Non è semplice per una federazione gestire dei titoli. Devi saper leggere le esigenze della narrazione, quelle del pubblico, della dirigenza, dei giochi politici. Devi saper garantire i passaggi giusti che attirino ascolti e vendite, con incontri all’altezza e saggi esposizioni di storie, Non è semplice, ma di certo neanche così complicato.

Molti di voi saranno cresciuti nei duemila e quindi neanche se lo ricorderanno. Il passaggio di titolo, verso la fine degli anni 90′, non era una esigenza ma un vizio. E quando non era un vizio, era uno shock completo. Per tanto tempo si è dibattuto sul giro estenuante delle cinture WCW, sui campioni che cambiavano di mese in mese, spesso per vezzo più che per una esigenza vera e propria. Capitava ai titoli secondari in maniera seriale, tra ppv e house show e show televisivi. Poi ha cominciato a prendere il possesso del titolo maggiore, esposto al pubblico ludibrio affinché il pubblico potesse gridare wow e potesse seguire maggiormente il prodotto. Solo che, appena svaluti il tuo oro, tutti se ne accorgono e anche l’azione più seria comincia ad esser presa con superficialità. Non è un caso che tra gli ultimi mesi del 2000 e il 2001, la WCW avesse riacquistato potere d’acquisto e stesse risalendo lentamente anche negli ascolti. Per quanto possano essere lunatici, ai fan piace vedere una struttura semplice, armonica, lineare. Che parta da A e arrivi a Z, senza che vi siano inutili ostacoli nel mezzo. La WWF si poteva permettere certi passaggi da un punto di forza, da un appeal molto forte e di maggiore interesse. Steve Austin, The Rock, Mick Foley, Triple H valevano più della vecchia guarda di Atlanta (Hulk Hogan, Randy Savage, Ric Flair, Sting), sapevano di acqua fresca in un giorno di caldo torrido.

Oggi la situazione è ben diversa. Ed è diversa da due punti di vista: la WWE è in posizione di monopolio assoluto e passa in tv. Dunque non può permettersi come negli anni 80′ di formalizzare dei cambiamenti in un lasso di tempo molto lungo (e quando è accaduto, i fan di vario genere si sono riversati sul web per gridare il proprio astio e il proprio disappunto). Non si può permettere spesso un Hogan campione quattro anni, oppure detentori del titolo che passino da una Wrestlemania all’altra o da una Wrestlemania ad un Survivor Series (e viceversa). Siamo tutti impazienti di vedere sempre qualcosa di nuovo, al di là dei record, delle storie, delle simpatie e antipatie. Un campione lungo stanca, logora, sfinisce. JBL arrivò ad un tal punto che fu inevitabile tifare apertamente per il John Cena di quegli anni e garantirgli la spinta giusta verso la leggenda – eppure oggi rivendichiamo quel regno spigoloso del texano, le manfrine e la furberia sprigiolata sul ring in modo da conservare il conservabile, anche a scapito dei suoi scagnozzi. La tv poi è un media imprescindibile per capire come va il mondo: se Orton porta(va) ascolti bassi, Cena è capace di alzarli sensibilmente. È un fluttuare tra un wrestler e l’altro nella ricerca del profilo giusto all’incremento del successo dell’azienda WWE. Roman Reigns era il profilo giusto secondo la dirigenza ma non secondo i fan e allora è stato rimescolato tutto, in attesa di capire cosa farne nel futuro. Vuoi la lenta crisi del settore, vuoi la redistribuzione dell’interesse verso altri lidi (Giappone, Europa), oggi la federazione dei McMahons si trova in un guado difficilmente comprensibile.

E nel guado sono avvenuti la bellezza di una trentina di cambi titolati tra tutte le cinture presenti. Quella più toccata è stata quella Us (7 cambi), al contrario quella Intercontinentale ha trovato dei padroni intoccabili (prima Ambrose e poi The Miz) e si è salvato dal giro. Non una buona media, specie se si tratta di cinture con titolari di primissima fascia. È anche vero che gli ascolti variano a seconda di come si muovono quei main eventer, e allora il balletto tra Owens e AJ Styles potrebbe anche essere giustificato. Ma quello che puzza è soprattutto il continuo passaggio tra due interpreti senza che vi sia un fine preciso, donando a taluni di essi un palmares invidiabile pur senza particolari meriti. Penso alla sufficiente Naomi che può vantare di esser stata campionessa per ben due volte, oppure ad un Tozawa che improvvisamente diventa campione prima di ripiombare nell’anonimato. Oppure al giro in atto tra Usos e New Day giusto per consentire ai secondi di essere i più titolati della storia della federazione. Un premio interessante per loro ma i tifosi vogliono vedere qualcos’altro, vanno oltre i record della federazione e i suoi pensieri. Dunque oggi cambiare troppo non è la soluzione migliore per garantire interesse al prodotto, semmai dare un peso importante ai campioni come accade molto facilmente a Raw.

Corey
Dal 2006 redattore di Zona Wrestling e autore di rubriche come il Pick The Speak, Wrestling Superstars, The Corey Side, Giro d'Italia tra le fed italiane, Uno sguardo in Italia, Coppa dei Campioni, Indy City Beatdown e tante altre. Studioso del wrestling in tutte le sue sfaccettature, col tempo ha voluto perdere la definizione di "Marco Travaglio del wrestling web".