Il tempo vola. Frase tanto sentita quanto reale. Una volta che si passano quei fatidici diciotto anni, i giorni, i mesi, gli anni, non hanno freni. Ci si ritrova a pensare, che forse, aldilà di tutto, la vita non è mai stata vissuta a pieno. Vent’anni. Sono passati vent’anni. Era il 1997 quando un infuriato Bret Hart, acerrimo nemico di certi altri nomi,  dentro e soprattutto fuori dalle scene, diede inizio a qualcosa con un altro qualcosa, detto, a denti stretti, davanti a migliaia di persone. Ironia, quella della sorte, che lo accompagnerà per sempre. Se lo avesse saputo, Bret Hart, che da quella frase sarebbe uscito tutto quel bene per i suoi nemici, forse, oggi nessuno avrebbe mai sentito parlare di D-Generation X.

 

Fu proprio il canadese infatti, rampollo della grande famiglia, a regalare a Shawn Michaels e compagni, odiati e combattuti, quel fantomatico nome che passerà alla storia. “Non siete che dei degenrati”. Quasi come un padre, quasi come il rimbrotto di un anziano, quasi come uno che sentiva che mentre il suo tempo passava, quello degli altri avanzava. A quel tempo per lui erano passati dieci anni, più o meno, dall’inizio della sua avventura. Oggi, nel 2017, ne sono passati venti dall’inizio dell’avventura dei suoi nemici, coloro che dopo essere stati definiti, impacchettati e consegnati proprio da lui, lo hanno fregato, o magari, convinto trasversalmente a fregarsi da solo.

Ma quello fu soltanto l’inizio, un inizio che farà da apripista a una Stable, la D-Generation X, figlia della ribellione di un’epoca nel quale il Wrestling non guardava in faccia a nessuno, ma madre di una rivoluzione che riporterà tutti sulla terra, mettendo fine ad un prodotto poco sensato, incredibilmente emozionante, ma davvero poco sensato, se si pensa al futuro e a un mercato, quello delle nuove generazioni, che non poteva appigliarsi all’erotico spinto e al cattivo sapore di crocifissioni, impiccagioni, vomitevole vomito.

Però aldilà di ogni più plateale considerazione, la D-Generation X ha scritto la storia, cominciata dal nome, regalo di Bret, fino allo sviluppo di caratteristiche e ruoli ben definiti. La D-Generation X aveva due obbiettivi: dominare fuori, dominare dentro. Non gli importò nulla di niente o nessuno, che non fosse, come nella più classica delle politiche aziendali, proprio amico. Shawn Michaels era un uomo diverso. Era uno che passeggiava tranquillamente sugli altri, sfogando i suoi problemi e la sua rabbia dentro il Ring. Trasformando un’ esistenza atta al sottomettere, in un personaggio semplicemente sublime, per chi lo amava ma soprattutto per chi amava odiarlo. Hunter Hearst Helsmley, il vecchio nobile e nuovo cane rabbioso, al suo fianco imparava come dominare le scene e le camere, tanto da riuscire non solo a dominare quella di Chyna, compianto bodyguard che esattamente come gli altri ha segnato la storia della Stable e del Wrestling in generale, ma anche quella della figlia del grande capo, fino a quel momento, probabilmente, intaccata soltanto anni prima da un signore molto meno cattivo, ma molto più macho. Rick Rude faceva da guida, seppur per poco diede un tocco di rispettabilità alla Stable, ben presto, comunque, diventata poco rispettabile, soprattutto da chi, in quegli anni, non perdeva treni, semplicemente perché i treni non passavano, perché loro, a loro modo, li riempivano tutti.

La prima DX non ha eguali, è il simbolo, il fulcro, il vero significato di questa storia. Le successive incarnazioni sono tutti i rifacimenti dovuti al logoramento, che ha portato Shawn Michaels al primo, momentaneo ritiro. Il tempo, che passa inesorabile, stava già intaccando la macchina. Intanto Bret Hart si mangiava le mani, consapevole che ciò che aveva contribuito a creare prima lo aveva espulso, quasi cancellato dalla WWF, poi si stava sviluppando in una macchina da soldi. Lui invece è costretto a lasciare, ad andarsene, come Owen, caduto, finito, martirizzato, eroe per la causa.

Billy Gunn, X Pac e Jesse James, sono tre di quei nomi che il treno hanno potuto invece prenderlo, perché sul vagone del comando Shawn Michaels lascia spazio e Triple H fa salire chi crede debba farlo. Non c’è più la Kilq, non c’è più HBK, ora comanda lui. Cambiano i Character e cambiano i nomi, ma i tre nuovi arrivi non riescono a sostituire il buon vecchio HBK, che, alla fine dei conti, era la vera anima della Stable. Cercano di attaccare, di colpire forte, come quando si presentano, in un tempo nel quale la guerra non c’era, come un vero e proprio esercito di fronte all’Arena nella quale andava in scena Nitro. Fanno di tutto per portare il valore della compagnia e del gruppo ai livelli raggiunti, ma nonostante l’espansione di internet e l’apertura del mercato sembrano dire che le cose migliorino, la vera DX non è mai tornata.

Come non è mai tornata in futuro. Nel 2000 finisce, come vittima del Millennium Bug. La D-Generation X che si ricrea fugacemente nel 2002, nel 2006, giusto per rispedire al mittente la Spirit Squad e ingaggiare un nuovo duello contro Vince McMahon e figlio, e nel 2009, non è mai stata la stessa. Mai, mai in tutte queste occasioni, se non per un mero discorso di merci da smaltire, l’immagine della Stable è tornata ad essere quel grande specchio di un pubblico adulto e di una compagnia in netta risalita, vincente, calpestatrice, camminante sulle ceneri della WCW.

Il tempo vola. Sono volati vent’anni, e noi, tossicodipendenti del Professional Wrestling, non abbiamo mai più sentito quel Flash iniziale provato con la vera D-Generation X. Lo abbiamo cercato, rincorso e ci siamo fatti, sperando di provare ancora una volta lo sballo di quel tempo, di quegli anni andati, irrecuperabili. Il tempo porta via anche le leggende, troppo poco apprezzate nel momento della grandezza, troppo aspettate, troppo deludenti al momento del ritorno.

La DX è nella leggenda. Una leggenda che non si spegnerà fino a che la ricorderemo. Una leggenda che non tornerà, perché ogni cosa ha un tempo e un luogo nei quali sviluppare la propria grandezza. Li, aihmé, è destinata a restare.