché non se lo potevano permettere, ma hanno dato tanto, e questo si che lo hanno fatto alla grande. Non c’è compagnia di Wrestling nel mondo, almeno fra quelle che contano, che non abbia visto fra le sue fila un Anoa’i, che non l’abbia visto nei piani alti. Non c’è un fan nel mondo del Wrestling, di qualsiasi generazione, che non abbia sentito parlare, almeno una volta, di uno di loro. Tutto ciò, grazie a due fratelli che hanno dedicato la vita ad una disciplina, a una bestia. Hanno dedicato la vita ad accudirla e a nutrirla, prima che arrivasse il 2024. Prima che la loro missione finisse.
E sul finire quando ognuno aveva già dato, anche separatamente, tutto ciò che poteva ai suoi cari, che quel legame si fece sentire di nuovo. Quella catena era pronta a spezzarsi cosi come si era stretta attorno ai due fratelli. Il primo ad andarsene, ironia della sorte, fu l’ultimo che era arrivato: Sika, e lo fa il 25 giugno. Afa, senza forze e solo con una corda di ferro larga, si arrende il 16 agosto.
Mi piace pensare che, al vederlo arrivare al suo fianco, Sika, non abbia detto molto, ma lo abbia solo guardato negli occhi come faceva sempre, e presa l’estremità della catena appesa alla vita di suo fratello gli abbia detto: “Stavi tardando ad arrivare”. Per poi, come tutti i giorni della loro vita, cominciare ad urlare, spettinati, fra le grida del mondo. Selvaggi nella vita, selvaggi nella morte.








