C’è una fotografia — non la cercate, esiste solo nella memoria di chi era presente — scattata negli spogliatoi del Impact Zone di Orlando, in Florida, da qualche parte nel 2011. Non c’era un fotografo ufficiale, solo qualcuno con un telefono. Mostra un ragazzo giapponese di ventitré anni seduto su una panca, con addosso un costume da mascherina nera e cappello a tesa larga — la tenuta da “Okato”, ispirazione dichiarata al personaggio di Kato del Cavaliere Verde. Il ragazzo non sorride. Non ha un’espressione arrabbiata o umiliata. Ha semplicemente quella faccia di chi sta aspettando che una cosa finisca.

Quella cosa stava per finire. Ma quello che sarebbe venuto dopo era ancora nascosto, come lo sono sempre le cose importanti fino al momento in cui non lo sono più.


I. Anjō, Aichi — il punto di partenza

Kazuchika Okada nacque l’8 novembre 1987 ad Anjō, nella prefettura di Aichi, una città di provincia nel cuore industriale del Giappone — fabbriche Toyota a pochi chilometri, pianure agricole, il Pacifico lontano sulla cartina ma vicino nell’aria marina che arriva dal Mikawa Bay nelle mattine d’estate.

Prima di finire le elementari, Okada fece una cosa insolita: si trasferì dalla città alla scuola con collegio della città natale di sua madre sulle isole Gotō, nell’arcipelago di Nagasaki, spinto dall’amore per la natura di quei luoghi remoti. Le isole Gotō sono un posto che il Giappone continentale ha quasi dimenticato — pescatori, porti piccoli, il mare che cambia colore quattro volte al giorno, una lentezza del tempo che non assomiglia a nulla della vita di Aichi. Okada vi trascorse anni della sua formazione più tenera, in quella scuola con collegio, e qualcosa di quella lentezza — quella capacità di aspettare, di non precipitare — rimase in lui anche dopo.

Tornato ad Anjō per le medie, si distinse nella squadra di atletica leggera: vinse una competizione regionale nei cento metri, abbastanza da essere notato dai recruiter dei licei. Non era un prodigio del wrestling — non ancora. Era un ragazzo veloce, atletico, con quella qualità fisica che si riconosce subito nei corpi che stanno per diventare qualcosa di speciale.

Scoprì il wrestling per caso, nel modo in cui si scoprono le cose che cambiano la vita: un fratello maggiore prese in prestito da un amico un videogioco della New Japan Pro-Wrestling. Non era un film, non era un match dal vivo, non era la trasmissione televisiva del sabato sera. Era un videogioco — pixel, musiche sintetiche, mosse selezionate da un menù — eppure fu sufficiente. In quei pixel c’era qualcosa che il ragazzo di Anjō non sapeva ancora nominare ma che il suo corpo aveva già riconosciuto: la fisicità del combattimento trasformata in narrazione, la forza che diventa storia.

A sedici anni, Okada era già un allievo di Ultimo Dragon alla scuola Toryumon. Saltò sostanzialmente il liceo per cominciare ad allenarsi. Non era la strada che si percorre quando hai paura di sbagliare. Era la strada che si percorre quando sai già cosa vuoi, con quella certezza che i giovani molto dotati a volte posseggono — non l’arroganza, ma la chiarezza.


II. Il Messico e l’apprendistato

Il 29 agosto 2004, Okada fece il suo debutto professionale in Messico contro Negro Navarro. Perse. Non era una sorpresa: il debutto nel puroresu, nella lucha libre, in qualsiasi variante del wrestling professionale giapponese, comincia quasi sempre con la sconfitta. È il contratto fondamentale del mestiere — prima impari a perdere bene, poi impari a vincere.

Il Messico aveva qualcosa che il Giappone non aveva, almeno non in quella forma: la lucha libre porta nel corpo dei suoi praticanti una leggerezza acrobatica che il forte stile giapponese non insegna. I wrestlers messicani volano — letteralmente, con una naturalezza che in altri contesti sembrerebbe spettacolo e lì invece è grammatica. Okada assorbì questa grammatica, la integrò nel suo corpo con quella capacità di apprendimento fisico che appartiene ai giovani che si allenano con continuità: non consciamente, ma attraverso la ripetizione e il fallimento e la ripetizione ancora.

Trascorse i primi venti mesi della sua carriera in Messico, lottando quasi esclusivamente per le promozioni messicane. Non era la New Japan. Non era il Korakuen Hall, non era il Tokyo Dome, non erano le luci della grande ribalta. Era la formazione nella penombra, il lavoro che non si vede ma che rimane nel corpo come rimane il cemento nelle fondamenta. Nel 2005 vinse lo Young Dragons Cup di Toryumon Mexico, battendo in finale Hajime Ohara. Il suo primo torneo, il suo primo titolo. Nessuno che conoscesse il suo nome fuori dal circuito ristretto delle scuole di wrestling latinoamericane.

Poi arrivò la New Japan. Nel 2007, Okada ottenne un contratto con la NJPW dopo un match all’evento del ventesimo anniversario di Ultimo Dragon. Entrò nel Dojo della New Japan. Il Dojo — quella struttura di mattoni e tatami e regole non scritte che aveva formato Tanahashi e Nakamura e Shibata, che aveva trasformato ragazzi di provincia in atleti del mondo. Okada ne attraversò la porta come giovane lion, con la consapevolezza che la sua educazione vera stava per cominciare.


III. Orlando — la città sbagliata al momento sbagliato

Nel febbraio del 2010, la New Japan mandò Okada in excursion alla Total Nonstop Action Wrestling di Orlando, Florida. Aveva ventidue anni.

L’excursion è una pratica tipica del wrestling giapponese: i giovani lottatori promettenti vengono mandati all’estero per anni, a fare esperienza in contesti diversi, a confrontarsi con stili e pubblici che non conoscono, a tornare cambiati. Tanahashi era andato in Messico con Nakamura. Shibata aveva girovagato per il Giappone indipendente. Okada andò in Florida.

La TNA del 2010 era una compagnia in un momento peculiare della sua storia. Hulk Hogan era arrivato come presidente creativo pochi mesi prima, portando con sé Eric Bischoff. L’ufficio creativo era Vince Russo. La filosofia narrativa era quella dei colpi di scena multipli per puntata, dell’eccentricità sistematica, del caos che si autogiustificava. Era un ambiente lontano dalla New Japan quanto un luogo può essere lontano dalla New Japan pur essendo entrambi sul pianeta Terra.

Okada trascorse quasi due anni principalmente sullo show secondario Xplosion, perdendo la maggior parte dei suoi match. Non su Impact, il programma principale. Xplosion — il secondo livello, quello che va in onda in orari che i rating non misurano, quello che serve a riempire i palinsesti delle emittenti regionali. Okada era un giovane lottatore giapponese in una compagnia americana che non sapeva cosa farsene.

Il punto più basso arrivò quando fu ribattezzato “Okato” e assegnato come sidekick di Samoa Joe nella sua faida con D’Angelo Dinero. Il personaggio era ispirato a Kato — il maggiordomo mascherato di Bruce Lee nel Cavaliere Verde. Il nome veniva dal cognome di Okada con l’aggiunta di una sillaba. L’idea, secondo quanto dichiarato da Vince Russo in seguito, era nata da Samoa Joe che aveva descritto Okada come “funny as hell” — un ragazzo divertente. Il che era probabilmente vero nel senso di “ha qualcosa di strano e non so definire cosa”, ma che tradotto in wrestling diventò: metti la maschera nera, metti il cappello, sali sul ring, prendi le botte.

Okato fece la sua prima apparizione su Impact il 20 gennaio 2011. La sua funzione drammatica nella faida tra Joe e Dinero fu quella di essere picchiato al posto di Joe, saltare sopra le corde del ring al momento sbagliato, e cadere fuori dal ring come un personaggio comico. Il pubblico rideva — non con lui, al suo posto. C’è una differenza enorme tra le due cose, e Okada la sentiva.

Era il punto più basso. Non perché fosse umiliante in sé — il wrestling professionale ha mille forme di umiliazione che i lottatori attraversano come prove. Ma perché era sbagliato. Era la persona sbagliata nel ruolo sbagliato in un posto sbagliato.


IV. Le notti di Orlando e le videocassette

Okada aveva tempo libero in abbondanza. La TNA non lo usava spesso, e quando non era impegnato in dark match o in taping di Xplosion, aveva le serate libere in un appartamento di Orlando. Florida non è il Giappone. Non ci sono kombini aperti tutta la notte dove comprare il latte caldo, non ci sono treni che partono ogni tre minuti, non c’è quella qualità di città dove puoi camminare alle due di notte e sentirti parte di qualcosa. C’è il sole forte, le palme, le auto su strade troppo larghe, i parcheggi dei mall che si estendono all’orizzonte.

Okada usò quel tempo per guardare wrestling. Ore e ore di materiale d’archivio — i grandi match degli anni Ottanta e Novanta, le storie che non aveva mai visto dal vivo. Si innamorò di Sting, il lottatore americano che aveva costruito tutta una carriera sulla mitologia visiva — il trucco da face painting, l’entrata dal buio, il trench coat bianco. Si riconobbe in qualcosa che vedeva in D’Angelo Dinero — la ricchezza esibita, la pioggia di banconote, il personaggio dell’uomo che ha tutto e lo vuole mostrare.

Non stava solo guardando. Stava raccogliendo materiale. Era un processo che non sapeva ancora di essere un processo — il subconscio che accumula immagini e le organizza senza che la mente consciente lo sappia. Il carattere del Rainmaker nasceva in quelle notti di Florida, guardando cassette su un televisore in un appartamento anonimo, mentre fuori le palme non si muovevano nell’aria ferma.

Gli agenti della TNA gli dicevano continuamente che aveva bisogno di un personaggio. “In Giappone non c’è il personaggio — è combattimento, combattimento, combattimento”, disse Okada anni dopo. “Quando ero semplicemente un lottatore forte, la TNA non mi usava. Non avevo un personaggio, e sapevo che ne avevo bisogno.”

Era una lezione che costava, ma era reale. Il puroresu — nella sua versione più pura, nella forma che Inoki aveva costruito e che Shibata aveva difeso — credeva che la fisicità autentica fosse sufficiente. Che il pubblico riconoscesse la verità del combattimento senza bisogno di narrazione aggiuntiva. Okada stava imparando, nella stanchezza annoiata di Orlando, che non era così. Che anche la verità aveva bisogno di una forma per arrivare.


V. Il personaggio che si costruisce da solo

Il Rainmaker non fu un’invenzione di un ufficio creativo. Fu il prodotto di ventitré anni di vita, quattro anni di Messico, due anni di Florida, e migliaia di ore di wrestling guardato in solitudine.

Okada descrisse il suo nuovo personaggio come la sintesi di tre stili che aveva assorbito: il dropkick dal Messico, il fighting spirit dal Giappone, il “TV entertainment” dagli Stati Uniti. Era una definizione tecnica, precisa, quasi scientifica — il tipo di analisi che fa chi ha riflettuto a lungo su qualcosa piuttosto che chi lo ha improvvisato. Ogni elemento aveva una radice biografica: il Messico dove aveva imparato a muoversi, il Giappone dove aveva imparato a combattere, l’America dove aveva imparato che combattere non bastava.

Il personaggio era un atleta ricco. Non un eroe popolare, non un combattente del popolo — un atleta ricco, con l’arroganza tranquilla di chi non ha mai avuto dubbi sulla propria superiorità. Le banconote che cadevano dall’alto durante il suo ingresso erano la versione visiva di questa idea: non sudore e sacrificio, ma pioggia di denaro. Non lotta per dimostrare, ma certezza già acquisita.

Era il contrario di Tanahashi, che suonava la chitarra d’aria con la gioia condivisa di chi vuole dare qualcosa al pubblico. Okada non dava niente al pubblico — il pubblico doveva essere grato di guardarlo. Erano due filosofie di intrattenimento opposte, e la loro opposizione era già, in potenza, una delle grandi rivalità del wrestling moderno.

Quando tornò in Giappone nel gennaio del 2012, aveva i capelli tinti di biondo, un’entrata elaborata, e Gedo come manager. Gedo — il veterano, il capo della stable CHAOS, il futuro head booker della New Japan — aveva riconosciuto immediatamente qualcosa in Okada. Non solo il talento atletico, che era evidente. Qualcosa di più difficile da nominare: la capacità di abitare un personaggio senza dissolversi in esso, di essere Okada e di essere il Rainmaker simultaneamente, senza confondersi.


VI. Il 4 gennaio 2012 e il fischio del pubblico

A Wrestle Kingdom V del 4 gennaio 2012 al Tokyo Dome, Okada fece la sua comparsa dopo il main event, sfidando Hiroshi Tanahashi per la cintura IWGP. Il pubblico del Dome lo fischiò.

Non era un fischio ostile nel senso teatrale — non era il fischio riservato al villain che si odia perché si ama. Era il fischio di chi non capisce, o peggio, di chi capisce e non ci crede. Chi era questo ragazzo coi capelli biondi? Un ex lottatore che aveva trascorso due anni in Florida a fare il sidekick mascherato? Un ventiquattrenne che sfidava l’asso della compagnia come se avesse già vinto?

Tanahashi, sul ring, gli disse che era troppo presto. Che doveva crescere ancora. Lo trattò come si tratta un giovane presuntuoso che non ha ancora guadagnato il diritto di stare lì. Era una risposta narrativa perfetta — e anche una risposta sincera, probabilmente. La New Japan aveva appena cambiato proprietà. Tanahashi era il fulcro di tutto. Portare un ragazzo reduce da due anni di Okato alla sfida titolata immediata sembrava, dall’esterno, una decisione azzardata al limite dell’irresponsabilità.

Okada non disse niente di drammatico. Sorrise. Non il sorriso caldo di chi vuole fare amicizia, non il ghigno esibito del villain da cartone animato. Quel sorriso che aveva avuto anche nella fotografia di Orlando — tranquillo, privato, come di chi sa qualcosa che gli altri non sanno ancora.


VII. Il 12 febbraio 2012 — Osaka

Al The New Beginning del 12 febbraio 2012, all’Osaka Prefectural Gymnasium, Kazuchika Okada e Hiroshi Tanahashi si incontrarono per la prima volta in un match singolo per la cintura IWGP.

Il pubblico di Osaka fischiò Okada all’entrata. Non con la ferocia dei fischi di disapprovazione vera — con quella qualità del fischio riservato a chi non si è ancora guadagnato il diritto di essere fischiato davvero, al villain che non ha ancora convinto di essere un villain. Okada incassò il tutto con la nonchalance dell’uomo che non ha bisogno dell’approvazione altrui per sapere chi è.

Il match non fu lungo. Tanahashi controllò i ritmi con quella sua maestria consolidata, il suo modo di rallentare il tempo e accelerarlo a piacimento. Okada seguì, imparò nel corso del match stesso — ogni sequenza era informazione, ogni reazione di Tanahashi era un dato che il cervello di Okada registrava e catalogava in tempo reale. Non era il tipo di wrestler che si muove per abitudine. Era il tipo che si adatta.

Alla fine del match, Okada applicò la Rainmaker lariat — la clothesline con richiamo al polso che aveva sviluppato come mossa finale, elegante nella sua geometria, definitiva nella sua esecuzione. Tanahashi cercò di contrastare con una Sling Blade, come aveva fatto in precedenza nel match. Okada aveva già imparato. Evitò, mantenne il controllo del polso, portò a termine la Rainmaker. Tre secondi dopo, era campione.

La reazione di Okada fu quella di un uomo che non era sorpreso. Non si lanciò in aria, non corse intorno al ring, non cercò il contatto con il pubblico. Rimase dov’era. Poi salì sopra Tanahashi, posò un piede sul petto del campione battuto, e sorrise.

Era il sorriso di chi aspettava da sette anni. Di chi aveva attraversato Anjō, le isole Gotō, il Messico, il Dojo, Orlando, Okato. Di chi aveva guardato cassette di wrestling nelle notti di Florida mentre aspettava che qualcuno si accorgesse di lui. Di chi era tornato a casa con un personaggio costruito pezzo per pezzo dalla propria umiliazione, con la certezza silenziosa che le cose di valore si prendono, non si chiedono.

Non si lanciò in aria. Rimase dov’era. Poi salì sopra Tanahashi e sorrise. Era il sorriso di chi aspettava da sette anni e non aveva mai smesso di saperlo.


VIII. Cosa significò

La New Japan chiamò il risultato “il colpo di scena del secolo”. Dave Meltzer scrisse che era stato un errore. Il pubblico reagì negativamente. I forum di wrestling giapponesi, quella sera, erano pieni di voci perplesse o indignate. Tanahashi era l’asso, il salvatore, l’uomo che aveva tenuto in piedi la compagnia negli anni bui. Come si poteva togliergli la cintura in favore di questo ragazzo?

Le presenze totali della New Japan nel 2011 erano intorno alle centomila annue. Nel 2019 sarebbero state quattrocentosessantaquattromila. Tra questi due numeri c’è la risposta alla domanda. Non era un errore. Era il rischio necessario — la scommessa che solo chi ha fiducia nel futuro sa fare.

Okada vinse il titolo. Lo perse quattro mesi dopo, contro Tanahashi. Quell’estate vinse il G1 Climax, diventando il più giovane vincitore della storia del torneo a ventiquattro anni. Tokyo Sports lo nominò MVP del puroresu giapponese per il 2012. La rivalità con Tanahashi — persa, vinta, persa ancora, vinta ancora — divenne il tessuto narrativo su cui la New Japan costruì il suo decennio d’oro.


Epilogo

Anni dopo, Okada fondò il Rainmaker Fund — un’organizzazione benefica per la lotta al cancro, nata dopo che due membri della sua famiglia si ammalarono. Il nome che aveva scelto per il suo personaggio più famoso — quella pioggia di denaro, quell’arroganza calcolata — divenne anche il nome di qualcosa di gentile e necessario nel mondo reale. Come spesso accade con i nomi che scegliamo nei momenti in cui non sappiamo ancora chi saremo.

Penso spesso alla fotografia di Orlando — quella che esiste solo nella memoria di chi era presente. Il ragazzo di ventitré anni seduto sulla panca con il costume da Okato. Non sorrideva. Non era triste. Stava solo aspettando che una cosa finisse per permettere a un’altra di cominciare.

Le cose che costruiamo nella pazienza della nostra umiliazione hanno una solidità che le cose costruite nella fortuna non posseggono. Okada lo sapeva senza saperlo — lo sapeva con quel tipo di sapere che non passa dalla mente ma dal corpo, dal modo in cui ci si siede su una panca quando si aspetta e non si dispera.

Quel ragazzo di Anjō che aveva scoperto il wrestling attraverso un videogioco preso in prestito, che aveva passato i suoi anni formativi su un arcipelago remoto a imparare la lentezza, che aveva vinto una gara di cento metri e deciso che la velocità era sua — quel ragazzo era diventato il Rainmaker.

E la pioggia, quando arrivò, arrivò per tutti.

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Luca Grandi
Mi sono appassionato al wrestling molto tempo fa. Da lì è stato tutto in discesa. Scrivo di wrestling come se importasse davvero — perché importa davvero, anche se nessuno lo ammetterà mai in pubblico. Ho stretto la mano a Kazuchika Okada. Non mi sono ancora ripreso.