Durante una recente puntata del podcast Hall of Fame con Booker T, l’ex Superstar Alex Riley ha negato di voler tornare a lavorare per la WWE, e ha poi parlato di un argomento scottante toccato in passato anche da CM Punk: i sindacati nel wrestling. Booker gli ha poi chiesto di elaborare il suo discorso e Riley ha proposto la sua visione delle cose.

Più voce in capitolo alle Superstar

“Prima di tutto darebbe ai talenti più voce in capitolo”, ha detto Riley. “Non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Le cose sarebbero più bilanciate. Non nego che la persona che attira più pubblico dovrebbe portarsi a casa la fetta più grande, i soldi vanno alla star. Ma gli atleti che sostengono quella star, o che stanno cercando di diventarlo loro stessi, bisogna dar loro qualcosa su cui appoggiarsi. Bisognerebbe dar loro una paga stabile e un sistema di fiducia che gli permetta di mettersi al pari con la faccia della compagnia. Si dovrebbe assomigliare di più a una famiglia”.

“Mi sono spaccato la schiena lì dentro”

Riley ha continuato: “Sono stato in quel business per dieci anni, ci ho passato la vita. E a chiunque dica il contrario, vorrei dirgliene quattro. Mi sono spaccato la schiena lì dentro, sono orgoglioso del lavoro che ho fatto. Davvero. Ma c’è bisogno di una piattaforma per quelli che non sono le star principali, per assicurare il loro lavoro e dar loro la possibilità di provarci davvero. Credo davvero che ci sia spazio per dei sindacati, per avere un campo da gioco più equo. Se lavori per la AEW, o per la Reality of Wrestling, o per la WWE, dovresti entrarci sapendo che potresti essere la prossima star”.

WWE vs NFL e NBA

Riley e Booker hanno poi discusso ulteriormente della sindacalizzazione, e Riley ha paragonato il wrestling alla NFL e alla NBA. Entrambe le organizzazioni hanno sindacati dei giocatori e Riley sostiene che questo aiuti la professionalità delle leghe: “Siamo onesti: in WWE le star al top sono tutelate. Le tre o quattro superstar di punta, mi odieranno perché sto dicendo questo, ma ricevono favoritismi. Io parlo a chi cerca di diventare la star al top. Parlo alle centinaia di persone che sono lì e non sanno cosa stia succedendo, né se ce la faranno a costruirsi un nome. E non sono cinquanta, ce ne sono un centinaio. Cerco solo di spiegare il mio pensiero su come un’organizzazione sportiva dovrebbe funzionare, idealmente. Sono stato molto vicino alla NFL, non ho mai partecipato alle competizioni ma sono stato in quegli spogliatoi. Sono stato nel giro della NBA. C’è una concezione del lavoro e della professionalità ben diversa in quegli ambienti, e penso che i sindacati aiutino a proteggerla”.