Cody Rhodes ha dato davvero tantissimo alla All Elite Wrestling in questo anno e mezzo di wrestling. Se c’è un wrestler che è rimasto sempre sulla cresta dell’onda, è stato proprio lui. Per molti è stato lo sviluppo del classico ego del figlio di papà, che usa il suo “giocattolino” per avere le luci della ribaltà su di sé. Si sono sprecati e non poco i paragoni con Jeff Jarrett, e non vi è dubbio che ad un certo punto ci ho creduto anche io dopo aver spazzato via per tanto tempo quell’associazione.

Poi arriva Sting sul ring e di colpo esplode la bolla che via via si stava ingrossando sempre di più. “Sono venuto per lui, non per te” e indica Darby Allin. Che vi dicevo una settimana fa? Bisogna guardare al futuro, laddove Cody è un presente a tempo limitato. E chi meglio di una Icona può smontare pezzo per pezzo le velleità di un ragazzo che ha fatto tanto per diventare grande ma che si porta comunque dietro quel cognome che lo farà sembrare un impareggiabile raccomandato? Nessun altro nel roster sarebbe stato in grado di infliggere una reale sconfitta al biondo vicepresidente con una sola frase.

Pensateci.

Cody si prende il miglior match del primo ppv AEW col fratello Dustin. Rimane sulla cresta dell’onda prendendosi sia il primo match della storia di Dynamite che tutti gli opener, con risultati ottimi in termini di ascolto. Vince sempre. A volte anche troppo. E quando perde l’opportunità di competere seriamente per il World Title trova la scappatoia del titolo TNT. Non un titolo secondario qualunque, ma l’essenza del canale televisivo. Questo significa che se non può essere il volto della AEW, può essere il volto di qualcosa più grande. Mantiene quella linea, supera ogni ostacolo con le Open Challenge. E quando Brodie Lee lo distrugge, rientra in pompa magna e si riprende quel che ritiene come suo.

Il finale di questa storia non piace a Sting. Darby Allin lo batte per il titolo? Allora si inventa la pantomima del passaggio di testimone. Una scena mal digerita da tutti, perché lì non è Darby che vince ma Cody che perde. E’ sempre lui il protagonista. Lo è anche nelle settimane dopo quando oscura il più giovane collega. Quando lo aiuta a combattere il team Taz. Quando ricorda a tutti che è il vicepresidente presente dietro le quinte a staccare i microfoni. Lo ricorda negli ingressi da grande superstar, come fosse un emulo di Triple H in tutto e per tutto.

Sting è qui per ristabilire che dopo esser stato il volto di TNT per tanti anni, ebbene, ora è giusto dare al campione di categoria il suo giusto spazio. Da qui credo parta il turn heel di Cody. Perché quello è: per un anno e mezzo ha agito da face, quasi costretto nel farlo, come dovesse recitare un ruolo diverso dalla sua reale indole. Quell’indole mostrata in diversi match, con atteggiamenti tipicamente heelish, “strani” se si conta il suo personaggio.

Sting è qui per levare la maschera di Cody. Per convincerlo a venire fuori. Gli starà addosso, lo spingerà a rivelarsi. E lì può davvero succedere di tutto. Si potrebbe anche vedere un Cody heel in versione Authority, quasi a ricalcare in maniera seria la stessa storyline che Stinger ha vissuto prima in WCW (contro l’NWO, Bischoff e Hogan), poi in TNA (contro Jeff Jarrett) e infine in WWE (contro Triple H e Seth Rollins). Non dovrà lottare, ma semplicemente arare il terreno perché fioriscano germogli nuovi.

Giornalista professionista ed esperto di comunicazione, dal dicembre del 2006 è redattore di Zona Wrestling. Negli anni è stato autore di rubriche di successo come il Pick The Speak, Wrestling Superstars, The Corey Side, Giro d'Italia tra le fed italiane, Uno sguardo in Italia, Coppa dei Campioni, Indy City Beatdown e tante altre. Il primo giornalista in Italia ad aver parlato diffusamente di TNA ed AEW su un sito italiano di wrestling.