Ci sono anni che sembrano cerniere. Non lo sai mentre li vivi — li riconosci solo dopo, quando guardi indietro e vedi che da quel punto le strade si separano e non tornano più a incontrarsi nello stesso modo. Il 2004 della New Japan Pro-Wrestling fu uno di quegli anni. Fuori dai palazzetti, il Giappone stava cambiando con quella sua velocità silenziosa che non fa rumore ma trasforma tutto: i telefoni cellulari avevano già i messaggi fotografici, i treni Shinkansen tra Tokyo e Osaka erano diventati così veloci da rendere assurdo prendere l’aereo, e nei convenience store di Shibuya comparivano i primi onigiri con la firma dello chef — piccola vanità borghese che avrebbe fatto sorridere la generazione dei salaryman che mangiavano in piedi davanti agli scaffali. Il Giappone stava diventando un posto leggermente diverso, e anche la New Japan stava cercando di diventare un posto diverso. Aveva tre ragazzi su cui aveva scommesso tutto. Si chiamavano Tanahashi, Nakamura e Shibata, e quell’anno avrebbero dimostrato — ciascuno a suo modo, ciascuno nella direzione opposta dagli altri — cosa significa davvero avere un destino.
I. Il nome e il peso che porta
Nel 2004 la New Japan Pro-Wrestling battezzò ufficialmente il trio composto da Hiroshi Tanahashi, Shinsuke Nakamura e Katsuyori Shibata con il nome di Nuovi Tre Moschettieri. Era un gesto carico di storia, e lo sapevano tutti. I Tre Moschettieri originali — Keiji Muto, Masahiro Chono e Shinya Hashimoto, la classe del dojo del 1984 — avevano portato la New Japan attraverso il suo decennio d’oro, gli anni Novanta, quando il puroresu era ancora il linguaggio con cui il Giappone parlava di forza e bellezza e sacrificio. Dare quel nome ai tre giovani significava qualcosa di preciso: questi sono i nostri eredi, questi sono quelli su cui costruiremo il prossimo capitolo.
Ma i nomi ereditati sono anche pesi. E il 2004 fu l’anno in cui ciascuno dei tre scoprì, a modo suo, quanto pesasse quel nome — e se fosse disposto a portarlo.
C’è una cosa che non viene quasi mai raccontata quando si parla di Katsuyori Shibata, e che occorre dire prima di tutto il resto, perché cambia la lettura di ogni cosa che viene dopo. Nel 2000, durante la Young Lion Cup — il torneo con cui i debutanti si misurano tra loro e cominciano a costruirsi un nome — Shibata fu coinvolto in un incidente che non ha paragoni nella storia recente della New Japan. Durante un match del torneo colpì Masakazu Fukuda con un elbow drop. Fukuda cadde in coma. Quattro giorni dopo era morto.
Shibata aveva vent’anni. Fukuda anche. Erano entrambi young lion — ragazzi che avevano scelto la cosa più dura che potevano scegliere, e che si allenavano insieme ogni mattina sul tatami bagnato del dojo, e che probabilmente erano amici nel modo in cui si è amici quando si condivide la fatica. Non ci fu mai nulla di intenzionale, non ci fu mai colpa giuridica. Ma ci sono cose che restano nel corpo anche senza colpa — il modo in cui si ricorda un peso, il modo in cui le mani ricordano un momento. Shibata continuò. Tornò al dojo. Continuò ad allenarsi. Non parlò mai pubblicamente di quella notte, per quanto ne sappiamo. Ma chi lo ha conosciuto in quegli anni dice che c’era qualcosa in lui che non assomigliava a nessun altro — una serietà che non era freddezza, una durezza che non era arroganza. Era qualcosa di più simile alla consapevolezza radicale di quanto il corpo umano sia fragile, e alla scelta, nonostante questa consapevolezza, di continuare comunque.
II. Nakamura e la grammatica del talento
Shinsuke Nakamura nel 2004 aveva già ventiquattro anni e la cintura IWGP — l’aveva vinta nel dicembre del 2003, diventando il campione più giovane della storia — e una presenza sul ring che i commentatori giapponesi faticavano a descrivere perché non assomigliava a niente di già visto. Non era la fisicità imponente di Hashimoto, non era l’eleganza calcolata di Muto. Era qualcosa di più strano e più personale: un modo di occupare lo spazio che sembrava sempre in anticipo di mezzo secondo sulla musica, come certi jazzisti che suonano leggermente fuori tempo e per questo suonano più giusti degli altri.
Nakamura veniva dalla lotta libera amatoriale — aveva gareggiato a livello nazionale, aveva quella cultura del grappling che si impara solo con anni di tappeto, cadute vere, sudore vero. Ma aveva anche qualcosa che la lotta libera non insegna: istinto teatrale, senso del momento, la capacità di capire quando il pubblico ha trattenuto il respiro abbastanza a lungo e di dargli esattamente in quell’istante ciò che si aspetta. Era un talento naturale nel senso più raro — non il talento atletico, che è relativamente comune, ma il talento narrativo, che è quasi impossibile insegnare.
La New Japan lo spinse con decisione, e fece bene. Il suo regno da campione nel 2003-2004 fu breve ma sufficiente a stabilire qualcosa di importante: questo ragazzo sa come portare la cintura. Non nel senso fisico — nel senso che quando la cintura è su di lui, la cintura torna a significare qualcosa. Dopo i mesi di Yasuda e Sapp, dopo i cortocircuiti narrativi e i regni di sessantasei giorni, vedere la cintura IWGP intorno alla vita di Nakamura era come sentire di nuovo una frase grammaticalmente corretta dopo mesi di subordinate incomplete.
III. Tanahashi e la lunga preparazione
Hiroshi Tanahashi nel 2004 non era ancora ciò che sarebbe diventato. Era ancora nel processo — quel processo lungo e spesso invisibile attraverso cui un atleta di talento diventa qualcosa di più di un atleta di talento. Aveva già vinto il suo primo titolo IWGP a gennaio, il che lo rendeva, insieme a Nakamura, parte di quella generazione che stava raccogliendo l’eredità della cintura dopo i disastri dell’era dei mostri importati. Ma il suo wrestling aveva ancora qualcosa di acerbo — non nelle meccaniche, che erano già notevoli, ma nella psicologia. Sapeva cosa fare. Stava imparando perché.
Tanahashi veniva dalla prefettura di Gifu, figlio di un padre che lavorava in fabbrica e una madre casalinga, e aveva quella qualità delle persone di provincia che si fanno strada nelle grandi città: una determinazione silenziosa che non si mostra mai come arroganza ma non cede mai nemmeno sotto pressione. Al dojo si allenava con la regolarità di un orologio svizzero. Non era il più duro — Shibata era più duro. Non era il più talentuoso fisicamente — Nakamura era più dotato di istinto. Ma aveva qualcosa che nessuno dei due aveva in quella misura: una visione di se stesso nel futuro. Sapeva, con una certezza che non era vanità ma progetto, che sarebbe diventato l’uomo su cui la New Japan si sarebbe retta.
Nei weekend liberi, quando non era in tour, camminava per i quartieri di Tokyo con quel passo un po’ troppo lungo dei ragazzi di campagna che non si sono ancora abituati ai marciapiedi affollati. Si sedeva nei kissaten — i vecchi caffè giapponesi che sopravvivono nei quartieri che il rinnovamento non ha ancora raggiunto — e guardava la gente fuori dalla vetrina con quella concentrazione quieta di chi sta imparando qualcosa senza sapere ancora esattamente cosa.
Tanahashi non era ancora il salvatore della New Japan. Era ancora l’uomo che stava imparando come diventarlo — e questa differenza, nel 2004, era tutto.
IV. Shibata e il G1
L’estate del 2004 fu l’estate del G1 Climax — il torneo estivo che è da sempre il momento più importante del calendario NJPW, il momento in cui le gerarchie vengono messe alla prova sul campo e i futuri campioni si annunciano. Katsuyori Shibata vi entrò con la stessa intensità silenziosa con cui faceva ogni cosa, e per qualche settimana sembrò che il 2004 potesse essere il suo anno.
Shibata vinse il proprio girone con otto punti, battendo avversari del calibro di Masahiro Chono, Shinsuke Nakamura e Genichiro Tenryu — ex campioni, veterani, uomini che avevano costruito le loro carriere nell’arco di decenni. Non li batté con la grazia di Nakamura o con la strategia di Tanahashi. Li batté con quella sua qualità peculiare e difficile da nominare: una fisicità che sembrava rifiutarsi di accettare i confini tra il wrestling simulato e il combattimento vero. I suoi calci arrivavano con un peso che il pubblico sentiva anche dalla terza fila. Le sue prese avevano la qualità delle cose che fanno davvero male.
Nelle semifinali perse contro Hiroyoshi Tenzan, che andò a vincere il torneo. Fu una sconfitta pulita, senza scuse. Shibata tornò nello spogliatoio, si cambiò, prese le sue cose. Non c’è nessuna storia drammatica da raccontare su quella notte — solo la cronaca secca di un uomo che aveva fatto del suo meglio e non era bastato.
Ma c’era già qualcosa che non andava, sotto la superficie. Qualcosa che non riguardava i risultati ma riguardava il modo in cui Shibata si muoveva nell’istituzione — il modo in cui guardava le riunioni di produzione, il modo in cui rispondeva quando i produttori gli dicevano come doveva lavorare un certo match. Il motivo principale della sua partenza dalla New Japan era il rifiuto di modificare il proprio stile di combattimento. Non voleva addolcire i calci. Non voleva rendere le prese meno reali. Non voleva diventare più sicuro — nel senso teatrale del termine, non in quello atletico. Voleva continuare a picchiare le persone per davvero, e la New Japan aveva cominciato a dirgli che non poteva.
V. Il paradosso di Shibata
C’è un’ironia densa al centro di questa storia. Antonio Inoki aveva trascorso tre anni a mandare i suoi wrestler a combattere nelle MMA, a portare lottatori di MMA sul ring della New Japan, a gridare ai quattro venti che il puroresu doveva tornare ad essere reale. E ora la sua stessa compagnia stava chiedendo a Katsuyori Shibata — l’uomo che più di tutti incarnava quella filosofia, l’uomo che non aveva mai smesso di trattare ogni match come se il risultato fosse incerto — di calmarsi, di addomesticare la propria violenza, di diventare più teatrale.
Shibata rimase, fino alla fine, un vestigio del concetto di strong-style di Inoki. Ma lo strong-style che Inoki aveva predicato era diventato scomodo quando incarnato da qualcuno che lo prendeva sul serio. Era una cosa da invocare nei discorsi, da usare come argomento di marketing, da brandire contro i critici che dicevano che il wrestling era falso. Non era una cosa da praticare ogni sera sul ring del Korakuen Hall, perché chi lo praticava davvero si faceva male, faceva male agli avversari, e rendeva impossibile la logistica di uno show che aveva bisogno di lottatori sani per il tour successivo.
Shibata era destinato a diventare il più grande dei tre — almeno, nei piani originali della compagnia. Era il figlio d’arte — suo padre Katsuhisa Shibata aveva lottato per la New Japan negli anni Settanta e in Messico per la CMLL — aveva il lignaggio, aveva la fisicità, aveva quella qualità rarissima nei lottatori giapponesi di sembrare genuinamente pericoloso senza sembrare mai crudele. Ma aveva anche qualcosa che le istituzioni non sanno gestire: un’idea propria di come le cose dovessero funzionare, un’etica personale così radicata da non essere negoziabile.
VI. La Black New Japan e l’addio
Dopo il G1, Shibata si unì alla Black New Japan, la nuova stable di Masahiro Chono. Era un raggruppamento strano, concettualmente — Chono era un veterano degli anni Ottanta, un’icona della generazione precedente, e costruire una stable intorno a lui in quel momento aveva il sapore di qualcosa che guarda al passato mentre finge di guardare al futuro. Shibata non sembrava a suo agio. Non sembrava a suo agio in nessuna delle strutture narrative che la New Japan cercava di costruirgli intorno, con quella sua qualità di uomo che esiste meglio fuori dai confini che dentro.
A gennaio del 2005, Katsuyori Shibata lasciò la New Japan Pro-Wrestling. Non con una conferenza stampa, non con un addio drammatico. Con quella gradualità silenziosa con cui in Giappone finiscono le cose — un contratto che non viene rinnovato, una presenza che si dirada, un nome che sparisce dagli annunci dei tour. Andò a combattere nelle MMA, nel wrestling indipendente, ovunque ci fosse spazio per fare le cose a modo suo. Il suo record nelle MMA fu di quattro vittorie e undici sconfitte — non un trionfo, per usare un eufemismo. Ma non era per vincere che era andato. Era per fare qualcosa di reale.
Tanahashi non la prese bene. Sviluppò un risentimento nei confronti di Shibata che aveva radici sia estetiche che personali: non condivideva la filosofia dello strong-style portato all’estremo, che considerava privo di grazia psicologica e irrispettoso verso la salute di chiunque fosse coinvolto. E poi c’era la questione della lealtà — Shibata se ne andava nel momento in cui la New Japan aveva bisogno di nuove stelle, e questo per Tanahashi era qualcosa che non si faceva. Quella frattura avrebbe aspettato anni per essere raccontata sul ring, ma era già lì nel 2005 — invisibile, reale, destinata a rimanere.
VII. Ciò che rimase
Alla fine del 2004, dunque, i Nuovi Tre Moschettieri erano già diventati qualcosa di diverso da ciò che il nome prometteva. Nakamura aveva il titolo, la spinta, il futuro davanti — la compagnia aveva scelto su chi puntare e lo stava comunicando chiaramente con la grammatica dei push e delle cinture. Tanahashi era nell’anticamera della grandezza, impaziente come chi sente che il suo momento sta per arrivare e non riesce a smettere di guardare l’orologio. Shibata era già con un piede fuori dalla porta, la testa già altrove, il corpo che continuava a presentarsi agli allenamenti mentre la mente stava già costruendo qualcos’altro.
Tanahashi avrebbe alla fine salvato la compagnia. È una frase che i tifosi di puroresu usano spesso, e che ha quella qualità delle frasi vere: è insieme ovvia e impossibile da capire del tutto. Avrebbe salvato la New Japan dal declino, avrebbe ridato alla cintura IWGP il peso che aveva perso negli anni di Yasuda e Sapp, avrebbe costruito una carriera così lunga e così coerente da diventare lui stesso, alla fine, l’istituzione — non solo un lottatore che lavora per un’istituzione, ma parte costitutiva dell’istituzione stessa.
Nakamura avrebbe trovato se stesso — non subito, non senza deviazioni, ma avrebbe trovato quel personaggio definitivo, il King of Strong Style, che sembrava sempre essere esistito e che invece aveva richiesto anni di lavoro per emergere. Sarebbe diventato probabilmente il lottatore più riconoscibile visivamente della sua generazione, uno di quelli che un non-appassionato potrebbe identificare da una fotografia scattata dall’altro lato del ring.
Shibata sarebbe tornato. Sarebbe tornato nel 2012, dopo anni di MMA e wrestling indipendente, e sarebbe tornato cambiato — più duro, più consapevole, con quella qualità delle persone che hanno scelto la strada difficile e non se ne pentono. Sarebbe tornato per fare le cose a modo suo fino in fondo, fino a quel match del 2017 contro Kazuchika Okada dove un headbutt — dato da lui, non ricevuto — gli causò un ematoma subdurale che lo portò in sala operatoria e poi a una riabilitazione che durò anni.
Epilogo
Nel gennaio del 2006, Shibata tornò per una notte alla New Japan, per un match contro Tanahashi. Lo vinse. Poi sparì di nuovo.
Penso spesso a quella notte — non al match in sé, ma a quello che deve aver significato per entrambi. Tanahashi che guardava dall’altra parte del ring un uomo che era stato suo compagno di dojo, suo contemporaneo, qualcuno con cui aveva condiviso gli allenamenti delle sei di mattina e il tatami bagnato di sudore e le trasferte in pulmino verso i palazzetti di provincia. Un uomo che aveva scelto di andarsene nel momento in cui lui aveva scelto di restare. Shibata che guardava dall’altra parte del ring e vedeva tutto ciò che avrebbe potuto essere se avesse accettato i compromessi che non riusciva ad accettare.
Shibata ha detto, molti anni dopo, che non c’è posto per lui nella New Japan. Non lo ha detto con amarezza — lo ha detto con quella piatta oggettività con cui descrive ogni cosa, come se stesse leggendo un referto medico. È ancora così, dopotutto: un uomo che sa esattamente cosa è e che non cambierà per adattarsi a ciò che gli viene chiesto di essere. Il posto giusto per lui non è mai stato un posto solo — è stato sempre il confine tra i posti, lo spazio tra le categorie, il ring dove le regole non sono mai completamente chiare.
I tre moschettieri del 2004. Uno divenne il re. Uno divenne la leggenda. Uno scelse di essere qualcosa che non aveva nome, e per questo non rimase — ma per questo, forse, è il più difficile da dimenticare.








