C’è una cosa che Hiroshi Tanahashi faceva dopo ogni match vinto, e che nessun altro lottatore della New Japan aveva mai fatto in quel modo. Suonava una chitarra d’aria. Non con la serietà di chi esegue un rito, non con l’ironia di chi sa di essere ridicolo — con quella gioia fisica e totale di chi non riesce a contenere qualcosa di grande. Le dita correvano lungo una chitarra invisibile, la testa si inclinava, le spalle si muovevano con il ritmo di una musica che esisteva solo per lui e per il pubblico che capiva immediatamente di cosa si trattava. Era un gesto semplice. Era un gesto perfetto.

Il Giappone del 2006 non era più il Giappone del 2001. Cinque anni sono pochi nella storia di un paese, ma sono abbastanza per spostare il baricentro culturale in modi che si sentono prima di poterli descrivere. I telefoni cellulari avevano il televisore incorporato. I blog personali su Mixi — il social network giapponese che precedette Facebook di qualche anno nel cuore degli utenti locali — erano pieni di voci che commentavano tutto, dal baseball alle serie televisive coreane ai match di wrestling. Il confine tra cultura popolare alta e cultura popolare bassa si stava dissolvendo con una velocità che sorprendeva anche chi la stava vivendo. In questo Giappone nuovo, Hiroshi Tanahashi era la risposta giusta al momento giusto — un lottatore costruito non per l’era che era finita, ma per l’era che stava cominciando.


I. Il 17 luglio 2006 e ciò che significò davvero

Il 17 luglio 2006, a Sapporo, Hiroshi Tanahashi vinse il suo primo IWGP Heavyweight Championship sconfiggendo Giant Bernard nella finale del torneo per il titolo vacante. Era la cintura che Brock Lesnar aveva portato via in America. Era la cintura che aveva cambiato le mani di Yasuda e Sapp in regni di quarantotto e sessantasei giorni. Era la cintura che aveva perso peso, come abbiamo detto, come perde peso tutto ciò a cui non si crede abbastanza a lungo.

Tanahashi la sollevò sopra la testa con le due mani, davanti al pubblico di Sapporo, e qualcosa cambiò. Non drammaticamente — non con lo scatto di un interruttore. Cambiò nel modo in cui cambiano le cose quando finalmente tornano al posto giusto: con un senso di ovvietà, come se ci si chiedesse come fosse potuto essere altrimenti.

Aveva trent’anni. Aveva debuttato nel 1999 come young lion, aveva attraversato tutti gli anni dell’Inokiism come comparsa del proprio potenziale, aveva aspettato con quella pazienza che aveva descritto lui stesso come la cosa più difficile che avesse imparato — la pazienza di chi sa che il suo momento arriverà ma non sa quando. Era arrivato. E la cosa più importante, quella che il pubblico capì immediatamente, era che Tanahashi sapeva cosa farsene.

Prima di entrare nel wrestling era stato un giocatore di baseball alle superiori, a Ōgaki nella prefettura di Gifu, sognando di diventare professionista. Poi aveva studiato giurisprudenza alla Ritsumeikan University di Kyoto, aveva cominciato a lottare all’università quasi per caso, era stato notato dai talent scout della New Japan. Portava con sé tutto questo — la disciplina del baseball, la struttura mentale dello studente di legge, l’idea che ogni match fosse un argomento da costruire con logica e con cuore. Non era un lottatore che improvvisava. Era un lottatore che preparava.


II. La chitarra e il contratto sociale

La chitarra d’aria non era un capriccio. Era una dichiarazione programmatica, anche se Tanahashi probabilmente non avrebbe usato queste parole.

Stava dicendo: questo è divertimento. Stava dicendo: venire qui non è un obbligo, è un piacere. Stava dicendo — e questo era il messaggio più radicale, nel contesto di una compagnia che per cinque anni aveva predicato l’autenticità del combattimento vero e la serietà delle arti marziali — che lo spettacolo era abbastanza. Che non era necessario fingere di essere qualcosa di diverso da quello che si era. Che il wrestling era un’arte, e che le arti meritavano di essere celebrate con gioia.

Tanahashi ricordò le frustrazioni degli anni Inoki: il match contro Nakamura cancellato all’ultimo perché il fondatore aveva deciso che non avrebbe fatto numeri, nonostante i tifosi avessero letteralmente votato per vederlo. Quella cancellazione lo aveva fatto infuriare. Ma lo aveva anche insegnato qualcosa: che la sua carriera non poteva dipendere dalla benevolenza di un uomo imprevedibile. Doveva costruire qualcosa di così solido, di così inequivocabilmente necessario, che nessuno potesse più permettersi di ignorarlo.

Questo stava facendo, adesso. Match dopo match, arena dopo arena, costruiva. Il suo wrestling era diverso da tutto ciò che la New Japan aveva proposto nell’era dell’Inokiism: fluido dove quello era rigido, narrativo dove quello era confuso, gioioso dove quello era cupo. Sapeva come rallentare il tempo dentro una ripresa, come costruire la tensione attraverso la vendita di un’offesa, come far sentire al pubblico ogni momento come se fosse l’ultimo prima della risoluzione. Era un narratore sul ring nel senso più completo — non raccontava storie nonostante il contesto fisico, ma attraverso di esso.

La chitarra d’aria non era un capriccio. Era un contratto firmato ogni sera davanti al pubblico: promettiamo di rendere tutto questo bello.


III. Il 2007 e la consacrazione del Wrestle Kingdom

Nel 2007, Tanahashi vinse il G1 Climax — il torneo estivo più importante del calendario NJPW, quello che era già stato il trampolino di Shibata e la prova generale di tanti futuri campioni. Vincere il G1 significava qualcosa di preciso: significava che il pubblico e i colleghi ti riconoscevano come il migliore di quell’anno, il più costante, il più completo. Era un titolo senza cintura, ma con un peso specifico che alcune cinture non hanno mai avuto.

Poi arrivò il 4 gennaio 2007, il primo Wrestle Kingdom al Tokyo Dome. Era il nuovo nome che la New Japan stava dando al proprio show più importante — non più solo “il 4 gennaio al Dome”, ma Wrestle Kingdom, con quella qualità di marchio che trasforma un evento in un’istituzione. Tanahashi difese la cintura IWGP al Wrestle Kingdom inaugurale. Era il campione della compagnia sul palcoscenico più grande della compagnia, davanti a quella che cominciava timidamente a essere di nuovo una folla degna del nome.

Il Tokyo Dome ha settantamila posti. Non si riempiva come si era riempito negli anni Novanta — non ancora, non così presto. Ma c’era una differenza tra le platee degli ultimi anni dell’Inokiism e questa: il pubblico sembrava presente in modo diverso. Non confuso, non disorientato. Attento, investito, pronto a credere.

Il wrestling funziona così: quando smette di chiedere al pubblico di credere a cose impossibili e comincia a offrirgli qualcosa di bello e vero all’interno della propria grammatica — quando smette di inseguire la legittimità del combattimento reale e abbraccia la legittimità dell’arte — il pubblico risponde. Non tutto in una volta. Lentamente, come la luce del mattino che non arriva con uno scatto ma con l’accumulazione paziente dei minuti.


IV. Il 2008 e la crisi silenziosa

Non fu un percorso lineare. Raramente lo è.

Il 4 gennaio 2008, al Wrestle Kingdom II, Tanahashi fu sconfitto da Shinsuke Nakamura nella difesa del titolo IWGP. Era una sconfitta necessaria, in un certo senso — nessuna storia è interessante senza il fallimento, e Tanahashi ne era consapevole quanto qualsiasi narratore. Ma fu anche l’inizio di un periodo complicato.

Ci fu una disputa contrattuale con la New Japan. Tanahashi, il cui valore commerciale era ormai evidente, cercava condizioni migliori. Mentre i negoziati erano in corso, sfruttò il suo status di free agent per partecipare al Champion Carnival della All Japan, dove fu presentato come heel — un ruolo insolito per lui, una versione di se stesso che il pubblico conosceva ma non aveva mai visto in quella veste. Era una parentesi strana, un po’ inquietante, come vedere un attore che ami in un ruolo che non ti aspetti: lo riconosci ma qualcosa non torna.

Vinse la New Japan Cup del 2008 e tornò a sfidare Nakamura per il titolo. La faida tra i due Nuovi Moschettieri — quella rivalità che Inoki aveva cancellato nel 2004 dicendo che non avrebbe fatto numeri, quella rivalità che i tifosi avevano votato per vedere — stava prendendo forma, finalmente, con anni di ritardo rispetto a quando avrebbe dovuto. Era più intensa per l’attesa, come spesso sono le cose che si fanno aspettare.


V. Il Giappone di quell’inverno

Era il 2008, e il Giappone aveva cominciato a sentire gli effetti di qualcosa di lontano. La crisi finanziaria americana — quella che avrebbe attraversato il Pacifico come tutte le crisi gravi, con quel ritardo di qualche mese che dà l’illusione che il disastro si fermi all’oceano — stava cominciando a toccare l’export, i mercati, la fiducia. I grandi magazzini Seibu, che avevano dominato il retail giapponese per decenni, erano in difficoltà. Le fabbriche Toyota di Nagoya avevano cominciato i primi tagli ai turni.

Nelle strade di Tokyo, però, la vita aveva ancora il suo ritmo ostinato. Nelle mattine d’inverno, i salaryman camminavano verso la stazione con i cappotti scuri abbottonati fino al collo e le mascherine chirurgiche sul viso — non per paura di virus, come sarebbe stato anni dopo, ma per il raffreddore stagionale, per l’allergia ai cedri, per quella riservatezza corporea che il giapponese porta in pubblico come un secondo vestito. I bambini delle elementari andavano a scuola in gruppi ordinati, con le cartelle arancioni che li rendevano visibili nel traffico del mattino. I ciliegi erano ancora lontani mesi.

In questo Giappone di fine anni Duemila, il wrestling stava tornando a essere una parte riconoscibile del paesaggio popolare — non con la centralità degli anni Novanta, ma con una presenza nuova, diversa, più giovane. I blog su Mixi cominciavano a riempirsi di post sui match di Tanahashi. Le ragazze universitarie che non avrebbero mai guardato Nagata o Yasuda cominciavano a sapere chi fosse Tanahashi — per il fisico, certo, per quella faccia da attore di jidaigeki, ma anche per qualcosa di più difficile da nominare: un’energia positiva che sembrava contagiosa attraverso lo schermo.


VI. Orlando, novembre 2008

Nel novembre del 2008, il presidente della New Japan Naoki Sugabayashi prese un aereo per Orlando, in Florida, dove Tanahashi stava lavorando per la TNA. Aveva bisogno di convincerlo a tornare in Giappone, a cancellare le date americane, per affrontare Keiji Muto a Wrestle Kingdom III del 4 gennaio 2009. La posta in gioco era la cintura IWGP, che Muto teneva da quando l’aveva vinta per la All Japan.

C’è qualcosa di cinematograficamente perfetto in questa immagine: il presidente di una compagnia di wrestling che attraversa il Pacifico per convincere il proprio lottatore a tornare a casa. Non una telefonata, non un agente intermediario — un uomo su un aereo, per dodici ore, per andare a bussare a una porta in Florida e dire: abbiamo bisogno di te.

Tanahashi cancellò le date TNA e tornò in Giappone. Non aveva bisogno di farlo — aveva contratti americani, aveva opzioni, aveva la possibilità concreta di costruirsi una carriera fuori dal Giappone come altri avevano fatto prima di lui. Scelse di tornare. Scelse la New Japan. Scelse — e questa è forse la cosa più importante di tutta la sua storia — di essere il lottatore intorno a cui una compagnia intera si sarebbe retta o sarebbe caduta.

Era una scelta che aveva il peso di una vocazione.


VII. Il 4 gennaio 2009

A Wrestle Kingdom III al Tokyo Dome, il 4 gennaio 2009, Hiroshi Tanahashi sconfisse Keiji Muto e diventò il 50° IWGP Heavyweight Champion.

Muto era il suo idolo d’infanzia. Era uno dei Tre Moschettieri originali, era stato Great Muta e aveva percorso il mondo, aveva vinto quasi tutto ciò che c’era da vincere nel wrestling giapponese e internazionale. Batterlo significava qualcosa che andava oltre il record tecnico di un match: significava ricevere un testimone. Significava che la generazione precedente aveva finito il suo tempo e quella nuova stava cominciando il proprio.

Muto passò il testimone a Tanahashi. Era più di un titolo — era una responsabilità.

Il pubblico del Tokyo Dome quella notte fu numeroso come non era stato da anni. Non come negli anni d’oro degli anni Novanta — quelli erano numeri che avrebbero richiesto ancora tempo per tornare, se mai fossero tornati. Ma con una qualità di presenza che era diversa. C’erano facce giovani tra le file, ragazzi e ragazze che non avevano mai visto Hashimoto e Muto nel loro apice e che stavano cominciando la loro storia con il wrestling proprio in quel momento, proprio con Tanahashi.

Dopo aver difeso il titolo contro Nakamura il 15 febbraio, Tanahashi si proclamò “l’asso dell’universo”.

L’asso dell’universo. È una frase che avrebbe potuto suonare ridicola in bocca a qualcuno che non si meritasse il peso di portarla. In bocca a Tanahashi suonò come un fatto. Come la descrizione semplice di qualcosa che tutti stavano già vedendo ma che nessuno aveva ancora nominato.


VIII. Cosa significa essere l’asso

C’è una parola giapponese — esu — che viene dall’inglese “ace” e che nel gergo dello sport e dello spettacolo indica qualcosa di più preciso del semplice “migliore”. L’asso non è solo il più forte: è il pilastro. È quello intorno a cui tutto si organizza, quello la cui presenza o assenza cambia il senso di ciò che lo circonda. Un team di baseball ha un asso nella propria rotazione di lanciatori — è quello che mandi quando la partita conta davvero, quello che non puoi permetterti di perdere.

Tanahashi stava diventando quell’asso per la New Japan. Non in senso metaforico — in senso letterale e operativo. La compagnia cominciò a costruire la propria agenda intorno a lui: i match più importanti erano i suoi match, le serate più importanti erano le sue serate, i challenger venivano definiti come “l’uomo che sfida Tanahashi” piuttosto che come entità autonome. Era un sistema narrativo centripeto, e lui ne era il centro.

Nel frattempo, i lottatori MMA che avevano popolato il roster durante gli anni dell’Inokiism venivano rilasciati gradualmente. Quelli che rimanevano accettavano condizioni ridotte o se ne andavano. La compagnia tornava a essere una compagnia di wrestling. Non era ancora in profitto — ci sarebbero voluti altri due anni per quello. Ma la direzione era chiara, e Tanahashi ne era la freccia.

L’asso non è solo il più forte. È quello intorno a cui tutto si organizza, quello la cui presenza cambia il senso di ciò che lo circonda.


IX. Il corpo come investimento

Bisogna parlare anche del corpo, perché in questa storia il corpo conta.

Tanahashi non era costruito come i monster heel degli anni precedenti. Non aveva la massa di Sapp, non aveva la durezza compatta di Shibata, non aveva la fisicità intimidatoria di Nagata. Aveva qualcosa di diverso: un corpo che sembrava costruito per il movimento più che per la resistenza, muscoli lunghi e reattivi, un’agilità che in un uomo della sua taglia sembrava quasi soprannaturale. Il High Fly Flow — la sua mossa finale, uno splash dalla terza corda eseguito con un’eleganza aerea che faceva sembrare il punto di arrivo inevitabile come la parabola di un uccello — era il simbolo visivo di questo corpo: non potenza bruta, ma potenza precisa.

Si allenava con una cura che i colleghi ricordano come quasi ossessiva — non l’ossessione torturata di Shibata, che si allenava come se dovesse espiare qualcosa, ma l’ossessione metodica del musicista che sa che il suono perfetto richiede ore di scale. Prima di ogni tour, Tanahashi seguiva programmi di preparazione fisica elaborati. Curava l’alimentazione con la serietà di un atleta professionista in senso stretto. Dormiva quanto serviva, non di più, non di meno.

Questo investimento nel corpo aveva una logica economica precisa: la New Japan aveva bisogno che lui fosse disponibile, ogni sera, per anni. Non poteva permettersi infortuni lunghi, non poteva permettersi interruzioni. Era il pilastro, e i pilastri non possono tremare.


Epilogo

La New Japan tornò in profitto per la prima volta nel 2011 — sei anni dopo l’acquisizione di Yuke’s, cinque anni dopo che Tanahashi aveva sollevato la cintura per la prima volta a Sapporo. Sei anni sono lunghi. Cinque anni lo sono ancora di più, se si contano dall’interno.

Ma ci fu un momento, da qualche parte tra il 2007 e il 2009, in cui qualcosa cambiò nella qualità dell’aria nei palazzetti. Non nelle statistiche — nelle facce. Il pubblico cominciò a sembrare diverso: più giovane in alcune file, più misto nelle tribune, con quella presenza delle prime volte nei corpi di chi sta scoprendo qualcosa e non riesce ancora a controllare quanto gli piace.

Penso spesso a una serata qualunque di quel periodo — non un Wrestle Kingdom, non un G1 Climax, ma uno show di medio calibro in una città di provincia, il tipo di serate su cui non si scrivono articoli e di cui nessuno tiene un archivio preciso. Il palazzetto era mezzo pieno, o mezzo vuoto, dipende da come lo si guarda. Tanahashi era sceso dalla scaletta degli spogliatoi con quella sua musica e quella sua andatura, aveva attraversato il ring come se ogni centimetro gli appartenesse, aveva combattuto un match che nessuno avrebbe ricordato nella storia della compagnia.

Poi aveva suonato la chitarra d’aria. E qualcuno tra il pubblico — un ragazzo di forse quindici anni, seduto vicino all’entrata con un amico, entrambi in uniforme scolastica perché erano venuti direttamente da scuola — aveva riso con la bocca aperta, con quella sorpresa felice di chi non si aspettava di sentirsi così bene in un posto del genere.

Queste serate non si misurano. Non entrano nei libri mastri né nei report finanziari. Ma sono queste le serate in cui le compagnie si salvano davvero — non nei comunicati stampa, non nelle transizioni di proprietà, non nei tornei per titoli vacanti. In un ragazzo di quindici anni che ride con la bocca aperta davanti a un uomo che suona una chitarra che non esiste.

L’asso dell’universo. Solo Tanahashi poteva inventarsi un titolo del genere e farlo sembrare la cosa più naturale del mondo.

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Luca Grandi
Mi sono appassionato al wrestling molto tempo fa. Da lì è stato tutto in discesa. Scrivo di wrestling come se importasse davvero — perché importa davvero, anche se nessuno lo ammetterà mai in pubblico. Ho stretto la mano a Kazuchika Okada. Non mi sono ancora ripreso.