Il rapporto tra mondo del cinema e wrestling è sempre stato particolarmente fecondo: da Dwayne “The Rock” Johnson a Dave “Batista” Bautista, senza dimenticare il nume tutelare del genere, Hulk Hogan all’anagrafe Terrence Gene Bollea. La serie Glow in onda su Netflix, però, rappresenta qualcosa di diverso, un passo in più: un intero show arrivato ormai alla terza stagione che si muove tutto all’interno dell’universo del ring, in particolare quello di genere femminile.

Le avventure della protagonista, Ruth Wilder, aspirante attrice non troppo di successo che decide di prendere parte a un nuovo programma di wrestling chiamato “Gorgeous Ladies of Wrestling”, da cui arriva l’acronimo del titolo, “Glow”, hanno raggiunto già dopo le prime puntata un seguito notevole. Il tutto anche grazie al resto delle protagoniste, una serie di ragazze, qualcuna non più giovanissima, dalle personalità molto forti. Tutte nel mirino di Sam Sylvia, un regista di film di serie B dal carattere tutt’altro che accondiscendente.

A dare slancio alla serie, soprattutto tra gli appassionati di wrestling, sono in particolare le molte partecipazioni di veri wrestlers durante gli episodi.

KIA STEVENS – A fare la parte del leone è sicuramente Kia Stevens che nella serie diventa Welfare Queen: nella realtà con il nome di Awesome Kong, la Stevens è uno dei nomi di punta della Impact Wrestling, federazione che ha fatto del motore rosa uno dei propri punti di forza. Oltre alla Stevens in “Glow” troviamo John Hennigan, meglio conosciuto come Johnny Mundo nel circuito Lucha Underground, che all’inizio della serie interpreta il personaggio di Salty “The Sack” Johnson.

 Altri due nomi di peso si aggirano durante le stagioni: in primis Marty Elias, arbitro sul ring e pure in “Glow”, e poi Chavo Guerrero, ex della gloriosa WWE e oggi anche lui in Lucha Underground, che è stato l’allenatore fuori dal set per tutte le attrici impegnate nello show made in Netflix.

CAMEO – Ancora più folto è l’elenco delle apparizioni più brevi e dei cameo. È il caso George Murdoch, già in WWE come Brodus Clay e ora Tyrus nell’Impact Wrestling, e Carlos Colón, il Carlito della WWE, che interpretano due wrestlers professionisti: i Lumberjacksons fratelli di Machu Picchu, una delle protagoniste di “Glow”. Oppure i due ex Ring of Honor, Frankie Kazarian e Christopher Daniels, conosciuto sul ring e dentro la serie per la sua peculiare finisher: Best Moonsault Ever. Infine, spazio come proprietaria di una sala azteca che ospiterà dei match anche per Brooke Hogan, figlia del leggendario Hulk Hogan su cui Netflix ha pronto un apposito biopic, con la parte del celeberrimo wrestler affidata a Chris Hemsworth.

FENOMENO GLOW – Nasce così il fenomeno Glow, partito in sordina con la prima serie del 2017, cresciuto esponenzialmente con la seconda fino a diventare un cult. Infatti, dopo i successi incassati con le prime due stagioni, il 9 agosto 2019 Netflix ha iniziato a trasmettere la terza stagione di Glow, dove le gloriose lottatrici del wrestling si ritrovano a Las Vegas per iniziare una nuova vita. Il tema della serie è l’emancipazione femminile e la scintillante città del Nevada, con le sue case da gioco e i soggetti curiosi che la animano, offre una miriade di opportunità. D’altronde anche la famosa autrice britannica Jane Austen usava i giochi di carte per descrivere i personaggi nelle sue opere, quindi Las Vegas sembra proprio il posto adatto dove ambientare una storia inedita e ricca di personalità eccentriche capaci di coinvolgere positivamente gli spettatori ancora una volta.

BOOM SOCIAL – Con una sfilata così ricca d’interpreti, oltre che una solida storia narrativa, “Glow” è riuscita a ritagliarsi uno spazio importante nel sempre più affollato mondo della serie tv. Un successo legato anche al forte apprezzamento attraverso i social ottenuto da un esercito di fan, con riscontri molto interessanti ricevuti non solo tra gli amanti del ring ma pure tra quelli dei fumetti, della comunità LGBT e persino, cosa inaspettata, da un pubblico più tradizionalista come i genitori e gli over 50.

Un fenomeno trasversale che non accenna a finire, mostrando ancora una volta tutte le potenzialità del wrestling, anche come veicolo di comunicazione per tematiche sociali più impegnate.