E’ sempre la stessa cosa. Quando sei un pro Wrestler e sei sul Ring, è sempre la stessa cosa. Il tuo avversario, davanti a te, si appresta ad assestarti la sua manovra, buttarti giù e poi via, è il tuo turno. Non cambia stavolta. Di fronte a me c’è il mio avversario, mi afferra, mi butta giù, io incasso, sono pronto a rialzarmi, ma c’è qualcosa che non va. Qualcosa non si muove, o meglio si muove male. Qualcosa, dentro, si muove male.
Non era così quando iniziò, Gary. I suoi allenatori a scuola, all’università, gli raccomandavano sempre di rialzarsi il più in fretta possibile. Doveva farlo perché era in quel momento che il suo avversario, dopo aver scaricato tutta la sua forza per l’attacco, doveva prendersi qualche secondo per rifiatare. Lui lo aveva imparato bene. Benissimo. Tanto da diventare uno dei migliori atleti amatoriali negli Stati Uniti.
Questa volta però, nonostante cercasse di muoversi dopo l’attacco del suo avversario, gli impulsi lanciati dal cervello non trovavano risposta. Muscoli e tendini rimanevano fermi. C’era soltanto quel qualcosa, dentro di lui, che accennava dei movimenti incerti, irregolari, differenti dal solito. Il rumore stava diventando pian piano silenzio, la luce, buio.
Era molto felice quando accadde. La sua carriera universitaria non poteva durare per sempre, e quando gli proposero di diventare un Wrestler professionista, non poté che accettare. Andò ad allenarsi in Canada, dove firmò un contratto con la Stampede Wrestling. Il vecchio Stu era uno che poteva insegnargli la tecnica, la ferocia e l’aggressività necessaria per affrontare una carriera sui Ring di tutto il mondo. Lui aveva qualche dubbio sul perché, ma Stu gli disse, prima di tutto, che adesso si faceva sul serio, i suoi avversari non sarebbero stati ragazzini, e se non si fossero attenuti alle regole, l’arbitro non era li per fermarli o squalificarli. Doveva imparare a difendersi da solo.
Gary lo imparò, e lo imparò alla grande. Adesso però, giacendo al tappeto faccia a terra, era come se si stesse svuotando di tutto, come se ogni insegnamento passasse in secondo piano, perché realizzava che il vero avversario, difficile da rispettare, stavolta, non ce l’aveva sul Ring, non aveva un costume, non era un Wrestler.
Il rispetto è una delle cose che si deve imparare per prima nello sport, e quindi anche nel Wrestling. Il professionismo, gli dicevano in Giappone, è però diverso, perché ci sono due forme di rispetto: la prima è quella che devi avere per le qualità del tuo avversario, non sottovalutandolo mai; la seconda è quella che devi avere per la salute del sua salute, cercando di ridurre il più possibile il rischio di fargli male. Gary era una macchina da Suplex, un maestro sul quadrato e uno con il quale tutti volevano lavorare. In Giappone affinò ancora di più la sua tecnica e la sua carriera, quasi tutta spesa laggiù, lo lanciò nell’olimpo.
Poche furono le apparizioni negli Stati Uniti, una nella ECW, l’altra nella WCW. Una capatina ogni tanto nella WWC, a Puerto Rico da Carlos Colòn. Furono invece la AJPW e la UWF a forgiare le sue doti e il suo carattere. Doti e carattere che gli permisero di sposare Monica, una che di cognome fa Anoa’i e che lo portò con se dentro a una delle più importanti famiglie della storia del Wrestling, una famiglia che ti accoglie soltanto se sei un uomo vero, e Gary dimostrò di esserlo dal primo momento.
Adesso, però, si sentiva poco uomo. Non riusciva a reagire nonostante lo sforzo immane, e quasi si pentiva di aver accettato quel Match, quel Booking della World Xtreme Wrestling. Aveva lavorato pochissimo negli Stati Uniti, avrebbe dovuto continuare ad evitarlo. E invece eccolo, di fronte a Lucifer Grimm che gli ha appena assestato una Cutter, lasciandolo al tappeto. E’ adesso immobile davanti a lui, attende che si rialzi, adesso è il suo turno.. Ma no. Tutto tace e tutto è fermo.
Gary sente soltanto una cosa, qualcosa dentro di lui che si muove male, e che lo fa sempre più piano.
Gary di cognome si chiama Albright. Muore all’età di 36 anni sul Ring della WXW mentre combatte un Match contro Lucifer Grimm. Muore stroncato da un infarto, per colpa di un cuore indebolito dal diabete. Muore troppo giovane dopo una carriera spesa a creare un Wrestler unico. Muore in silenzio, ma circondato da ciò che amava.
Ed è proprio questa la cosa bella di tutta questa storia. Gary Albright non muore stroncato da un’ overdose, da una dipendenza. Non muore solo nella stanza di un motel o in macchina. Muore, davvero, facendo ciò che amava. Shockato, sorpreso, impaurito sicuramente, ma quando tutta la sofferenza di quel momento passa, sa di aver compiuto il sogno della sua vita e se la vita in quel momento è finita, sarà perché era destino. Se doveva morire in qualche modo, però, meglio farlo cosi, fra le urla di chi lo amava e nelle mani di qualcuno che rispettava.








