È particolare ritrovarsi a parlare dei 4 Pillars della AEW. La prima volta fu nel 2020 e pensavamo fosse giunto il momento per nuovi “fenomeni” di affacciarsi nel wrestling che conta. La compagnia aveva scelto i suoi: MJF, Sammy Guevara, Darby Allin e Jack Perry/Jungle Boy.

Il tempo parla sempre. Svela i pregi e i difetti. Cambia anche le prospettive, gli obiettivi. Oggi questi quattro ragazzi (insieme, intendo) non sono più il focus della AEW. E non credo torneranno ad esserlo. Anche se per molto tempo (e in diversi articoli) avevo pensato ad una storyline, ad un takeover di questi giovani ai danni delle vecchie leve del wrestling. Paradossalmente, se la situazione non fosse stata così disastrata per loro, la storyline dei Death Riders sarebbe stata una manna dal cielo per avanzarli e proporli definitivamente all’attenzione del pubblico.

MJF è stato l’unico che ha mantenuto le aspettative. Sammy Guevara ha pagato l’infantilismo e quella poca capacità di cambiare registro per crescere davvero. Jack Perry ha fatto lo switch di colpo, ma è fuori dalle scene da mesi e non se ne sente la mancanza. Darby Allin è un incomprensibile money maker (e scalatore di ascolti), ma è difficile anche per lui fare il definitivo salto di qualità.

Qualcuno fa notare che il concetto (e quei wrestler) siano stati sopravvalutati. La mia impressione è che il tempo, i contesti, abbiano cambiato le priorità. Ha sbagliato la AEW a non insistere con loro? Probabilmente. Ma il castello di carta è crollato appena un tassello è stato tolto dal puzzle per problemi extra ring (Guevara).

Oggi chi sono i 4 Pillars? Sicuramente sono meno sbandierati, ma molto più evidenti e a fuoco rispetto ai precedenti 4. Fisicamente, come mic skill e qualità sul ring sono di tanti livelli superiori.

Hangman Page c’era già ma è diventato super evidente che non potesse non essere il capostipite del gruppo. Anche perché si tratta della miglior dimostrazione di come un quarta o quinta linea può diventare un frontman credibile e inappuntabile.

Su Swerve Strickland, la AEW ha pescato il jolly. Che fosse forte e pronto per uno scenario di primo piano, si sapeva già dalle indy. La WWE non ha saputo (e non ha voluto) sfruttare le sue caratteristiche, regalando a Tony Khan e soci un main eventer clamoroso sul quale stanno investendo con grande sapienza ed entusiasmo.

Will Ospreay è un altro di quei casi da 50/50. È un fenomeno da quando aveva 18 anni, ha dominato in Uk mentre la NJPW ha avuto paura di lanciarlo definitivamente. Regalando ad altri la possibilità di farlo. Ha scelto la AEW e ha scelto bene, vista la mole infinita di grandi match che ha regalato al pubblico in un solo anno. E davanti ha almeno 10 anni di altissimo livello.

L’ultimo Pillar può essere duplice. Anche perché fanno parte della stessa stable. Konosuke Takeshita è un mostro di bravura, è sponsorizzato da Omega e ogni qual volta sia stato chiamato a fornire la grande prestazione, l’ha fatto. Ha il problema della lingua, ha è un heel (e face) efficace che può tornar utile persino con un titolo di maggior rilievo in mano.

Kyle Fletcher invece è il Pillar che non ti aspetti. Sta crescendo velocemente, ha praticamente messo un chiodo sulla storia degli Aussie Open, condannando Mark Davis all’irrilevanza. Ha messo in fila match su match di alto profilo, ed è palese che si sia imposto come la perfetta nemesi di Ospreay. Da capire se nel tempo riuscirà a mantenere salde le sue prestazioni.

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Corey
Giornalista ed esperto di comunicazione, dal dicembre del 2007 è coordinatore e redattore di Zona Wrestling. Autore di rubriche di successo come il Pick The Speak, Wrestling Superstars, The Corey Side, Giro d'Italia tra le fed italiane, Uno sguardo in Italia, Coppa dei Campioni, Indy City Beatdown e tante altre. Il primo giornalista in Italia ad aver parlato diffusamente di TNA ed AEW su un sito italiano di wrestling, e ad aver creato un podcast dedicato alla AEW e alla WWE.