La All Elite Wrestling lo ha fatto di nuovo. Ha riscritto i propri limiti, li ha alzati, dimostrando al mondo quello che vado dicendo da mesi: è una compagnia in salute, che ha fatto la pace coi propri errori e sta lavorando per far sì che tutto vada nel verso giusto. Il responso è stato magnifico per All In 2025: 27 mila spettatori paganti e uno show tatticamente ben scritto.

Nessuno ci credeva davvero, tranne loro. In tanti pensavano non avrebbero scavallato i 20k, pensavano che avrebbero toppato, fatto grandi errori. E invece… certo, avrebbero potuto raggiungere un risultato più alto. Ma è bene che una compagnia di nicchia di questo genere sia in grado di crescere volta per volta, senza cercare inutili paragoni. Intanto, dopo 6 anni, hanno già ampiamente superato ogni rosea previsione. Arrivando laddove né la WCW (sulla longevità televisiva) e né la TNA (sulla costanza delle presenze live) sono mai riuscite ad arrivare. Dopo le partenze di Cody e Punk, questi numeri sarebbero potuti essere follia. Invece sono qua.

Vediamo insieme cosa ricorderemo di questo ppv.

Card ben curata e risultati giusti

Ci siamo lamentati dell’eccessiva durata dei ppv della AEW. Siamo tutti d’accordo. Anche in questo caso non hanno scherzato: oltre 5 ore di diretta. Molto bene per chi era allo stadio, magari meno per chi era seduto sul divano. Ma, a differenza di altre volte, hanno scritto una card che non è stata per niente pesante. Non si è arrivati al ppv spenti, ma anzi con la voglia di vedere ancora tanto wrestling. Tatticamente hanno costruito una intelaiatura precisa, con momenti più pesanti alternati ad altri di maggiore svago. Il perno è il gauntlet femminile, che inserito nel mezzo spezza letteralmente la fatica e mantiene alta l’attenzione in vista dei match di maggiore levatura. Molto bene anche i risultati, visto che chiudono perfettamente le storie in corso e lanciano semini per le prossime. Infine: scelta giusta quella di far spiegare ad Adam Cole i motivi del suo ritiro. Ha dato quel tocco di emozione in più che allo show ha fatto bene.

Toni Storm è la wrestler dell’anno. Punto.

Dovrebbe accadere una catastrofe da qui alla fine dell’anno. Ma Toni Storm esce da All In con la Palma di wrestler dell’anno, senza se e senza ma. Per costanza di prestazioni, in ring e fuori dal ring. Per costanza di lavoro sul personaggio, sulla sua coerenza, sull’appeal che ha costruito sopra, per un regno che sarà sì lungo ma ha ancora molto da dire. E penso non ci sia niente di meglio che attendere le sfide con Athena, Thekla, Windsor e chiunque altra voglia sfidarla. Il match con la Monè, poi, è stato di altissimo profilo. Superato di pochissimo da Rhea vs Iyo, ma siamo davvero lì. È il bello del wrestling femminile che si prende la scena. Toni alla fine vince su tutto. Anche sulle streak che si pensava non potessero essere spezzate.

Tenete d’occhio le donne della AEW

Io vi do un consiglio: tenete d’occhio il lavoro che da tanti mesi la AEW sta facendo con le donne. Un lavoro sconosciuto fino all’anno scorso. Qui c’è la mano (santa) di RJ City, che sta dando il giusto valore a tantissime ragazze del roster. La risposta è il gauntlet di All In dove gli standard si sono alzati vertiginosamente, mostrando le qualità di tutte le atlete impegnate. Il futuro è roseo e se dovessero mai inserire i titoli di coppia, non farebbero un errore (non ne sono un fan, ma con tutto quel materiale, serve qualcosa in più).

Chiediamo scusa agli Young Bucks

Se io vi dico Young Bucks, penserete ai cazzoni che fanno flip flop sul ring. È una opinione sia molto vicina che molto lontana dalla realtà. Perché lontana? Perché quando c’è da fare sul serio, Matt e Nick dimostrano di saper raccontare meravigliosamente bene una storia, senza troppi fronzoli. Il tag team match con Ospreay e Swerve è narrativamente una gemma. Non al livello di quella con Omega e Page, che aveva un tasso d’intensità e di emozione molto più alto. Ma qui è apparso chiaro dai primi istanti come si sarebbe sviluppata la storia, quale sarebbe stata la psicologia e dove saremmo arrivati. Ce lo hanno raccontato per settimane e lo hanno messo in pratica in 26 minuti di match. A prescindere dalla simpatia o dall’antipatia che possiamo avere per loro, obiettivamente sono nella top 3 dei migliori tag team degli ultimi 15 anni.

Hangman Page è l’uomo della AEW

Hangman Page è il volto della rinascita della AEW. È la storia dentro le diverse storie, è il rappresentante ideale di un progetto che prosegue al massimo delle sue possibilità. È la determinazione, l’efficacia, l’amore che si può riservare al wrestling e a chi permette di metterlo in pratica ogni settimana. Giusto sia stato lui a detronizzare Moxley. In maniera magari cruenta, ma anche nella maniera necessaria affinché il regno del “terrore” dei Death Riders finisse qui. Il promo a Dynamite ha poi suggellato tutto. Abbiamo bisogno di 10, 100, 1000 Page che si impegnino così per il wrestling, in qualunque federazione o promotion essi siano.

Ecco i miei voti ai match.

The Opps vs Death Riders – 6
Men’s Casinò Gauntlet – 6
Dustin Rhodes vs Sammy Guevara vs Kyle Fletcher vs Daniel Garcia – 6
Swerve & Ospreay vs Young Bucks – 9
Women’s Casinò Gauntlet – 7,5
Hurt Syndicate vs JetSpeed vs Patriarchy – 6
Toni Storm vs Mercedes Monè – 8
Kazuchika Okada vs Kenny Omega – 7,25
Hangman Page vs Jon Moxley – 8

Voto al ppv: 8

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Corey
Giornalista ed esperto di comunicazione, dal dicembre del 2007 è coordinatore e redattore di Zona Wrestling. Autore di rubriche di successo come il Pick The Speak, Wrestling Superstars, The Corey Side, Giro d'Italia tra le fed italiane, Uno sguardo in Italia, Coppa dei Campioni, Indy City Beatdown e tante altre. Il primo giornalista in Italia ad aver parlato diffusamente di TNA ed AEW su un sito italiano di wrestling, e ad aver creato un podcast dedicato alla AEW e alla WWE.