Era il 1993 ed aveva soltanto ventun’anni.
Era il 1993 e il mondo del Wrestling era diventato il suo mondo. Tirandolo, strappandolo, scaraventandolo da una parte all’altra. Come dentro un frullatore, o una centrifuga. Come dentro una betoniera che butta, poi e mai più, nella discarica, col resto di una spazzatura che puzza di sfortuna, insicurezza, di malcelate colpe.
Era dietro l’angolo la morte. Era dietro l’angolo ma si vedeva, mentre spiava, incerta sul da farsi, sul quando colpire. Si vedeva però anche, senza aver bisogno di indossare occhiali o lenti di sorta, che era certa che prima o poi, di riffa o di raffa, stranamente o per caso, avrebbe colpito quell’obbiettivo, quell’individuo, quella testa, già mezzo rotta, già mezzo aperta.
Ma si continua a giocare. Si resta sulla giostra, si passa da carro a carro. L’aria gelida sul viso sveglia un animo morente, l’aria gelida sulle ginocchia sfianca, congela la coscienza condanna la decisione. E’ morte e morte sarà.
Non si scherza, nemmeno dietro una maschera, quando hai da poco passato i vent’anni. Non si scherza, e nemmeno si scherza nel dire che si sarebbe scherzato, quando una commozione cerebrale, una concussione, ti ha appena fatto perdere i sensi, ti ha lasciato gli occhi a strisce e ti ha fatto vomitare premendo sul cervello. Un cervello che non fotocopia più, non ragiona più e non viene aiutato, dall’esterno, a prendere la giusta direzione. E allora, si muore anche prima di morire.
Si muore da morenti, vedendo che chi potrebbe non aiuta, non rende conto e non si rende conto delle conseguenze della vita vissuta troppo in fretta, senza aspettare un attimo, un momento, un secondo, massimo un minuto. Un minuto per il quale, quando non si può più tornare indietro, si pagherebbe ORO.
Ma se Oro ce l’hai come nome, non significa che ce l’hai anche in tasca. E anche se fosse, in questo mondo materialista, non basterebbe un kilo per restituirti ad una vita che hai lasciato sfuggire, che hanno lasciato ti sfuggisse, a te, poco più che bambino, mentre giocavi a fare l’acrobata, a fare la lotta, a ballare sugli spilli e sulle corde.
E la morte che spunta dall’angolo a fare il resto. Non è servito vestire una maschera, vestigia di un’ antica tradizione e vestigiale ormai per poterti difendere, come il quinto dito di un mastino. Sarebbe servito un casco, duro e spesso, ombrello protettivo contro la dura pioggia contraria, quella che non viene dall’alto ma che incontri andando giù.
La morte è morte, il Wrestling ne è, in un modo o nell’altro, sempre stato portatore. Era il 1993, aveva solo ventuno anni ed è bene, cari tutti, sollazzati davanti alle tv, che anche questo serva a ricordare, ad imparare, che non si può morire sul un quadrato a quell’età per non averci pensato prima. Non può succedere. Non lo posso e non lo possiamo accettare. Sia l’attenzione, e come no?, sempre alta.








