L’inverno era rigido nel 2001, i piumini color menta erano di moda quel semestre tra le ragazze universitarie di Shibuya, e i convenience store vendevano onigiri di salmone con il wasabi già incorporato — una novità. Il Giappone viveva ancora in quella strana sospensione tra il boom perduto degli anni Novanta e un futuro che nessuno riusciva a nominare. E Antonio Inoki, settantotto chili di leggenda vivente stava per fare una delle cose più folli che un uomo di potere possa fare: decidere che la verità vale più del mito.
L’Inokiism — il termine fu coniato dai giornalisti sportivi giapponesi con quella loro abitudine di convertire i nomi propri in ideologie, come se ogni pensiero abbastanza forte meritasse un suffisso — non fu mai una filosofia ordinata. Fu piuttosto un impulso, qualcosa che viveva tra l’estetica e la psicosi, tra la visione e la vanità. Inoki aveva combattuto Muhammad Ali nel 1976 in un match che aveva scandalizzato il mondo e annoiato quasi chiunque lo avesse visto dal vivo — quindici round di Ali che ballava, Inoki che strisciava sul tatami come un granchio, calci sferrati dal basso. Eppure quel match era diventato mitologia. Aveva dimostrato — o almeno aveva suggerito — che il wrestling giapponese e le arti marziali reali vivevano nella stessa casa, in stanze diverse. Inoki aveva trascorso i successivi venticinque anni a bussare alle pareti tra quelle stanze.
I. Il corpo come argomento
Per capire cosa successe tra il 2001 e il 2003 alla New Japan Pro-Wrestling, bisogna capire cosa significava il corpo per il Giappone di quegli anni. Il paese aveva attraversato l’estetica dello sforzo fisico come una religione laica: i maratoneti che collassavano sotto la pioggia sul traguardo di Fukuoka erano trasmessi in televisione in prime time, il kendo nelle scuole medie era obbligatorio in molte prefetture, e la nozione di gaman — sopportare, persistere senza lamentarsi — permeava tutto, dalla sala d’attesa del dentista ai jingle pubblicitari. Il corpo doveva soffrire per essere degno di rispetto.
Il wrestling professionale giapponese, il puroresu, aveva costruito la sua grandezza su questa etica. Gli stiff shot — le botte vere, le chop che lasciavano segni rossi sul petto per settimane — erano un contratto non scritto tra lottatore e pubblico. “Vi mostro che fa male davvero” era la premessa implicita di ogni match. Ma era ancora teatro. Inoki lo sapeva meglio di chiunque altro: era stato lui a costruire quel teatro, mattone per mattone, dagli anni Sessanta in poi. Ed era proprio lui, ora, a volerlo bruciare.
Nel 2000, il Pride Fighting Championships trasmetteva i suoi eventi dal Saitama Super Arena davanti a folle di settantamila persone. Fedor Emelianenko era già un nome, Wanderlei Silva terrorizzava il pubblico con quella sua corsa in avanti come un toro. Il Giappone era il centro del mondo per le arti marziali miste: i network televisivi Fuji TV e TBS si contendevano i diritti, i pachinko parlor esponevano i poster dei combattenti come fossero divi del cinema. In quel contesto, il wrestling sembrava improvvisamente arretrato. Inoki lo percepì come un’umiliazione personale.
La New Japan Pro-Wrestling aveva già sperimentato con il formato “shoot-style” negli anni Ottanta, attraverso la Universal Wrestling Federation di Akira Maeda. Ma quella era stata una rivoluzione estetica — il wrestling che sembrava reale. Quello che Inoki immaginava ora era diverso: wrestler veri, match veri, risultati incerti. Una follia commerciale. Un atto di fede.
II. I martiri di Inoki
Il primo nome da tenere a mente è Yuji Nagata. Nel marzo del 2001, Nagata — uno dei top babyface della NJPW, il beniamino del pubblico, la faccia pulita che le mamme amavano perché sembrava affidabile come un insegnante di educazione fisica — fu mandato a combattere in un vero match MMA contro Mirko Cro Cop al Pride FC. Mirko era già, in quei mesi, forse il kickboxer più pericoloso del pianeta: un ex poliziotto croato con un calcio sinistro che sembrava sparato da un cannone.
Nagata perse. Non perse normalmente. Perse in un modo che sembrava la sintesi visiva di un errore categoriale — come se qualcuno avesse mandato un pianista a suonare al posto di un percussionista in un concerto di musica. Ci volle poco meno di cinque minuti. I giornali sportivi giapponesi, il giorno dopo, usarono il termine gyaku-jūjōgatame — la presa dall’armbar che lo aveva costretto ad arrendersi — con la stessa gravità con cui si descrive un incidente stradale. La mattina dopo, nei bar vicino ai salaryman che leggevano il giornale davanti al caffè americano del mattino, ci fu imbarazzo. Non rabbia: imbarazzo. Come se qualcosa di sacro avesse inciampato in pubblico.
Ma Inoki non si fermò. Anzi, accelerò. Nello stesso anno, Don Frye — americano, baffoni enormi, aria da cowboy di B-movie — fu inserito nella NJPW come ponte tra i due mondi. Frye aveva combattuto al Pride, aveva perso e vinto con quella nonchalance tutta americana che i giapponesi trovavano sia irritante che affascinante. Sul ring della NJPW sembrava un alieno: non conosceva le sequenze coreografate, dimenticava i takeover, improvvisava. Il pubblico di Osaka non sapeva bene come reagire. Applaudì, educatamente, come si applaude a un ospite straniero che tenta qualche parola di giapponese al karaoke.
Poi arrivò Kazuyuki Fujita. Fujita era il caso più interessante, perché era un lottatore NJPW che aveva davvero talento per le MMA — una testa dura quasi leggendaria (resistette a un pugno di Mark Coleman che avrebbe messo ko chiunque altro), un grappling solido, una mentalità da combattente vero. Quando vinse al Pride contro Igor Vovchanchyn nel 2000, fu una vittoria autentica. Inoki la usò come prova della sua teoria: i suoi uomini potevano competere. Il problema era che non tutti erano Fujita.
Il ring non mentiva. Era questo il problema — e la grandezza — di ciò che Inoki stava facendo.
III. L’economia della sconfitta
C’è un aspetto di questa storia che viene spesso dimenticato, e riguarda il denaro. La NJPW di quegli anni era in crisi finanziaria. Il boom del puroresu degli anni Ottanta era finito — le platee del Korakuen Hall, il venue storico di Tokyo che poteva contenere duemila persone, non erano più esaurite come un tempo. I giovani giapponesi avevano scoperto il K-1, avevano scoperto il Pride, avevano scoperto Internet. Il wrestling tradizionale sembrava improvvisamente anziano.
Inoki, che aveva fondato la New Japan nel 1972 dopo essere stato licenziato dalla Japan Pro Wrestling di Rikidōzan, aveva sempre avuto un istinto commerciale affilato quanto la sua mascella. Capì — o credette di capire — che l’unico modo per rendere nuovamente rilevante il puroresu era inocularlo con la credibilità delle MMA. Se i suoi wrestler potevano combattere per davvero, il teatro tornava ad avere peso. Il problema logico di questa equazione era evidente a tutti tranne che a lui: se un match è teatro, la sconfitta non conta. Ma se il match è vero, la sconfitta è reale — e non puoi permetterti di perdere ogni volta.
Eppure le sconfitte si accumularono. Masahiro Chono, un’altra icona della NJPW, fu coinvolto in match semi-shoot che finirono male. Hiroyoshi Tenzan subì l’umiliazione di un match contro un lottatore MMA di seconda fascia che lo dominò completamente. Il pubblico cominciò a non capire più la grammatica di ciò che stava vedendo: questo match era vero? Era finto? Quello che sembrava un momento di autenticità era pianificato? Quella presa sembrava dolorosa — lo era davvero?
Chi frequentava i backstage della NJPW in quel periodo racconta di un’atmosfera strana, sospesa. I wrestler si allenavano al dojo di Nerima con una serietà nuova — sessioni di submission grappling, allenamenti di boxe thai, corsa mattutina lungo il Tama River. C’era l’odore del linimento sulla pelle, la stanchezza degli occhi di chi dorme poco. Ma c’era anche qualcosa di più sottile: una forma di ansia che non avevano mai conosciuto prima. Nel wrestling tradizionale, sai come finirà. Non sai quante volte ti faranno fare le cose brutte, non sai quanto ti farà male la schiena domani mattina — ma sai il risultato. In questa nuova versione di Inoki, non lo sapevi più. E questa incertezza cambiava ogni cosa.
IV. Il dio che scende dall’altare
Inoki stesso combatté ancora, a cinquantotto anni. Non in match MMA, ma in incontri che cercavano di essere nel mezzo — una terra di nessuno estetica che non soddisfaceva nessuno completamente. Guardarlo era strano: il corpo che aveva costruito una carriera negli anni Sessanta e Settanta era ancora lì, ancora riconoscibile, ma qualcosa nell’insieme era cambiato come cambia una città che conosci da sempre quando torni ad essa dopo vent’anni. Le forme sono le stesse, ma le proporzioni sono diverse.
C’era qualcosa di profondamente giapponese in questa ostinazione. Il termine shokunin — artigiano, maestro di una disciplina — porta con sé l’idea che la dedizione a un’arte debba essere totale, che il maestro si consumi nel tentativo di perfezionare qualcosa che sa già non potrà mai essere perfezionato. Inoki funzionava con questa logica: credeva così intensamente nell’idea che il puroresu potesse diventare reale da essere disposto a umiliare i suoi campioni, a rischiare la sua impresa, a rompere il contratto di fiducia con il pubblico pur di dimostrare qualcosa che forse non aveva senso dimostrare.
Nel frattempo, il Giappone andava avanti. Il 2001 portò l’apertura di Roppongi Hills in costruzione — le gru erano visibili da Shibuya nelle mattine limpide. Il 2002 portò i Mondiali di calcio in Corea e Giappone, e per qualche settimana l’intero paese smise di pensare ad altro. La nazionale giapponese arrivò agli ottavi di finale e le strade di Shinjuku videro scene di giubilo collettivo che ricordavano i festeggiamenti del Capodanno. Quell’estate, le ragazze portavano la bandiera del Giappone dipinta sulle guance e le lattine di birra Sapporo si vendevano in formato da mezzo litro agli angoli delle strade. La vita continuava, con la sua quotidiana bellezza indifferente ai drammi dei ring.
V. La crisi e la sua grammatica
Il 2002 fu l’anno della crisi vera. La NJPW perse Keiji Muto — uno dei suoi lottatori più popolari — che se ne andò per formare la All Japan Pro Wrestling. Perse quote di mercato sui Pay-per-view a favore del Pride. Perse, soprattutto, la chiarezza narrativa che aveva reso il puroresu grande: c’era un eroe, c’era un villain, c’era un climax drammatico, c’era una risoluzione. L’Inokiism aveva sporcato questa struttura con l’ambiguità del reale, e l’ambiguità, come sa chiunque scriva romanzi o costruisca show televisivi, è un’arma potentissima — ma solo se sai dove stai andando.
Inoki non sembrava saperlo. O forse lo sapeva, e il destino era proprio questo: distruggere per poi ricostruire. C’è una parola buddista, mujo, che indica l’impermanenza di tutte le cose — la consapevolezza che nulla dura, che ogni forma è destinata a dissolversi. Il puroresu come lo aveva conosciuto lui stava dissolvendosi. Forse era necessario.
Nel frattempo, un ventenne di nome Hiroshi Tanahashi stava imparando il mestiere nel dojo, con quella sua faccia da attore di jidaigeki e quella muscolatura che sembrava costruita per il poster piuttosto che per il combattimento vero. Tanahashi capiva istintivamente ciò che Inoki non riusciva ad accettare: la gente vuole essere presa per mano e portata in un posto meraviglioso. Non vuole essere convinta che il posto meraviglioso esiste davvero. Sono due cose diverse. Una è arte, l’altra è apologia.
VI. La fine di un esperimento
Nel 2003, l’esperimento cominciò a sgonfiarsi. Non con un annuncio solenne, non con una conferenza stampa — con la gradualità silenziosa con cui in Giappone finiscono le cose: un programma televisivo che cambia orario, un prodotto che sparisce dagli scaffali del convenience store senza spiegazioni. La NJPW tornò lentamente verso il puroresu tradizionale. I match MMA per i suoi lottatori diventarono meno frequenti. Il confine tra teatro e realtà, che Inoki aveva tanto faticosamente tentato di cancellare, fu ridisegnato — non con forza, ma con quella pazienza che solo le strutture che sopravvivono possiedono.
Inoki lasciò la presidenza attiva della New Japan nel 2005, anche se il suo spirito — l’Inokiism come modo di pensare, come esigenza di autenticità fisica — rimase nell’aria per anni. I suoi wrestler portarono sul corpo le tracce di quell’era: ginocchia operate, spalle ricucite, quel modo particolare di muoversi sul ring che tradisce chi ha preso botte vere oltre a quelle coreografate.
Il Pride FC fallì nel 2007, acquistato dalla UFC americana. Il K-1 arrancò e poi declinò. Il Giappone delle MMA, quella stagione straordinaria e irripetibile in cui le arti marziali erano il linguaggio comune di una nazione intera, finì. E con essa finì anche la necessità che aveva spinto Inoki nella sua ossessione: dimostrare che il suo mondo poteva stare alla pari con quello reale.
Epilogo
Qualche anno fa, una vecchia registrazione di una conferenza stampa di Inoki del 2001 circolò tra i forum di wrestling giapponesi. Nel video, Inoki risponde a una domanda sul perché stia mandando i suoi uomini a combattere in match che potrebbe perdere. Ci mette un momento. Poi dice, con quella voce che ha sempre avuto — lenta, un po’ roca, come chi ha scelto le parole una volta per tutte: «Perché voglio che abbiano qualcosa di vero da portare con sé.»
Non parlava del pubblico. Non parlava dei rating televisivi. Parlava dei suoi wrestler — di Nagata che tornava a casa con la mascella gonfia, di Fujita che si allenava alle sei di mattina sul tatami umido del dojo di Nerima, di tutti quei corpi giovani che lui stava spingendo verso qualcosa di difficile e pericoloso perché credeva — nel modo sbagliato e meraviglioso in cui si crede alle cose che non possono essere provate — che il contatto con la realtà rende le persone più grandi.
Inoki è morto nel 2022, a settantanove anni, per un’amiloidosi sistemica che lo aveva consumato lentamente. Nei suoi ultimi anni usciva in sedia a rotelle agli eventi di wrestling, e il pubblico si alzava in piedi — non per cortesia, non per abitudine, ma perché c’è qualcosa in un uomo che ha sbagliato grandiosamente, che ha rischiato tutto per un’idea impossibile, che fa venire voglia di stare in piedi.
Penso spesso a Nagata quella notte di marzo del 2001, dopo la sconfitta contro Mirko. Come sarà tornato a casa — in treno, probabilmente, come tornano a casa tutti a Tokyo, stretti tra i pendolari silenziosi che guardano il telefono o dormono col mento sul petto. Con la mascella gonfia. Con quella cosa dentro che non ha nome preciso in nessuna lingua, che è vergogna ma anche qualcos’altro — qualcosa che assomiglia ad aver guardato la verità in faccia e averla trovata più difficile di quanto si sperasse. Come sarà stato comprare quella lattina di latte caldo alla macchinetta dell’angolo, prima di rientrare nel quartiere dove viveva, sentire il calore del metallo nel palmo della mano.
Alcune sconfitte rimangono. Non come cicatrici — come fondamenta.








