C’è un momento preciso in cui Shinsuke Nakamura smise di essere una cosa e diventò un’altra. Non fu un’annuncio, non fu una conferenza stampa, non fu una sera in cui salì sul ring e disse al pubblico: d’ora in poi sarò diverso. Fu qualcosa di più sottile e più definitivo — il momento in cui un corpo che si muoveva in un certo modo cominciò a muoversi in modo completamente diverso, e il pubblico che lo guardava smise di capire esattamente cosa stesse guardando, e fu proprio in quello smarrimento che cominciò ad amarlo come non aveva mai amato nessuno.

Era il 2012. Nakamura aveva trentadue anni, tre regni da campione Heavyweight alle spalle, un passato nelle MMA, una reputazione costruita sulla durezza autentica dei suoi colpi. Era già un nome importante. Non era ancora Shinsuke Nakamura.


I. Mineyama, Kyoto — il ragazzo che guardava le mani degli altri

Shinsuke Nakamura nacque il 24 febbraio 1980 a Mineyama, nella prefettura di Kyoto — non la città di Kyoto dei templi e dei turisti, ma la costa che guarda il Mar del Giappone, la parte della prefettura che la maggior parte delle persone non conosce. Una cittadina di provincia dove i pescatori uscivano all’alba e i ragazzini giocavano a baseball nei pomeriggi dopo la scuola e l’unica cosa che arrivava da fuori era la televisione.

Nakamura era cresciuto come “maniaco” del wrestling giapponese, ma non della WWE — della NJPW, del puroresu che aveva senso per lui fin da bambino. Citava Jushin Thunder Liger come il suo idolo. Non era la scelta ovvia di un ragazzino degli anni Ottanta giapponese, che avrebbe potuto scegliere Hulk Hogan o uno dei gaijin colorati che passavano per il Giappone. Liger era tecnica pura, movimento preciso, un lottatore di junior heavyweight che sembrava non avere peso — che sembrava fluttuare al di sopra delle leggi fisiche ordinarie come i danzatori migliori.

Frequentò la Aoyama Gakuin University di Tokyo, dove fu capitano del club di lotta libera amatoriale e partecipò anche al club d’arte. È un dettaglio biografico che non viene quasi mai citato ma che dice tutto: il futuro King of Strong Style disegnava. Aveva la sensibilità visiva di chi guarda il mondo in termini di forme e movimenti, di chi si chiede non solo cosa fa un corpo ma come lo fa, quale sia la differenza tra un gesto che cattura l’attenzione e uno che passa invisibile.

Sulla sua pagina di Wikipedia il fatto viene menzionato quasi come curiosità: ha studiato balletto classico. Anche questo pezzo di biografia viene liquidato in fretta, come se non fosse collegato a ciò che sarebbe diventato sul ring. Invece è il collegamento più diretto: il balletto insegna il controllo del peso, l’uso dello spazio, il modo in cui una posizione diventa comunicazione prima ancora di diventare movimento. Nakamura portò tutto questo sul tatami e poi sul ring, senza che nessuno glielo avesse chiesto.


II. Il fighter serio e i suoi anni

Per molti anni, Nakamura fu un lottatore bravo ma non straordinario nel senso del personaggio: adottò il gimmick del fighter MMA durante il declino della NJPW negli anni dell’Inokiism, e questo gli portò qualche successo senza renderlo una stella nel senso pieno del termine.

Era genuinamente pericoloso — aveva combattuto nelle MMA con un record di tre vittorie e una sconfitta, il che non era irrilevante in un periodo in cui molti wrestler giapponesi venivano mandati nell’MMA e tornavano con risultati imbarazzanti. Era il più giovane campione IWGP Heavyweight della storia, aveva difeso la cintura contro Brock Lesnar nel 2006 in un match che sembrava la sintesi del problema dell’era Inoki. Aveva fondato CHAOS nel 2009, aveva vinto tre cinture Heavyweight.

Ma c’era qualcosa che mancava. Qualcosa di difficile da nominare ma facile da percepire guardando i match di quel periodo: Nakamura era preciso, era potente, era tecnicamente ineccepibile. Non era magnetico. Non era il tipo di lottatore che sposta l’aria nella stanza quando entra.

La svolta avvenne dopo una visita in Messico. Non è chiaro esattamente cosa accadde laggiù — quale match, quale spettacolo, quale momento scatenò la catena di pensieri che portò alla trasformazione. Ma qualcosa nella cultura della lucha libre, in quella libertà teatrale che il wrestling messicano si concede e che il wrestling giapponese tradizionalmente respinge, aprì una porta che Nakamura aveva tenuto chiusa.


III. Michael Jackson e la grammatica del movimento

Nakamura disse a ESPN quello che pensava di Michael Jackson: “Quando Michael si muoveva, sembrava un artista marziale. Era più veloce degli altri danzatori ma non aveva muscoli. I ballerini di solito hanno muscoli enormi. Il suo modo di danzare è più veloce di chiunque altro. Sembra controllare la gravità. Sembra un maestro di arti marziali orientali. Ho cercato di rubare i suoi movimenti del corpo. Per questo imito un po’ Michael Jackson.”

È una delle descrizioni più precise che un atleta abbia mai dato del proprio processo creativo, e merita di essere letta lentamente. Nakamura non dice che Jackson era bello da guardare, non dice che era carismatico nel senso generico del termine. Dice che si muoveva come un artista marziale. Dice che controllava la gravità. Sono descrizioni fisiche, non estetiche — il pensiero di qualcuno che guarda un corpo in movimento e cerca di capirne la meccanica.

Il balletto, la lotta libera amatoriale, le arti marziali miste, Michael Jackson: tutte discipline che hanno in comune la stessa ossessione fondamentale, la stessa domanda di base. Come si fa a fare qualcosa con il corpo in modo che chi guarda non possa smettere di guardare? Come si trasforma la forza in teatro?

Il suo carisma aveva influenze dichiarate in Freddie Mercury oltre che in Michael Jackson. Aveva persino posato per la copertina di una rivista con i baffi e un body bianco che ricordava Mercury. Mercury è l’altra metà dell’equazione: dove Jackson era velocità e controllo fisico, Mercury era presenza, occupazione dello spazio, il modo in cui una persona da sola su un palco riesce a riempire uno stadio non con la voce ma con il gesto che anticipa la voce, con l’aspettativa che crea prima ancora di aprire la bocca.

Nakamura sintetizzò tutto questo in qualcosa che non assomigliava a niente di già esistente nel wrestling giapponese. Il suo ingresso — il momento in cui la musica cominciava e lui appariva — diventò un evento separato dal match. Il corpo che oscillava con quella qualità particolare che non era danza ma non era esattamente altro, le dita che si muovevano in modi che sembravano segnali di un codice che non si era obbligati a capire per sentire qualcosa.

Rubare i movimenti di Michael Jackson. Rubare la presenza di Freddie Mercury. Usarli per fare qualcosa che nessun wrestler aveva mai fatto prima. Questo era il progetto.


IV. Il 2012 e la cintura bianca

Al tour Kizuna Road del 2012, Nakamura apparve per la prima volta con il nuovo personaggio. Aveva abbandonato l’aspetto del fighter serio e cominciato a eseguire quelle oscillazioni del corpo che ricordavano Michael Jackson. Il pubblico non sapeva ancora come reagire — non completamente.

Il 22 luglio 2012, Nakamura sconfisse Hirooki Goto e divenne il terzo campione Intercontinentale della storia — il terzo in assoluto, in una storia del titolo di appena un anno. Era una cintura ancora giovane, ancora in cerca della propria identità. Nakamura la guardò e non fu soddisfatto. Le placche bronzee su cuoio nero sembravano — disse, o avrebbe detto dopo — una moneta da dieci yen. E decise di cambiarla.

La nuova cintura aveva le placche dorate su cuoio bianco. Il bianco era insolito nel wrestling giapponese — i colori tradizionali erano il rosso, il dorato, il nero. Il bianco aveva qualcosa di più freddo e di più pulito, qualcosa che si avvicinava all’estetica della moda piuttosto che a quella dello sport. Era la cintura giusta per un lottatore che aveva deciso di essere anche un personaggio — uno di quegli oggetti che funzionano solo se portati dalla persona giusta, e che la persona giusta trasforma in qualcosa di più di un oggetto.

Il primo regno di Nakamura con la cintura Intercontinentale durò 313 giorni — il più lungo nella storia del titolo. In quei 313 giorni, difese la cintura in Giappone, negli Stati Uniti e in Messico. Fece esattamente quello che il titolo prometteva nel suo nome: lo rese intercontinentale nel senso fisico e geografico del termine. Perse il titolo il 31 maggio 2013 mentre era in tour con il CMLL in Messico — la prima volta nella storia che la cintura Intercontinentale cambiava mani fuori dal Giappone, contro La Sombra.


V. Il Giappone che cambiava intorno a lui

Era il 2013-2014, e il Giappone aveva le sue cose da fare. Shinzo Abe era tornato al governo con la sua politica economica aggressiva che i giornali internazionali chiamavano Abenomics, e la borsa di Tokyo cresceva con quella velocità che nei decenni precedenti aveva imparato a guardare con sospetto. I convenience store cominciavano a vendere specialità regionali di tutto il paese — a Tokyo potevi comprare la famosa salsa di soia di Kyushu o il ramen di Sapporo in versione istantanea senza uscire dalla stazione. I ragazzi delle superiori portavano zaini enormi e cuffie Bluetooth, e nelle sale giochi di Akihabara le macchinette di figurine collezionabili esaurivano le scorte in ore.

In questo Giappone della cultura pop ad alta densità, Pharrell Williams scelse Nakamura per il video musicale giapponese di “Happy” — la canzone che nel 2014 fu la colonna sonora di ogni ascensore e ogni spot pubblicitario del paese. Nakamura ballò in un video con la giacca rossa e la cintura Intercontinentale bianca su fondo bianco, con quel modo di muoversi che era insieme ridicolo e magnetico, e il risultato fu che milioni di giapponesi che non avevano mai visto un match di wrestling videro il campione Intercontinentale della NJPW ballare su uno schermo e pensarono: chi è questo?

Era esattamente la domanda giusta. Ed era la risposta — non la domanda della cintura, non “chi ha il titolo?”, ma “chi è quest’uomo?” — quella che trasformava un campione in un fenomeno culturale.


VI. Il voto dei fan e ciò che significò

Nell’estate del 2013, Tetsuya Naito vinse il G1 Climax e guadagnò il diritto di sfidare il campione Heavyweight al Wrestle Kingdom 8 del 4 gennaio 2014. Ma il pubblico non voleva Naito. Non lo fischiava — semplicemente non lo sentiva suo. Così la New Japan fece una cosa senza precedenti: chiese ai tifosi di votare quale match dovesse essere il main event del Wrestle Kingdom — la cintura Heavyweight con Okada vs Naito, o la cintura Intercontinentale con Nakamura vs Tanahashi.

I tifosi scelsero Nakamura e Tanahashi con un margine schiacciante.

Era il momento in cui la cintura Intercontinentale smise di essere secondaria. Non perché qualcuno lo avesse deciso con un comunicato stampa, non perché la direzione avesse cambiato le regole della gerarchia. Ma perché il pubblico aveva parlato con quella chiarezza che non lascia spazio all’interpretazione: vogliamo vedere Nakamura nel main event del Tokyo Dome. Vogliamo vedere quella cintura bianca in quella luce. Vogliamo vedere quel personaggio in quella “stanza”.

Naito e Okada furono declassati alla semi-finale. Il main event fu Nakamura contro Tanahashi per la cintura Intercontinentale. Era, nel senso letterale del termine, una rivoluzione della gerarchia — non dall’alto, ma dal basso, dalla volontà collettiva del pubblico che aveva deciso cosa contava di più quella sera.

Tanahashi vinse la cintura. Naito prese la sconfitta come un’umiliazione che non avrebbe dimenticato — quel voto del pubblico lo rigettò come un’offesa personale, e da quella ferita sarebbe nata la sua trasformazione in uno dei personaggi più interessanti della New Japan del decennio successivo. Ma la storia di quella notte era di Nakamura: era lui ad aver elevato la cintura, era lui ad aver convinto il pubblico che quella cintura valesse più della principale.


VII. La notte con Ibushi

Al Wrestle Kingdom 9 del 4 gennaio 2015, il double main event del Tokyo Dome prevedeva Nakamura vs Kota Ibushi per la cintura Intercontinentale e Tanahashi vs Okada per quella Heavyweight. Due main event dello stesso show — il riconoscimento ufficiale che la cintura bianca e la cintura principale vivevano ormai sullo stesso piano.

Jim Ross, al microfono in quella serata, descrisse l’ingresso di Nakamura in questo modo: “Ama Freddie Mercury, il cantante dei Queen. È un devoto di Michael Jackson. Si chiama anche King of Strong Style. Che significa che è pericoloso. Come si passa da Freddie Mercury e Michael Jackson a essere pericoloso — è un viaggio unico, ma questo personaggio multidimensionale ci riesce.”

Era una descrizione perfetta del paradosso che Nakamura aveva costruito in anni di lavoro: la rock star che è anche il fighter, la fluidità eccitante del performer e la brutalità solida del combattente. Non era una contraddizione — era una sintesi. La stessa sintesi che Michael Jackson aveva realizzato tra la danza e l’intensità marziale del suo modo di muoversi, che Freddie Mercury aveva realizzato tra la teatralità estrema e la voce autentica che nessuno poteva simulare.

Il match con Ibushi fu votato match dell’anno 2015 dalla rivista Voices of Wrestling. Dave Meltzer descrisse il Wrestle Kingdom 9 come “lo show più importante dell’ascesa della New Japan dai bassi livelli della fine degli anni Duemila”, e il match Nakamura-Ibushi come uno dei due candidati di punta al match dell’anno.

Ibushi era un lottatore giovane, acrobatico, con quella qualità dei talenti precocissimi che fanno cose impossibili sul ring come se non ci fosse alternativa. La storia del match era quella classica: il veterano sicuro di sé che non prende abbastanza sul serio il giovane sfidante, e il giovane che lo costringe a prenderlo sul serio — che lo costringe, a metà match, a smettere di giocare e cominciare davvero. La storia funzionò perché era vera nel senso psicologico anche se era fiction nel senso narrativo: Nakamura capiva davvero come essere il veterano compiaciuto, sapeva davvero dove mettere i colpi perché sembrassero fatali senza essere fatali.


VIII. Il commiato

Al Wrestle Kingdom 10 del 4 gennaio 2016, Nakamura difese la cintura Intercontinentale contro AJ Styles. Era la prima volta che i due si scontravano in singolo, e fu un match che Jim Ross avrebbe chiamato “dream match” — due dei migliori lottatori del mondo su un ring together, per la prima volta, davanti al Tokyo Dome pieno. Nakamura vinse. I due si salutarono con una stretta di mano rispettosa al centro del ring.

Poche ore dopo l’evento, la notizia filtrò: Styles, Doc Gallows, Karl Anderson e Nakamura avevano tutti dato il preavviso alla NJPW quella mattina stessa. Stavano andando alla WWE.

Nakamura non perse la cintura — la restituì. La rese vacante. Uscì dalla porta tenendola nelle mani e la riconsegnò come si riconsegna qualcosa che si è curato per anni e che si sa di lasciare in buone mani. Il 25 gennaio 2016, Nakamura consegnò ufficialmente la cintura Intercontinentale, ponendo fine al suo quinto regno con quel titolo. Il contatore si fermò su 901 giorni totali come campione Intercontinentale — quasi tre anni della sua vita, distribuiti in cinque regni, nel titolo che aveva trasformato da secondario in necessario.

Il suo ultimo messaggio ai tifosi della New Japan, al microfono dopo l’ultimo match, fu: “La cosa più grande è il wrestling professionistico.” Non era retorica. Era il resoconto di qualcuno che aveva capito una cosa e la stava dicendo prima di andarsene.


IX. Cosa aveva fatto davvero

È difficile nominare con precisione cosa fece Nakamura per il wrestling giapponese tra il 2012 e il 2016. Non fu una rivoluzione tecnica — le sue mosse erano già lì. Non fu un cambiamento del sistema narrativo — Gedo e il team di booking fecero la loro parte. Fu qualcosa di più difficile da misurare: fu la dimostrazione che il wrestling poteva essere arte nel senso alto del termine, che un lottatore poteva essere un artista nel senso stesso in cui lo è un danzatore o un musicista.

Il puroresu aveva sempre creduto nel corpo come strumento di verità — la fisicità autentica come argomento di legittimità. Nakamura non negò questo — lo tenne, lo mantenne, lo incorporò nella sua Boma Ye e nei suoi calci al petto che lasciavano i segni rossi sulla pelle degli avversari. Ma aggiunse qualcosa che il puroresu tradizionale aveva sempre guardato con sospetto: il corpo come strumento di bellezza. Il movimento come linguaggio che comunica qualcosa che le parole e le mosse catalogate non riescono a comunicare.

Disse una volta: “Il wrestling è un’arte. Ogni cultura ha un’arte, come la musica, la danza e il combattimento. È la mia base.”

Non lo diceva per sembrare profondo. Lo diceva perché era vero, nel modo in cui sono vere le cose che uno ha capito davvero — non attraverso il ragionamento ma attraverso l’esperienza fisica di farlo, di farlo ancora, di farlo finché non diventa la cosa più naturale del mondo.


Epilogo

C’è una scena di quel Kizuna Road del 2012 — il tour in cui Nakamura mostrò per la prima volta il nuovo personaggio — che non è stata filmata ufficialmente. Un house show in una piccola arena di provincia, il pubblico non troppo grande, la luce non troppo elaborata. Nakamura scese sulla rampa con quel nuovo modo di muoversi, le oscillazioni che sembravano improvvisate ma non lo erano, il modo in cui le sue mani sembravano sempre anticipare il corpo di mezzo secondo.

Il pubblico non sapeva esattamente come reagire. Aveva visto Nakamura per anni — sapeva com’era. Questo era diverso. Non era sicuro se fosse bene o male, se dovesse applaudire o aspettare.

Poi qualcuno in terza fila cominciò a muovere la testa con il ritmo. Poi qualcun altro. Poi tutta la fila. Era accaduto qualcosa che le cinture e i titoli e i pushes e i booking non riescono a produrre quando non c’è la materia prima: un lottatore aveva convinto il pubblico a seguirlo in un posto dove non era mai stato.

La differenza tra un buon lottatore e un grande lottatore nel puroresu, l’avevamo detto, non è atletica. È narrativa. Ma c’è una cosa più rara ancora di saper raccontare una storia: saper creare un’aspettativa. Il momento prima che la storia cominci. Il silenzio prima del primo colpo.

Nakamura aveva imparato a abitare quel momento. Era diventato quel momento.

E il pubblico, senza sapere ancora esattamente cosa stava guardando, aveva cominciato a oscillare con lui.

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Luca Grandi
Mi sono appassionato al wrestling molto tempo fa. Da lì è stato tutto in discesa. Scrivo di wrestling come se importasse davvero — perché importa davvero, anche se nessuno lo ammetterà mai in pubblico. Ho stretto la mano a Kazuchika Okada. Non mi sono ancora ripreso.