La maschera mi guarda dal tavolo di formica della cucina, vuota. Senza i miei occhi dentro, le fessure dorate sembrano tristi, due virgole di malinconia incise in un volto di demone rosso.

Fuori piove. È quella pioggia sottile di Fukuoka che non lava via niente, bagna solo i pensieri, avvolgendo la casa in un sudario grigio che sa di mare e di asfalto bagnato.

Ho in mano l’ago e il filo di cotone rosso. È un gesto automatico, ormai, una liturgia profana che il mio corpo esegue da trentacinque anni. Ogni domenica notte, ovunque fossi nel mondo, mi sono seduto a riparare me stesso. O meglio, a riparare lui. Un punto croce qui, dove la corda del ring ha abraso il tessuto sintetico. Un rinforzo là, dove il sudore acido della fatica ha corroso la lycra.

Mia moglie dorme nella stanza accanto. È strano sentire il respiro di un’altra persona in casa mia. Per decenni, l’unico rumore che ho sentito di notte era il ronzio del frigorifero industriale del Dojo a Tokyo e il mio stesso respiro che rimbalzava contro l’interno di questa maschera, amplificato come in una camera ecoica.

Infilo l’ago. La punta d’acciaio buca la stoffa con un piccolo pop sordo.

E improvvisamente, non sono più qui, seduto in questa cucina silenziosa del 2020. Il freddo dell’acciaio sulle dita mi riporta a un altro freddo. Quello umido, penetrante, che ti entra nelle ossa e non esce più.

I. Il Freddo del Nord e la Nascita del Mostro

Liverpool, 1989. L’ago entra ed esce, cucendo il tempo.

Ricordo il vapore che usciva dalla bocca mentre camminavo verso la palestra. Ero Keiichi Yamada, un ragazzo giapponese in esilio, mandato in musha shugyo – il pellegrinaggio del guerriero – per imparare a diventare un uomo. Ma la New Japan aveva altri piani. Mi spedirono un pacco dal Giappone. Dentro non c’era cibo, né lettere di casa. C’era questo: un costume intero, rosso e bianco, e questa maschera con le corna.

Jushin Liger. La Bestia Dio. Un personaggio di Go Nagai.

Quando la indossai per la prima volta, davanti allo specchio scheggiato di uno spogliatoio inglese che odorava di muffa e linimento canforato, provai vergogna. Mi sentivo ridicolo. Un cartone animato in un mondo di uomini che si spaccavano i denti per davvero.

Ma poi, il debutto al Tokyo Dome. 24 aprile 1989.

Tiro il filo. Il nodo si stringe.

Ricordo la rampa. Il fumo. E poi, la sensazione fisica di non essere più umano. La maschera non copriva il mio volto; lo liberava. Senza la paura di mostrare dolore o dubbio, il mio corpo divenne leggero. La Shooting Star Press. Non era una mossa di wrestling, era un atto di ribellione contro la gravità. Saltavo all’indietro per andare avanti, un paradosso fisico che incantava un Giappone ubriaco di ricchezza, immerso nella bolla economica, dove tutto sembrava possibile, dove i grattacieli di Shinjuku toccavano il cielo e io, il demone rosso, volavo sopra di loro.

II. La Macchia nella Tempia (Il Kintsugi dell’Anima)

Giro la maschera tra le mani. La luce della lampada illumina l’interno. C’è una zona, proprio all’altezza della tempia destra, dove l’imbottitura è più consumata, quasi scavata.

Passo il pollice ruvido su quella depressione e sento una fitta fantasma.

Agosto 1996.

Non ricordo il match, ma ricordo il mal di testa. Un ronzio costante, come una cicala impazzita intrappolata nel cranio. Poi la diagnosi, fredda come un referto autoptico: meningioma. Tumore al cervello.

La sala operatoria era bianca, troppo bianca. Lì non c’erano applausi, solo il bip ritmico delle macchine che tenevano il tempo della mia vita. Quando mi svegliai, mi dissero che il volo era finito. Se fossi caduto di testa ancora una volta, sarei morto.

L’ago si ferma a mezz’aria.

Avrei dovuto smettere. Keiichi Yamada voleva smettere. Ma Liger? Liger non poteva morire in un letto d’ospedale.

E così, feci quello che fanno gli artigiani di Kyoto con le tazze rotte: usai l’oro per riparare le crepe. Cambiai tutto. Se non potevo più essere il vento, sarei diventato la roccia. Smisi di volare e iniziai a colpire. Shotei. Il colpo del palmo. Una tecnica antica, brutale, sicura. Trasformai la mia debolezza in stile. La gente non smise di amare il supereroe; iniziò ad amare il veterano. Vedevano nel mio corpo tozzo e corazzato la loro stessa resistenza, la capacità tutta giapponese di sopportare l’insopportabile, il Gaman.

Cucio con più forza ora. Il tessuto è duro qui, rinforzato da strati di sudore e volontà.

III. L’Odore del Brodo (Il Padre del Dojo)

Avvicino la maschera al viso per tagliare il filo con i denti. Un gesto volgare, lo so, ma è un’abitudine. E mentre lo faccio, l’odore mi colpisce.

Non sa di detersivo. Sa di cipollotti, di carne di maiale, di vapore.

Sa di Chanko Nabe.

Per trent’anni ho vissuto nel dormitorio del Dojo a Setagaya. Mentre i miei colleghi compravano ville e giravano in Ferrari, io dormivo sul tatami, in una stanza di quattro metri per tre.

Perché?

Guardo fuori dalla finestra, dove la pioggia batte sui vetri. Vedo i fantasmi di quei ragazzi.

Kazuchika Okada, con i capelli ancora neri e la faccia piena di brufoli, che piange perché non riesce a fare bene le flessioni. Hiroshi Tanahashi, magro come un chiodo, che guarda la pentola con fame atavica.

Io ero lì. Ero il Dio del Tuono sul ring, ma in quella cucina ero solo la madre che non avevano.

“Mangia, Kazu. Se non mangi non cresci.”

Versavo il brodo nelle loro ciotole. Li guardavo diventare uomini, li guardavo diventare campioni, li guardavo superarmi e comprarmi case che io non avrei mai voluto. La mia casa era lì, tra il vapore della cucina e l’odore dell’olio canforato. Ho sacrificato la mia privacy per essere il guardiano del fuoco sacro, per assicurarmi che la fiamma del King of Sports non si spegnesse mai, passandola di mano in mano, di ciotola in ciotola.

IV. Lo Strappo sull’Occhio (L’Addio)

C’è un ultimo strappo da riparare. Sulla rete nera che copre l’occhio sinistro. È recente.

Risale a due giorni fa. Tokyo Dome. Gennaio 2020.

Il mio ultimo match.

Hiromu Takahashi. Quel ragazzo è pazzo. Ha i capelli rossi come il fuoco e si muove come se le sue ossa fossero liquide. È il figlio che non ho mai avuto, o forse il figlio che ho cresciuto troppo bene.

Mi ha colpito forte. Ho sentito il collo scricchiolare, un vecchio cardine arrugginito che cede.

1, 2, 3.

Finito.

Ma il ricordo più vivido non è la sconfitta. È quello che è successo dopo. Hiromu, il vincitore, il nuovo re dei Junior, che crolla sul tappeto e piange. Piange disperato, come un bambino che ha rotto il suo giocattolo preferito.

Mi sono alzato sui gomiti, con il fiato corto. L’ho guardato. In quel momento non c’era copione, non c’era kayfabe. C’era solo un vecchio maestro che doveva dare l’ultima lezione.

“Non piangere! Alzati! Ora tocca a te!”

Gli ho urlato contro, perché le lacrime appannano la vista e un re deve vederci chiaro. Gli ho passato il testimone non con una stretta di mano, ma con un ordine. È così che si fa tra noi.

L’ago passa per l’ultima volta nella rete nera. Chiudo il buco. La maschera è perfetta. Di nuovo intera.

Epilogo: Il Filo Tagliato

Poso l’ago sul tavolo. Il tintinnio metallico è l’unico suono nella stanza.

La maschera è pronta. Potrebbe combattere domani. Potrebbe volare ancora.

Ma io no.

Mi alzo dalla sedia. Le ginocchia scricchiolano, una sinfonia di cartilagine consumata che mi ricorda ogni singolo atterraggio dagli anni ’80 a oggi.

Cammino verso la camera da letto. La porta è socchiusa. La luce del corridoio taglia il buio e illumina il volto di mia moglie che dorme, e di mio figlio nell’altra stanza.

Li guardo.

Ieri, sul ring, ho chiesto scusa. Ho preso il microfono e, davanti a quarantamila persone, ho detto la verità: “Sono stato un egoista. Vi ho trascurati per servire il wrestling.”

Ma le parole sono facili. I fatti sono quelli che contano.

Torno in cucina. Prendo la maschera.

Per trentacinque anni, lei è stata il mio volto. Io ero solo l’ingranaggio biologico che la faceva muovere. Lei era l’eroe, io il servitore.

La sollevo. È leggera, ora. Inspiegabilmente leggera.

Apro la credenza, quella in alto, dove teniamo le cose che non usiamo spesso. Sposto un vaso di fiori finti e faccio spazio.

Appoggio Jushin Thunder Liger sullo scaffale. Lo giro leggermente, in modo che guardi verso il muro, non verso di me.

«Otsukaresama deshita» sussurro. Grazie per il tuo duro lavoro.

Chiudo l’anta dell’armadio. Il “clack” della chiusura magnetica è definitivo.

Il demone è al buio.

Mi giro verso il lavandino. C’è una tazza sporca. Apro l’acqua, prendo la spugna. L’acqua è calda sulle mani, un calore diverso da quello del sangue o del sudore. È un calore domestico, banale, meraviglioso.

Domani mattina mi sveglierò e non dovrò andare in palestra. Domani mattina preparerò la colazione per mia moglie. Non il Chanko per venti lottatori. Solo due uova, un po’ di riso, zuppa di miso.

Guardo fuori dalla finestra. La pioggia su Fukuoka sta smettendo. Il cielo a est, verso Tokyo, inizia a schiarire. Un viola tenue che promette un giorno qualunque.

Sorrido, e per la prima volta in trentacinque anni, il sorriso è solo mio. Nessuno mi sta guardando. E va bene così.

Keiichi Yamada spegne la luce della cucina e va a dormire, finalmente, solo come un uomo.

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Luca Grandi
Mi sono appassionato al wrestling molto tempo fa. Da lì è stato tutto in discesa. Scrivo di wrestling come se importasse davvero — perché importa davvero, anche se nessuno lo ammetterà mai in pubblico. Ho stretto la mano a Kazuchika Okada. Non mi sono ancora ripreso.