Il mese scorso, senza fare troppo rumore, Tye Dillinger ha pubblicato un post il giorno del suo compleanno (19 febbraio) chiedendo il proprio rilascio e contestualmente ringraziando la federazione per le opportunità ricevute. Tre giorni dopo, la WWE ha garantito al performer la rescissione del proprio contratto, essendo stata messa elegantemente e dolcemente in un angolo. Chapeau.

 

Le modalità con cui Dillinger (oggi Shawn Spears) ha ottenuto il rilascio sono state di una finezza ed un’arguzia incomparabili, concludendo nel modo forse giusto una parentesi durata, neanche a farlo apposta, ben 10 anni. Esatto, un’intera decade sotto lo stesso ombrello, con una pausa durata 4 anni a cavallo tra il 2009 ed il 2013.

Il lottatore muove i primi passi alla Hart Wrestling School, sotto gli insegnamenti di Smith Hart, Waldo Von Erich ed Eric Young, si fa le ossa per 5 anni e, dopo qualche cameo e qualche dark match in WWE, viene messo sotto contratto con la federazione stessa che lo manda nel settore di sviluppo.

Mentalmente un po’ tutti collocano Dillinger nella “generazione NXT”, ma il suo passato nella Federazione affonda radici ben più profonde: addirittura nella OVW, settore che ha preceduto la FCW (precedente incarnazione di NXT). Le sue prime faide sono state con Simon Dean e Aaron Stevens (Damien Sandow) ed il suo primo titolo viene conquistato in coppia con un verdissimo Cody Rhodes, sconfiggendo i redivivi Deuce ‘n Domino (ei furono Throwbacks). Altri rivali sono stati Paul Burchill, Santino Marella, Wade Barrett…tutti nel settore di sviluppo, prima che questi atleti conquistassero una certa notorietá nel main roster. E parliamo ancora di OVW.

Una volta cambiato il settore di sviluppo dalla OVW alla FCW, Dillinger conquista altri Titoli di coppia con Dolph Ziggler, prima di esordire nel “main roster” (se cosi´si puo´definire la ECW made in WWE) con un esaltante stint, perdendo tre match contro Ricky Ortiz, Super Crazy e Finlay prima di essere rilasciato e vagare per le indy per un quadriennio.

Una volta sondate e navigate le tortuose acque del wrestling indipendente degli Stati Uniti, Dillinger viene nuovamente messo sotto contratto dalla WWE, ma il territorio di sviluppo è leggermente diverso rispetto a qualche anno addietro: la FCW è divenuta NXT, un vero e proprio laboratorio da scienziati del wrestling per sviluppare, esaltare e selezionare i migliori talenti in circolazione, fornendo loro tutto l’aiuto ed il supporto mastodontico cui solo la WWE è capace di fornire. In questo contesto vecchio ma nel contempo nuovo, Dillinger viene nuovamente messo in un tag team con Jason Jordan.

I due risultano essere piuttosto anonimi, presentati come due “atleti di primo taglio” senza pero´un background, una storia, una faida. Dopo non molto tempo, qualche match meccanicamente ben combattuto e pochi angle rilevanti, Jordan turna heel per poi formare, mesi dopo, uno dei Tag Team che hanno fatto la storia di NXT, gli American Alpha con Chad Gable: Dillinger retrocede, e per lui sembrano di nuovo spalancate le porte del licenziamento e dell’oblio creativo. Ma così non é.

Il nostro esperto rookie crea una nuova gimmick, quella del “Perfect 10” che noi tutti conosciamo ed abbiamo apprezzato nel corso di questi anni. Piano piano, match dopo match, il pubblico della Full Sail University comincia ad avere reazioni sempre più genuine e di affetto verso questo lottatore, che diviene finalmente qualcosa di piu´di un eterno jobber o la parte Jannetty di qualsiasi Rockers.

Pur non avendo mai una faida degna di tale nome o una vittoria altisonante, Dillinger va over con l’intero pubblico WWE, al punto di proporlo come ingresso a sorpresa (con il numero 10 ovviamente) alla Rumbe di 2 anni fa, ottenendo uno dei pop più roboanti della serata. Il pubblico va in visibilio, ed a Dillinger capita la cosa maggiormente attesa della sua carriera, un call up nel main roster (questa volta sul serio), senza sapere che per la sua carriera non ci sarebbe potuto essere nulla di peggio.

Al pari di Breeze ed EC3, Dillinger nel main roster non ha praticamente mai avuto una chance. Zero. Nisba. Nada.

Non stiamo parlando di un main eventer, non stiamo analizzando quella che sarebbe potuta essere la carriera di uno schiacciasassi da wrestling a 5 stelle, tuttavia Dillinger è stato promosso solo per essere immediatamente retrocesso. E´una prassi oramai comune, confermata mese dopo mese quando si parla di call up di livello medio e non medio/alto (ed anche qui potrei scrivere libri su come mi stia facendo cagare la gestione di Ricochet e Black ma aspetto che mi sbollisca un pochino di cianuro dalle vene).

Una volta scamazzato da Nakamura ed Orton come una lucertola da un trattore, Dillinger non ha fatto assolutamente nulla di rilevante, aggiungendo pioggia sul bagnato una volta riportato un severo infortunio. Smaltito lo stesso, tornato in un house show ed accertata la totale mancanza di piani creativi, a 38 anni decide di reinventarsi, investendo su se stesso e lasciando la federazione con pochi rimpianti (la AEW è per lui una destinazione pressoché certa, parliamoci chiaro).

Come valutare questo doppio lustro passato sotto l’egida della WWE dunque?

A me leggendo la sua carriera un pochino di tristezza mi è venuta, devo essere onesto. Un lottatore navigato praticamente giá al momento del suo esordio in OVW, che non è stato mai percepito come nulla di che: solo il pubblico è riuscito a risollevare le sue sorti, ma si è trattato di illusione breve ed effimera. Probabilmente nella WWE effettivamente non vi è spazio per lui, giusto dunque separare le proprie strade prima che l’età possa essere oggettivamente eccessiva per rivendersi in modo efficace.

La parola sta a voi. Dillinger avrebbe meritato forse di più o deve ringraziare per quanto raccolto?

…stay frosty!

Danilo
Atarassico, eclettico, nuotatore tendenzialmente pigro, amante dei fagioli con le cipolle, delle serie tv, dei manga e delle botte di Natale. Lavora anche, ma solo nel tempo libero.