Tottori non è una città che si raggiunge per caso. È la capitale della prefettura meno popolata del Giappone — lo era negli anni Sessanta, lo è ancora adesso — un luogo che si trova nel mezzo di niente di particolare, affacciato sul Mare del Giappone tra le dune di sabbia più grandi del paese e le montagne Chūgoku che si alzano alle spalle come un muro gentile. Quando soffia il vento da nordovest in inverno porta con sé la neve umida del mar del Giappone che si deposita sui tetti delle case basse, sulle risaie, sui pali della luce, su tutto. Tottori d’inverno è bianca e silenziosa. Tottori d’estate è verde e silenziosa. In ogni stagione è, fondamentalmente, silenziosa.

Makiko Ueda nacque lì l’8 marzo 1959. Giocava a pallavolo alle medie. Aveva intenzione di continuare al liceo. Poi suo padre — di cui non conosciamo il nome, né il mestiere, né le ragioni esatte — le disse che avrebbe dovuto diventare una lottatrice professionista.

Non sappiamo se fu una costrizione o una conversazione. Non sappiamo se Maki resistette o accettò subito. Quello che sappiamo è che due cose volevano la stessa cosa, anche se per ragioni diverse: il padre, con le sue ragioni oscure, e Maki stessa, con il suo desiderio altrettanto opaco di uscire da Tottori, di andare da qualche parte che non fosse quella prefettura silenziosa. Così Makiko Ueda abbandonò la scuola dopo un solo anno di liceo agrario, fece i bagagli — che non dovevano essere molti — e partì per Tokyo.

Aveva quindici anni.


Il Dojo Come Primo Mondo

Il dojo dell’AJW a Tokyo non era un luogo di transizione — non era una struttura che si abitava aspettando di fare altro. Era, per le ragazze che vi entravano giovani, il primo mondo adulto che avevano mai conosciuto. Ci si alzava presto, prima che Tokyo decidesse di svegliarsi con il suo rumore industriale fatto di treni e annunci e clacson e operai; ci si allenava fino a quando il corpo chiedeva pausa; nel pomeriggio si lavorava nel ristorante al piano terra, servendo ai tavoli i clienti del quartiere che non sapevano, ordinando il loro ramen o il loro teishoku, che la ragazza che portava i piatti si sarebbe allenata ancora per due ore dopo la chiusura.

Maki arrivò al dojo nel 1974, un anno prima che Jackie Sato entrasse dalla stessa porta. Aveva un anno di allenamento in più quando le due si affrontarono per la prima volta — il 19 marzo 1975, il giorno del debutto di Maki, in uno di quegli incontri che il wrestling usa come inaugurazione: la nuova arrivata che sale sul ring per la prima volta, il pubblico che la studia, la compagnia che la misura. Maki vinse. Quella vittoria al debutto non fu un gesto simbolico: fu la prima dimostrazione di qualcosa che chi la vide su quel tatami comprese immediatamente.

Makiko Ueda sapeva lottare.

Non nel senso generico in cui tutte le lottatrici dell’AJW imparavano le mosse, i timing, la grammatica del wrestling. Nel senso specifico, quasi botanico, di avere istinto per quella forma di intelligenza fisica che consiste nel leggere il corpo dell’avversaria un secondo prima che si muova, di calibrare la propria risposta, di costruire dentro un match una logica che il pubblico sente anche se non la descrive. Un anno di allenamento in più rispetto a Jackie aveva dato a Maki quello che nessuna quantità di talento naturale può sostituire: il tempo di capire come funzionava davvero un ring.

Era, per dirla in modo diretto, la migliore delle due. Non l’affermazione di uno storico del wrestling né il giudizio di un critico — è il consenso di chi le vide combattere, inclusi i cronisti dell’epoca che raramente cedevano a questi riconoscimenti. Era la migliore sotto ogni aspetto tecnico misurabile: la precisione delle prese, la qualità del selling, la capacità di gestire il ritmo di un match da sessanta minuti senza perdere mai la tensione narrativa, il flying armbar — il salto dalla corda mentre si teneva un armbar e si manteneva la leva sull’atterraggio — che era il suo coup de grâce e che nessuna contemporanea riproduceva con la stessa coerenza meccanica. E tuttavia era, nella narrazione pubblica del duo, la seconda.

Questo è uno di quei paradossi che il wrestling condivide con altre forme di arte collettiva: non è necessariamente chi fa la cosa migliore a diventare la star più grande. È chi ha la qualità — difficile da nominare, ancora più difficile da costruire — di essere visto.


La Ragazza del Kimono da Uomo

C’è una fotografia del capodanno del 1977 — una delle poche immagini delle Beauty Pair che circolano ancora con una certa frequenza — che dice tutto sul modo in cui il duo era stato costruito visivamente. Jackie Sato indossa un kimono maschile. Maki Ueda indossa un kimono femminile.

La distinzione non era casuale. Era il prodotto di una riflessione precisa che il produttore di Fuji TV Hitoshi Yoshida aveva fatto quando aveva concepito il duo: ispirarsi alla dinamica dell’otokoyaku e della musumeyaku della Takarazuka Revue, quell’opposizione codificata tra la donna che interpreta ruoli maschili e la donna che incarna la femminilità tradizionale, che era al centro del BeruBara Boom e della fascinazione che milioni di ragazze giapponesi provavano per quelle storie di donne forti e androgine. Jackie era l’otokoyaku — alta, atletica, con quella qualità di forza e autorità che si legge immediatamente nel modo in cui una persona occupa lo spazio. Maki era la musumeyaku — più piccola, più veloce, con quella grazia nel movimento che il giapponese chiama tachifurumai, il modo in cui ci si muove nel mondo.

Ma era una distinzione che valeva per il pubblico, non per il ring. Sul ring, Maki non era fragile. Non era delicata. Non era il complemento passivo della forza di Jackie. Era un’atleta di precisione che usava la velocità e la tecnica come strumenti di dominazione — non la dominazione visibile e fisica del wrestling di potenza, ma quella più sottile e più difficile da contrastare di chi sa sempre esattamente dove si trova rispetto all’avversaria, chi anticipa invece di reagire, chi trasforma ogni match in un dialogo in cui la propria risposta arriva sempre mezzo secondo prima che l’altro abbia finito di porre la domanda.

Era — questo il punto che la storia del joshi tende a dimenticare, assorbita dalla narrazione della coppia e dal destino più lungo di Jackie — il corpo che definì lo standard tecnico del wrestling femminile giapponese negli anni Settanta.


Prima Campionessa

L’8 giugno 1976, Maki Ueda salì sul ring a Tottori — nella sua città natale, nella prefettura silenziosa da cui era partita due anni prima — e sconfisse Jumbo Miyamoto per il titolo WWWA. Era la prima grande campionessa singola dell’era delle Beauty Pair. Era anche, in quel momento, probabilmente la migliore lottatrice in Giappone.

La storia di quel match è documentata in un dettaglio che vale la pena ricordare: dopo il suono del gong finale, quando Jumbo Miyamoto comprendeva che il suo quinto e ultimo regno da campionessa era finito, le colleghe e le veterane della promotion salirono sul ring per consolarla. E Maki — la nuova campionessa, quella che avrebbe avuto tutto il diritto di celebrare — si fermò prima di alzare il trofeo e lo passò a Jumbo. Un gesto di una semplicità quasi infantile, che aveva però il peso preciso di chi sa cosa significa un passaggio di testimone e sceglie di onorarlo invece di oscurarlo.

Quel gesto non era regia. Non era il copione. Era Makiko Ueda che decideva, in un momento di visibilità assoluta, di essere generosa.

La cintura la tenne per quasi sei mesi prima di cederla a Mariko Akagi — una cessione che rientrava nella logica narrativa, il titolo che circolava tra le veterane mentre il sistema si assestava. La riprese l’anno dopo, battendo Akagi il 29 luglio 1977. Poi, il 1 novembre dello stesso anno, la difese contro Jackie in quello che i giornali presentarono come il duello più atteso della stagione: le due metà delle Beauty Pair che si affrontavano per il titolo singolo. Il match durò sessanta minuti e finì in parità — entrambe incapaci di chiuderlo, forse perché sul piano atletico erano troppo vicine per permettere a una di dominare davvero l’altra, forse perché c’era qualcosa nell’aria del match che resisteva alla conclusione. Il titolo fu assegnato per decisione a Jackie. Era la prima volta, ma non sarebbe stata l’ultima, che le regole della promozione avrebbero favorito Jackie in quei momenti liminali dove la grandezza atletica di Maki si fermava contro qualcosa che non aveva a che fare con la tecnica.


Il Grand Slam

Nell’agosto del 1978, Maki Ueda sconfisse la messicana Chabela Romero e vinse il titolo Hawaiian Pacific Championship — un titolo che sarebbe presto stato ribattezzato All-Pacific Championship. Non fu solo una cintura in più in una carriera già ricca di titoli. Fu la realizzazione di qualcosa che non era mai accaduto nella storia dell’AJW: Maki Ueda era diventata la prima donna in assoluto a vincere tutti e tre i titoli WWWA — il singolo, tag team, il Pacific. Il grand slam. Il cerchio completo.

Era un record che parlava da solo, anche nel silenzio in cui la promozione lo tenne — senza gli annunci solenni che avrebbe meritato, senza la cerimonia che avrebbe richiesto. Nel mondo del joshi degli anni Settanta, i record si costruivano e raramente si celebravano. Si andava avanti. Si combatteva la settimana dopo.


Il Budokan

Il 27 febbraio 1979 — la data è quella giusta, anche se alcune fonti riportano il 29 per una questione di orario notturno — il Nippon Budokan era strapieno. Non nei margini, non nelle ultime file: era il tipo di pieno che un palazzetto raggiunge quando qualcosa di importante sta per finire e tutti lo sanno, quando la folla che si ammassa fuori non è fatta di curiosi ma di persone che hanno paura di perdere qualcosa di irripetibile.

Era la sera del match di ritiro: Maki Ueda contro Jackie Sato, con la regola che chi perdeva si ritirava definitivamente dal wrestling. Era la fine delle Beauty Pair. Era — anche se nessuno lo diceva esplicitamente — la fine di un’era.

Mildred Burke era in prima fila. La donna che aveva creato la cintura WWWA, che aveva portato in Giappone il wrestling femminile nel 1954, che aveva visto nascere tutto questo da una settimana di tour che lei stessa aveva condotto in un paese appena uscito dalla guerra — era lì, seduta tra il pubblico, a guardare il compimento di quello che aveva seminato venticinque anni prima. Era un cerchio. Il wrestling, quando funziona davvero, è sempre una serie di cerchi.

Le lottatrici entrarono con un’architettura che nessun match di wrestling femminile giapponese aveva mai avuto prima: porte di ingresso personalizzate, abbastanza alte da raggiungere il balcone del secondo piano, bordate di luci lampeggianti, con i loro nomi scritti in caratteri enormi. Una ragazza portava il cartello con il nome davanti a ciascuna. Il pubblico le acclamò come si acclamano le stelle del pop prima di un concerto, perché in quel momento Jackie e Maki erano esattamente quello — stelle del pop, icone, persone che per tre anni avevano fatto parte della vita quotidiana di una generazione di ragazze giapponesi come si fa parte di qualcosa di intimo e non negoziabile.

Il match durò quarantotto minuti e sette secondi. Era un match di wrestling solido, tecnico, del tipo che i due corpi sapevano fare — catena di prese, lavoro a terra, il flying armbar di Maki che per l’ultima volta disegnava la sua traiettoria nell’aria del Budokan, la forza di Jackie che cercava di stravolgere l’equilibrio di una partita che non riusciva a chiudere. Si concluse quando Jackie, non riuscendo a girare Maki in un boston crab, la piegò in una presa di fortuna — qualcosa di simile a un alligator clutch — e ottenne il conteggio. Non fu il finale spettacolare che la grandezza del momento avrebbe meritato. Fu quello che accade quando due corpi combattono davvero: la casualità del dettaglio, l’invenzione dell’ultimo secondo, il momento che non era in programma.

Dopo il gong, le telecamere girarono tra il pubblico. Le ragazze piangevano. Non qualcuna — molte, la maggior parte. Piangevano con quella libertà assoluta che il giappone degli anni Settanta non concedeva facilmente in pubblico, e che il wrestling aveva il dono speciale di strappare. Maki tenne il discorso di addio, con la voce che si spezzava mentre cercava di non spezzarsi. Le componenti delle Golden Pair — Nancy Kumi e Victoria Fujimi — piangevano sul suo spalle mentre le porgevano i fiori. Poi ci fu il saluto finale, la musica, la scritta luminosa sul tabellone del Budokan: Thank you, Beauty Pair. So long, Beauty Pair.

E poi Maki sparì.


Il Ritorno a Tottori

Non tornò sul ring. Questa è la cosa che distingue Maki Ueda da quasi tutte le grandi atlete della sua generazione — che non uscirono dall’AJW senza tornare, che firmarono per la JWP o per qualche altra compagnia, che non riuscirono a stare ferme. Maki tornò a Tottori, aprì un ristorante, costruì una vita che non aveva niente a che fare con il ring, con Fuji TV, con le cinture, con il pubblico che piangeva.

Per vent’anni circa Jackie e lei si videro raramente. Le vite si separano, anche quando sono state intrecciate strettamente, anche quando hanno condiviso qualcosa di irripetibile. Poi nel 1998 fu Maki a fare il primo passo — invitò Jackie alla festa del decimo anniversario del ristorante. Andarono alle terme insieme, da sole, come due vecchie amiche che il tempo non ha del tutto separato. Come abbiamo raccontato nel numero precedente di questa serie, da quel viaggio Jackie tornò a casa e scrisse una lettera, e poi morì senza che Maki potesse salutarla.

Quel finale appartiene alla storia di Jackie più che a quella di Maki. Ma conta anche qui, perché dice qualcosa su chi era Makiko Ueda al di là del ring: una donna che aveva lasciato Tottori a quindici anni per un destino che nemmeno lei sapeva definire con precisione, che era diventata la migliore lottatrice della sua generazione senza che quasi nessuno usasse quelle parole esatte per descriverla, che aveva vinto il grand slam e poi si era ritirata e poi era tornata alla dune di sabbia e alle colline di riso di Tottori come se quella fosse sempre stata la destinazione finale, non il punto di partenza.

Il wrestling aveva senso. Il ristorante aveva senso. La vita che seguiva aveva senso. Non perché fossero cose simili — non lo erano — ma perché erano tutte quante le stesse mani che le tenevano.


Epilogo: Il Secondo Saluto

La lettera di Jackie disse: mi sono divertita davvero. Andiamo da qualche parte insieme di nuovo, presto.

Maki aspettò. Aspettò la telefonata per organizzare la gita. Non arrivò. Arrivò invece Nancy Kumi, con la notizia.

Non sappiamo cosa abbia pensato Maki Ueda il giorno in cui seppe. Non sappiamo se pianse come il pubblico del Budokan vent’anni prima, liberamente, senza vergogna. Non sappiamo se tornò nel suo ristorante di Tottori quel giorno e aprì lo stesso, servì ai tavoli gli stessi clienti, preparò lo stesso menù, come se nulla fosse — perché spesso è questo che si fa, con le notizie che non si riesce a reggere: si continua a fare le cose ordinarie, perché le cose ordinarie sono l’unico appiglio che rimane.

Quello che sappiamo è questo: da qualche parte in Giappone, nella prefettura più silenziosa del paese, vicino alle dune di sabbia e al mare grigio d’inverno, una donna che era stata la migliore lottatrice della sua generazione vive una vita che il mondo del wrestling non vede più. Ha un ristorante. Ha dei clienti. Ha forse dei ricordi che non mostra a nessuno, come si tengono le cose più preziose — non in mostra, non dimenticate, ma in quella zona intermedia dove le cose che ci hanno fatto diventare chi siamo aspettano in silenzio, senza chiedere nulla, senza andarsene.

È lì, quella ragazza che saltava dalle corde con l’armbar. È ancora lì, da qualche parte, nelle fondamenta di tutto quello che è venuto dopo.

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Luca Grandi
Mi sono appassionato al wrestling molto tempo fa. Da lì è stato tutto in discesa. Scrivo di wrestling come se importasse davvero — perché importa davvero, anche se nessuno lo ammetterà mai in pubblico. Ho stretto la mano a Kazuchika Okada. Non mi sono ancora ripreso.