In estrema sintesi che cosa è stato All In se non un manifesto. Un manifesto di intenti, di sentimento, amore, risate, tradizione e un omaggio alla storia.
È stato un evento con i piedi ben piantanti per terra, che è arrivato alle radici, che ha toccato nervi atrofizzati di molti di noi, che ha avuto il coraggio di osare e proporre una concreta prospettiva diversa dall’abitudinario. E anche fosse un solo evento, se non ci sarà un seguito, un All In 2, avrebbe già raggiunto questo nobile scopo. Una provocazione che un manifesto deve ottenere, una scossa nelle coscienze.

 

E badate bene, All In è stato tutto fuorché un evento da considerare perfetto, anzi per meglio dire universale. È stato un evento farcito di citazioni, storia e vecchi lottatori che hanno accompagnato il figlio del loro mentore a vincere la cintura della vita. Per “universale” intendo proprio dire che una persona digiuna di pro-wrestling, non lo capirebbe, diversamente da un mega evento WWE che racchiude l’intrinseca e rischiosa idea del contenere molteplici visioni, volendo accontentare tutti gli spettatori senza distinzione di età, sesso e provenienza geografica, All In ha ristretto il suo pubblico e lo ha esaltato.
Se avete visto l’evento, profilando lo spettatore medio presente nell’arena si trattava di un uomo, tra i trenta e i quaranta, che presumibilmente ha iniziato a vedere wrestling tra la fine degli ottanta e i primi dei novanta, raggiungendo l’apice della passione nella Monday Night War, continuando a seguire l’unica major che ha sonnecchiato in questi anni, ma sempre con un occhio al panorama indipendente, riconoscendo in quei ragazzi che si sono esibiti al Sears Centre di Chicago sabato notte, le schegge di quell’epoca che tanto hanno amato.

 

La “visione” di quello scorcio di panorama che abbiamo visto a Chicago non ci ha detto che se ROH-NJPW-Impact unissero le forze, potremmo sconfiggere il drago malvagio della WWE, a cui infondo dobbiamo voler bene, ci ha detto che è possibile la grandezza anche con un prodotto più settoriale.
Chi ama il wrestling segue ciò che vuole, questo deve essere chiaro, eventi come questo ci dicono soprattutto questo. Non nascondono un implicito senso di superiorità o inferiorità, ci dicono che l’anima e le storie che questo sport ha il potenziale di raccontarci, possono essere molte e che una multinazionale, non può possederne l’anima per infinite ragioni.
Come il basket si può giocare anche, male, ma divertendosi in un campetto di periferia e non solo in NBA, così il wrestling deve vivere anche di scapestrati ragazzi che vogliono vivere l’emozione di sentire che effetto fa un ring sotto ai piedi.
All In è stato una sintesi equilibrata tra la voglia di voler fare la storia, la propria storia e il desiderio di divertire la gente, che anche da casa, spero per voi, abbiate seguito l’evento con gli occhi ben sgranati e non distratti dalle decine di notifiche sullo smartphone. Mettendo sul tavolo il rischio che poteva comportare uno show ricco di elementi e lottatori con diversi background, dai messicani, ai giapponesi, agli europei e gli americani.

 

Questo “popolo” ha risposto con diecimila biglietti venduti e un presumibile successo in giro per il mondo, lo stesso popolo che in passato si è contato e si è sempre trovato povero numericamente, lo stesso popolo che sabato si è contato e si è trovato numeroso e capace di ripetere con forza al futuro evento ROH-NJPW al Madison Square Garden. Come dicevo in fase di preview la scorsa settimana, non si tratta più di qualche t-shirt del Bullet Club che invade Raw, si tratta di una presa di consapevolezza di quella fetta di mercato che negli ultimi anni, dopo il picco di Daniel Bryan, si è sentita abbandonata e inascoltata e adesso, come mai prima, si sente rilevante, importante e libera di poter dire “seguo quello che voglio”. Se tra di noi ci sono molti che seguono esclusivamente la WWE, adesso il numero di persone che si riconoscono e si divertono non seguendola più, sono sempre più numerose. Merito a questo evento che sarà ricordato come un punto di svolta nella storia, merito dei Bucks e di Cody che ci hanno ascoltato, facendoci sentire veramente al centro dello show, come parte attiva. Un insegnamento che fa rivivere Dusty, a cui, credetemi dobbiamo molto più di quanto potete neanche lontanamente immaginare.

 

“Get a dream, hold on to it and shoot for the sky” – Dusty Rhodes
Luca Grandi
In allenamento per diventare un cattivo dei Cavalieri dello Zodiaco. Cerco di non perdere la salute tifando Arsenal. Tengo un occhio aperto sui fumetti e le serie tv come Tetsuya Naito.