Non tutti i wrestler sono fatti per essere campioni. La storia del wrestling ci riporta alla memoria atleti grossi, carismatici, in grado di trascinare intere folle. Poi un giorno è arrivata la ECW che ha ribaltato un concetto. Puntando sui piccoli, a volte svolazzoni, a volte molto tecnici, a volte “violenti”. Mettendo sulla mappa fisici che poi si prenderanno la scena negli anni 2000. CM Punk, Bryan Danielson, AJ Styles – per citare i tre wrestler più influenti e di maggior successo – si impongono anche grazie all’eredità lasciata dalla pattuglia di Paul Heyman e Don Callis, spesso ritenuta sgangherata eppure di così grande impatto per tutte le compagnie.
Da quella storia viene Darby Allin. Che è piccolo, svolazzino, tenacemente resistente. Piace parecchio al pubblico, pur essendo l’antitesi del campione mondiale. Non siamo sulla sponda di Chris Sabin che diventa campione mondiale in TNA. Siamo nelle mani di un ragazzo che si è conquistato con le unghie e coi denti una posizione di prestigio: l’underdog perenne, il pillar che non molla mani, la rappresentazione della rivincita dei nerd, degli emarginati. Con la fatica e con la determinazione si possono raggiungere vette inesplorate.
Però la storia della AEW dice che, fra i tanti, Allin non è il più talentuoso, il più carismatico, il più indicato per essere un campione. Certo piace tanto ai fan. Ma quell’altezza, quel moveset così ridotto, la propensione a sentire piacere nel dolore, la necessità di essere accompagnato in ogni match dicono che la scelta di pusharlo per il titolo è tanto notevole quanto singolare.
Come farlo funzionare, allora?
L’unico modo è prendere un treno e guidare a 200 all’ora. Sperando che Allin sia sempre in grado di mantenere alta la barra della competizione.
Risultato? Il regno sta convincendo. Non poco. A tal punto che potrebbe non fermarsi a Double Or Nothing e andare avanti per qualche tempo ancora. Perché va bruciato nel corso delle settimane, correndo, all’impazzata, per renderlo credibile. Tommaso Ciampa, Brody King, Kevin Knight, Pac, Konosuke Takeshita e Sammy Guevara: i precedenti campioni non avevano mai vissuto un campionato così variegato di avversari in grado di validare la conquista di una cintura avvenuta in modalità tanto semplici quanto complesse.
Allin non disturba. Non ancora. Certamente questa corsa non può durare a lungo. Aiuta anche che la storia principale, quella con MJF, stia mantenendo alta l’attenzione sul fatto che le sfide settimanali non siano il focus principale. Sappiamo già come andranno le difese, ci si gode il match e la narrazione che si portano dietro (o magari il contesto, basti pensare al match con Pac).
Non era facile con lui. Però il booking team è riuscito a rendere fin qui divertente e lineare il percorso.








