Joey Ryan è finito nei guai durante il movimento #SpeakingOut di qualche anno fa, quando fu accusato di numerosi episodi di cattiva condotta sessuale che di fatto misero fine alla sua carriera nel wrestling.
Non sorprende quindi che oggi punti il dito contro la cancel culture, paragonandola ai processi per stregoneria di Salem.
Joey Ryan: “La cancel culture è solo pubblica gogna”
Sul suo canale YouTube, Ryan ha spiegato che la cancel culture è, in sostanza, una forma di vergogna pubblica: un singolo tweet, una voce o un titolo possono stravolgere completamente la vita di una persona. Non si tratta di vera giustizia, ma di uno spettacolo, e non colpisce solo le celebrità: può capitare a chiunque, che sia un amico, un collega o un vicino. Secondo lui, il meccanismo scatta quando qualcuno dice o fa qualcosa che non piace. La reazione è immediata:
“La Cancel culture viene chiamata in molti modi, ma alla base è solo pubblica gogna. Un tweet, una voce, un titolo, e la vita di una persona si ribalta. Non è giustizia, è uno spettacolo. Non succede solo alle celebrità. Può capitare a un amico, a un collega, a un vicino. Di solito inizia quando qualcuno dice o fa qualcosa che non piace. La reazione arriva veloce: smettono di seguirti, ti boicottano, ti tagliano fuori o ti licenziano. I social rendono tutto più rumoroso, più veloce, fuori controllo. La gente confonde questo con la giustizia, ma la giustizia richiede prove, dialogo e possibilità di riparazione.”
Joey Ryan: “Un errore diventa tutta la tua identità”
Ryan ha aggiunto che tutto diventa un giudizio istantaneo: le accuse vengono trattate come colpe certe e la punizione arriva prima che i fatti siano chiari. Un singolo post, anche se falso, può diffondersi velocemente, e più una storia sembra drammatica, più viene condivisa. Ha paragonato la cancel culture alla lettera scarlatta: un singolo errore diventa tutta l’identità di qualcuno:
“Non è giustizia, è una corsa al giudizio. Le accuse diventano colpe. La punizione arriva prima della comprensione. Un post si diffonde come un incendio, vero o falso che sia, e le supposizioni si accumulano. Più la storia sembra drammatica, più corre veloce. Si forma una folla convinta di fare la cosa giusta, anche senza dettagli. Una volta che qualcuno viene disumanizzato, ridargli umanità è quasi impossibile. La cancel culture non chiede cosa sia accaduto, chiede chi punire e quanto forte. È come la lettera scarlatta: un errore diventa tutta l’identità di una persona. Solo che oggi il marchio non è di stoffa, è un handle online impresso nei titoli e negli hashtag. L’obiettivo non è riparare, è cancellare.”
Joey Ryan paragona la cancel culture ai processi alle streghe
Ryan ha anche sottolineato che in una cultura sana i conflitti dovrebbero aprire conversazioni, non trasformarsi in contenuti da consumare. Gli errori vengono invece trattati come intrattenimento. La vera responsabilità, dice, nasce da conversazioni private, difficili e oneste, non da umiliazioni pubbliche:
“In una cultura sana, i conflitti generano conversazioni. Nella nostra diventano contenuti. Siamo stati abituati a consumare gli errori come intrattenimento. La vera responsabilità non è una performance: avviene in privato, con dialoghi onesti, non con demolizioni pubbliche. La cancel culture non cerca una soluzione, cerca esempi. Non spinge alla crescita, impone purezza, anche quando le regole continuano a cambiare. È la stessa logica dei processi alle streghe di Salem: allora bastava un sussurro di stregoneria, oggi bastano tweet, titoli e voci. La punizione è l’esilio. La paura di essere il prossimo bersaglio fa restare tutti zitti. A volte è solo questione di visibilità: chiamare qualcuno in causa diventa una scorciatoia per sentirsi moralmente superiori. Anche senza aver infranto la legge, una persona può essere etichettata come pericolosa e sacrificabile. Se non possono attaccare la verità, attaccano il personaggio. Non c’è contesto, non c’è riparazione. Le scuse pubbliche non vengono trattate come un passo verso la guarigione, ma come prova di sottomissione. Il silenzio è visto come colpa. Difendersi è visto come sfida. L’unica risposta accettabile è implorare – e spesso nemmeno quello basta.”
Joey Ryan: “La cancel culture toglie lavoro, casa e dignità”
Ryan ha chiarito che il suo non è un tentativo di giustificare comportamenti dannosi, ma un invito alla compassione. La vera giustizia dovrebbe servire a ricostruire, non a distruggere:
“Questo non è un modo per difendere i comportamenti dannosi, ma una chiamata alla compassione. La giustizia dovrebbe riguardare la ricostruzione, non la distruzione. Le campagne di cancellazione non rovinano solo le reputazioni: tolgono lavoro, cibo, casa, persino assistenza sanitaria. La vera responsabilità richiede equità e umanità. La vergogna non guarisce, spezza. Non puoi terrorizzare qualcuno per renderlo migliore. Il vero cambiamento non nasce dalla cancellazione, ma dalla conversazione.”
Tutto questo arriva dopo che il ritorno di Joey Ryan nel wrestling è stato cancellato poche ore dopo essere stato annunciato, semplicemente perché il pubblico non aveva alcun interesse a rivederlo sul ring. Nonostante la frustrazione, Ryan deve ora accettare la sua nuova realtà.








