C’è una strana, gentile crudeltà nel Giappone: la capacità di spogliarti di tutto per rivelarti chi sei davvero. È come se l’isolamento linguistico, la ritualità ossessiva della cortesia e i sapori alieni creassero un laboratorio dell’anima. Per capire cosa ti rimane dentro, devi prima dimenticare chi sei abituato a essere.

Allen Neal Jones atterrò a Narita nell’aprile del 2014 come un re senza regno. Aveva trentasette anni e ne aveva spesi dodici a reggere sulle spalle la TNA Wrestling, una casa che scricchiolava sotto il suo stesso peso. Quando quel capitolo si chiuse, Jones si ritrovò nella terra di mezzo temuta da ogni wrestler americano: troppo leggendario per le indies, troppo “piccolo” per i canoni della WWE. Aveva un nome di battaglia – AJ Styles, The Phenomenal One – e un talento cristallino, ma nessun palcoscenico degno su cui recitare.

La New Japan Pro-Wrestling non gli offrì semplicemente un contratto. Gli offrì una tela bianca. Un’identità nuova.

Il Paese che non ha bisogno di conoscerti per rispettarti

Il 2014 a Tokyo aveva il sapore dell’elettricità statica prima di un temporale. La città, proiettata verso le Olimpiadi del 2020, viveva in bilico tra il futuro e l’eterno: i neon di Akihabara si riflettevano sull’asfalto bagnato, i konbini aperti 24 ore su 24 fungevano da fari nella notte insonne, mentre i vicoli di Setagaya profumavano ancora di legno vecchio e zuppa di miso, custodendo una quotidianità quasi monastica.

In questo scenario, la NJPW stava rinascendo. Hiroshi Tanahashi aveva restaurato l’estetica e l’onore del wrestling nipponico, il Tokyo Dome tornava a ruggire. E poi c’era il Bullet Club: la fazione di stranieri fondata da Prince Devitt, l’elemento più sovversivo, fresco e arrogante del panorama mondiale.

Quando Devitt partì per la WWE, il trono rimase vuoto. Era un seggio pericoloso: il Bullet Club viveva sulla provocazione culturale, sull’idea dell’invasore americano che fa il gesto del Too Sweet con un sorriso storto senza mai chiedere scusa. Per guidarli serviva qualcuno di magnetico. Qualcuno capace di farsi amare proprio mentre fingeva di non volerlo.

AJ Styles era l’uomo giusto.

Invasion Attack: Il suono del silenzio

La sera del 6 aprile 2014 il Sumo Hall era sold out. Il pubblico giapponese possiede una qualità rara: il silenzio. Non è disinteresse, è concentrazione assoluta, una forma di rispetto quasi religiosa.

Kazuchika Okada, il Rainmaker, il predestinato, aveva appena concluso il suo match. Le luci cambiarono. Allen Jones emerse dal sipario con passo lento, quasi indifferente. Colpì Okada con la Styles Clash prima ancora che la folla potesse elaborare l’accaduto.

Il pubblico non fischiò. Per un secondo – quell’istante in cui il cervello ricalibra la realtà – il Sumo Hall rimase pietrificato. Poi esplose. Non di rabbia, ma di stupore puro. I più attenti sapevano chi fosse, ma per la massa era un fantasma in carne e ossa, un invasore arrivato da un mondo lontano con la sicurezza di chi non ha più nulla da perdere.

«Darmi la cintura immediatamente è stata la mossa più intelligente che potessero fare», avrebbe confessato Styles anni dopo. «Di solito non dai il titolo massimo a uno straniero appena arrivato. Ma loro lo fecero. E funzionò. Mi mise sulla mappa all’istante».

Un Gaijin tra i Sensei

La storia del wrestling giapponese è spesso la storia di un magnifico equivoco: l’Occidente guarda al Giappone cercando la purezza del combattimento e l’onore; il Giappone guarda all’Occidente bramando quella sfacciataggine pop, quella grandiosità egocentrica che la loro cultura tende a sopprimere. Il Bullet Club era la sintesi perfetta: stranieri che rispettavano il Giappone abbastanza da capire quanto potessero permettersi di essere irrispettosi.

Styles, pur non parlando una parola di giapponese, parlava fluentemente la lingua del ring. Conosceva la prossemica del combattimento, la gestione degli spazi e dei tempi come un musicista jazz conosce gli intervalli.

I suoi scontri con Minoru Suzuki durante il G1 Climax del 2014 rimangono pietre miliari. Suzuki, l’uomo dello shoot wrestling, portatore di una violenza metodica e glaciale, trovò in Styles la sua controparte perfetta. Due filosofie opposte che si riconoscevano. Cinque stelle per il Wrestling Observer, un capolavoro per la storia.

Jet lag e Yakiniku: perdersi per trovarsi

Ma la vita del gaijin non è fatta solo di gloria. È fatta di aeroporti, di fusi orari che schiacciano il corpo come una pressa idraulica, di hotel dai letti troppo stretti. E di cene.

Esiste un aneddoto, raccontato dallo stesso Styles, che restituisce l’umanità di quel periodo. Dopo ogni tour, gli sponsor portavano il Bullet Club a cena. Erano banchetti lunghi, cerimoniosi, fondamentali per il tessuto sociale giapponese. Il problema era il jet lag. Appena l’odore del cibo arrivava al tavolo, Styles crollava.

Non un pisolino: sveniva letteralmente, testa in avanti, a volte con le posate ancora in mano.

«Era scortese, lo so, ma il mio corpo si spegneva», raccontò AJ. Karl Anderson e Doc Gallows, anime della festa, coprivano il loro leader mantenendo viva la conversazione mentre il Campione del Mondo dormiva tra una portata e l’altra.

La sua ancora di salvezza culinaria divenne il barbecue coreano, il galbi. In quei ristoranti fumosi di Tokyo, dove la carne sfrigola al centro del tavolo, Styles trovò il suo rifugio. «Pollo, manzo e riso. Come fai a non amarlo?». Era il suo modo di mettere radici in un terreno che non capiva fino in fondo.

La solitudine del primo violino

Il G1 Climax è un esame di filosofia applicata al dolore. Luglio e agosto, l’umidità di Tokyo che ti entra nei polmoni, una maratona di match in cui ogni sconfitta pesa come un macigno. Lì, Styles imparò una lezione buddista: si può perdere rimanendo intatti. Dopo anni in TNA, dove ogni sconfitta sembrava una sentenza sul suo valore, in Giappone scoprì che la sua grandezza trascendeva il risultato.

I suoi duelli con Kazuchika Okada e Shinsuke Nakamura definirono un’era. Con Okada costruì un romanzo a puntate fatto di tecnica e contromosse. Con Nakamura, l’artista del caos controllato, ballò un ultimo tango straziante a Wrestle Kingdom 10, il 4 gennaio 2016. Styles perse, ma fu una sconfitta che sapeva di addio. Nakamura sarebbe andato in WWE mesi dopo; Styles aveva già un piede fuori dalla porta. Non fu un match, fu la chiusura di un cerchio.

L’epilogo: Quello che rimane

Quando la WWE chiamò, offrendo “l’opportunità della vita”, Styles non ebbe dubbi. Il 24 gennaio 2016, al numero tre della Royal Rumble, il pubblico di Orlando esplose in un boato che scosse le fondamenta dell’arena. Non stavano salutando solo un ex wrestler della TNA. Stavano acclamando il conquistatore del Giappone.

C’è un’immagine che riassume tutto questo, meglio di qualsiasi cintura. AJ Styles, al centro di un ring in un palazzetto di provincia giapponese, lontano dai riflettori del Tokyo Dome. Qualche centinaio di persone, un silenzio rispettoso. Lui solleva la cintura IWGP, ma non la mostra al pubblico. La guarda lui stesso. Quasi per accertarsi che sia reale.

«Stavo lavorando con i migliori atleti del mondo e vivevo con i miei migliori amici. È stato incredibile».

In questa frase semplice c’è tutta la verità. Il Giappone non lo ha cambiato con grandi rivelazioni mistiche, ma con la somma di piccoli rituali. Il suono delle porte dei treni, la cortesia formale, la fatica condivisa, le cene dormendo seduto.

Allen Jones partì per il Giappone come un uomo che cercava lavoro. Tornò come AJ Styles: un uomo che aveva smesso di definirsi per ciò che gli mancava, imparando finalmente a riconoscersi in ciò che era.

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Luca Grandi
Mi sono appassionato al wrestling molto tempo fa. Da lì è stato tutto in discesa. Scrivo di wrestling come se importasse davvero — perché importa davvero, anche se nessuno lo ammetterà mai in pubblico. Ho stretto la mano a Kazuchika Okada. Non mi sono ancora ripreso.