Da settimane gira un bel chiacchiericcio sul modo di gestire i wrestler da parte della AEW. Chi è abituato a come intende gli atleti la WWE si trova in difficoltà. Non riesce a misurare i grigi che il writing di Jacksonville ha ripreso da altre latitudini. Il wrestling americano made in TKO (e un tempo made in Stamford) è infatti molto polarizzato: o sei face o sei heel, o sei campione o sei jobber. Non esiste una via di mezzo.
La AEW la via di mezzo è andata a prenderla altrove. Dal Giappone ad esempio oppure dal Messico, dove perdere non rappresenta un marchio. Conta più come perdi, come evolvi da quelle sconfitte, come ti muovi negli show e in che contesto sei inserito. Si pensi alle tante sconfitte di Francesco Akira in NJPW. Qualcuno direbbe che è stato un jobber? Per noi sarebbe semplice così, ma le sue prestazioni sono state propedeutiche a qualcos’altro.
Per questo se vediamo Tommaso Ciampa perdere, non possiamo dire che sia un jobber. L’alta qualità del wrestling messo in campo, consente al pubblico di riconoscerlo come un midcarder solido, senza limiti, il cui status non viene sporcato da una serie di sconfitte. Lo stesso dicasi dei Rascalz, che da quando sono arrivati hanno collezionato più sconfitte che vittorie. Ma alcuni match, l’inserimento in alcune storie di peso, persino qualche main event, rende la loro presenza più sfaccettata di quel che potremmo immaginare.
Ecco perché l’invito io credo debba essere dato ad aprire gli orizzonti. A vedere più wrestling. Magari a riprendere quello Indy oppure del passato: se riprendeste la cara esaltata ECW dei bei tempi, si vedrebbe esattamente questo tipo di gestione. Meno standard, meno immediata, ma in grado di lavorare sullo status degli atleti persino meglio di quanto possa fare una vittoria.








