C’è un paradosso al centro di questa storia che vale la pena nominare prima di tutto il resto: l’uomo che sarebbe diventato il beniamino assoluto del wrestling giapponese è stato anche, per un certo periodo, il lottatore più impopolare tra i contendenti di alto rango della New Japan Pro-Wrestling. Non odiato — ignorato, che è peggio. Non fischiato con quella ferocia passionale che indica almeno un sentimento forte — accolto con l’applauso tiepido di chi sta aspettando che arrivasse qualcuno più interessante.

Il wrestling ha una memoria lunga. Sa aspettare. E certe storie — quelle che finiscono nel modo in cui questa finisce — richiedono che il loro protagonista attraversi prima la cosa più difficile che esista in qualsiasi forma di spettacolo: la risposta sbagliata del pubblico. Non la risposta ostile. La risposta indifferente.

Tetsuya Naito la attraversò. E dall’altra parte, trovò se stesso.


I. Lo Stardust Genius e i suoi anni sbagliati

In giugno del 2013, Tetsuya Naito tornò sul ring della New Japan dopo un infortunio al legamento crociato anteriore — un recupero lungo, doloroso, il tipo di stop che un atleta affronta con la combinazione di fisioterapia e paura che nessuno nomina ma tutti vivono.

Si chiamava “Stardust Genius” — il genio delle stelle, con quello sbuffo di grandiosità che i nomi d’arte giapponesi a volte hanno, come se nominare se stessi con un titolo fosse già un atto di fede nel proprio futuro. Era un babyface pulito — come si dice nel gergo del wrestling, un “white meat babyface”, l’eroe senza ambiguità, il ragazzo per cui si tifa perché sembra onesto e lavora sodo e meriterebbe di vincere.

Il problema era che assomigliava troppo a Tanahashi. Aveva la propria mossa finale spettacolare dall’alto come Tanahashi aveva la sua High Fly Flow — si chiamava Stardust Press, era un corkscrew moonsault, era bella da vedere. Aveva lo stesso tipo di energia solare. Ma non aveva il carisma di Tanahashi, non aveva quella capacità di trasformare l’ingresso nel ring in un evento separato dal match, non aveva quel modo di fare la chitarra d’aria che faceva ridere il pubblico e lo portava dalla sua parte prima ancora che suonasse il primo gong.

L’11 agosto 2013, Naito sconfisse Hiroshi Tanahashi nella finale del G1 Climax. Era la vittoria più importante della sua carriera fino a quel momento — il torneo più importante dell’anno, contro il lottatore più importante della compagnia. Il giorno dopo, fu annunciato che avrebbe sfidato il campione IWGP Heavyweight a Wrestle Kingdom 8 del 4 gennaio 2014.

Avrebbe dovuto essere il suo momento. Il G1 vincitore che sale al main event del Tokyo Dome — era la storia classica, quella che il puroresu raccontava da decenni. Il problema era che il pubblico non voleva quella storia. Non con lui come protagonista.


II. Il voto e la sua umiliazione

Mentre la New Japan costruiva verso Wrestle Kingdom 8, le reazioni del pubblico a Naito erano deludenti. I tifosi non erano contro di lui — erano semplicemente tiepidi. La compagnia prese una decisione senza precedenti: aprì un voto per decidere quale match avrebbe concluso la serata. Naito contro Okada per il titolo IWGP, oppure Nakamura contro Tanahashi per la cintura Intercontinentale.

Nakamura e Tanahashi vinsero il voto con margine netto. Naito e Okada furono scalzati.

Prenditi un momento per capire cosa significò. Naito aveva vinto il torneo più importante dell’estate. Aveva battuto l’asso della compagnia in finale. Aveva guadagnato — secondo le regole del puroresu, secondo la grammatica di quel mondo — il diritto di stare nell’ultima posizione della serata più importante dell’anno. E poi il pubblico, consultato ufficialmente dalla sua stessa compagnia, disse: no. Non lui. Non stanotte.

Naito si addossò la colpa. Quando arrivò al Tokyo Dome, la sua confidenza in se stesso come main eventer era a pezzi. Non fisicamente — il suo corpo era lo stesso, il suo talento era lo stesso. Ma qualcosa di più difficile da riparare era stato danneggiato: la certezza che il pubblico avrebbe risposto.

Perse contro Okada. Poi, nel 2014, fu un anno irrisolto — un G1 mediocre, una sconfitta contro AJ Styles a Wrestle Kingdom 9 in un match senza titoli in palio. Con poco da fare nell’immediato futuro, fu annunciato che sarebbe tornato in Messico per un altro tour della CMLL. In quel momento, probabilmente, sembrava una sistemazione logistica — un posto dove tenerlo occupato mentre si capiva cosa farne. Si rivelò qualcosa di molto più importante.


III. Città del Messico, estate 2015

La CMLL — Consejo Mundial de Lucha Libre — è la federazione di wrestling più antica del mondo in attività. Fondata nel 1933, ha sede all’Arena México di Città del Messico, un palazzetto che esiste dal 1956 e che ogni venerdì sera si riempie di famiglie, coppie, bambini, nonni con il berretto, ragazzi che portano i figli per la prima volta a vedere la lucha. È un mondo completamente diverso dal puroresu — più colorato, più teatrale, con le maschere e i mantelli e i capelli lunghi che volano durante i tuffi dalle corde, con i técnicos che sono i buoni e i rudos che sono i cattivi e la distinzione è meno rigida di quanto sembri perché il pubblico dell’Arena México ha opinioni proprie su chi merita cosa.

In Messico, nel maggio e giugno del 2015, Naito incontrò i Los Ingobernables — una stable che aveva costruito la propria identità su un’idea precisa: i técnicos che avevano rifiutato il ruolo del buono perché il pubblico non li aveva amati abbastanza. Rush, La Sombra, La Mascara. Lottatori che erano stati rifiutati come eroi e avevano deciso di abbracciare il rifiuto piuttosto che combatterlo. Si chiamavano “Los Indeseables” prima, poi “Los Ingobernables” — gli ingovernabili, quelli che non si lasciano controllare.

Era una filosofia che Naito capì immediatamente nel senso fisico del termine — nel senso in cui si capiscono le cose che si sono sempre sapute ma non si era riusciti a formulare. Il rifiuto del pubblico non era qualcosa da combattere con sorrisi più grandi e gesti più generosi. Era qualcosa da usare. Era la materia prima di un personaggio diverso, più interessante, più vero — uno che non chiedeva l’amore del pubblico ma lo costringeva a fare i conti con la propria mancanza.

Naito si unì ai Los Ingobernables nella sua versione originale CMLL. Tornò in Giappone con qualcosa che non aveva mai avuto: un modo di stare nel mondo che non era recitazione ma rivelazione.


IV. Il Messico che Naito portò a casa

Il Giappone del 2015 era un paese che, nelle sue grandi città, aveva la coesistenza disinvolta di culture diverse che le metropoli sviluppate tendono a produrre. A Shibuya, potevi comprare tacos messicani autentici a due isolati da un ristorante di ramen di Hokkaido, e nessuno trovava questo strano. I negozi di dischi di Tower Records a Shinjuku vendevano CD di mariachi accanto alle compilation di city pop degli anni Ottanta. Il confine culturale era poroso in un modo che non era mai stato.

Eppure c’era qualcosa di specificamente straniero in ciò che Naito portò a casa dal Messico — non le mosse, non la tecnica, non l’atletismo. Portò un atteggiamento che il puroresu giapponese non aveva mai veramente incorporato: l’atteggiamento di chi non ha fretta. Chi non si giustifica. Chi lascia che il mondo aspetti invece di correre incontro al mondo.

La posa divenne il suo simbolo. Il “Tranquilo” — sdraiarsi sul ring, le braccia distese, gli occhi chiusi, completamente indifferente all’urgenza del momento — era la firma fisica di questa filosofia. Non era inerzia. Era il contrario dell’inerzia — era scelta attiva di non rispondere alle aspettative altrui, di dettare il proprio ritmo, di dire al pubblico e agli avversari e all’intera istituzione del puroresu: io decido quando cominciare.

Era la cosa più anti-giapponese che si potesse fare sul ring di una compagnia giapponese. Il puroresu celebrava la virtù del gaman — sopportare, insistere, non cedere mai. Celebrava il rispetto per il pubblico come obbligo quasi contrattuale. Naito prendeva tutto questo e lo lasciava per terra con le braccia aperte e gli occhi chiusi, e il pubblico che prima lo aveva ignorato adesso non riusciva a smettere di guardarlo.

Sdraiarsi sul ring con le braccia aperte, completamente immobile, come se il tempo del mondo intero fosse a sua disposizione. Era la posa più rivoluzionaria che il puroresu giapponese avesse mai visto.


V. Novembre 2015 — la fondazione

Il 21 novembre 2015, durante il World Tag League, Naito ed EVIL entrarono come squadra nel torneo. Quella notte, Bushi — un lottatore junior che tornava da un infortunio — debuttò come terzo membro del gruppo appena formato. Naito lo battezzò: Los Ingobernables de Japon.

Il nome era in spagnolo. Non in giapponese, non in inglese — in spagnolo. Era una scelta precisa: portava con sé la memoria del Messico, il debito verso Rush e La Sombra e quell’estate nell’Arena México, il riconoscimento che questa filosofia aveva radici altrove e che portarle in Giappone era un atto di importazione culturale consapevole.

Ma era anche un nome che suonava bene in qualsiasi lingua. “Los Ingobernables” — le sillabe si articolano con un piacere fisico, il suono che rotola tra le consonanti spagnole in modo che il giapponese non può replicare. Era un nome da gridare, da cantare, da scandire come si scandisce il nome di un campione.

Il logo — una mano con tre dita alzate, il gesto che sarebbe diventato l’iconografia del gruppo — apparve presto sulle magliette. Le magliette si vendettero. Il merchandising dei Los Ingobernables de Japon raggiunse livelli senza precedenti nella storia recente della NJPW. Non era solo che il pubblico li seguiva — li indossava. Portava il simbolo in giro, nelle strade di Tokyo e di Osaka, nei kombini del mattino presto, sulle banchine delle metropolitane.


VI. Il paradosso dell’ingovernabile

C’è qualcosa di profondamente giapponese nel modo in cui Naito divenne amato proprio attraverso il rifiuto di essere amabile. Non è un paradosso — è la logica di un paese che ha sempre avuto un rapporto complicato con la conformità. Il Giappone celebra il gaman e la disciplina collettiva, sì. Ma celebra anche, con una strana intensità, quelli che rompono le regole in modo abbastanza convincente da far sembrare le regole il problema.

Il termine giapponese amaeru — appoggiarsi agli altri, richiedere indulgenza — era esattamente ciò che il vecchio Naito faceva senza saperlo: cercava l’approvazione del pubblico con quella disperazione silenziosa di chi non sa come non chiederla. I tifosi lo sentivano e si irrigidivano. Non perché non volessero dargli quella approvazione — ma perché qualcosa nel bisogno lo rendeva meno desiderabile.

Il nuovo Naito non chiedeva niente. Arrivava sul ring, si sdraiava, apriva le braccia, chiudeva gli occhi. Diceva con il corpo: potete amarmi o no, non cambia nulla per me. E il pubblico, per la prima volta, sentì il desiderio di guadagnarsi la sua attenzione piuttosto che di concedergli la propria.

Era un cambio di posizione di potere così netto che il pubblico lo sentì prima di capirlo. Il 10 aprile 2016, all’Invasion Attack, Naito sconfisse Kazuchika Okada e vinse l’IWGP Heavyweight Championship per la prima volta. Era la stessa compagnia, lo stesso palazzetto, lo stesso pubblico che tre anni prima lo aveva votato fuori dal main event del Tokyo Dome. Adesso urlava il suo nome.


VII. Il Giappone che lo aspettava

Era il 2015-2016, e il Giappone aveva le sue stagioni. Le gru per la costruzione dello stadio olimpico di Tokyo puntavano verso il cielo dalla zona di Kasumigaoka, l’anno delle Olimpiadi ancora a quattro anni di distanza ma già presente come progetto che ridisegnava il paesaggio. I combini aveva cominciato a servire caffè di buona qualità — non solo il solito canned coffee, ma espresso e cappuccino da macchine elaborate, segno che i gusti stavano cambiando verso qualcosa di più internazionale. Le app di smartphone avevano già sostituito la maggior parte dei biglietti cartacei per i treni.

In questo Giappone in movimento, i Los Ingobernables de Japon sembravano arrivare al momento giusto. Non erano l’eroe classico della nuova generazione — Tanahashi era già quello, e lo era da dieci anni. Non erano il villain che si odia perché è il villain — il Bullet Club aveva quella nicchia. Erano qualcos’altro: degli anti-eroi nel senso più letterale del termine, persone che facevano le cose sbagliate per ragioni che il pubblico capiva, che rifiutavano le regole di un sistema che non le aveva trattate nel modo giusto.

Era una narrativa che risuonava con qualcosa di reale nella cultura giapponese del periodo — la generazione dei Millennial giapponesi, che era cresciuta con la crisi economica e i lavori precari e la pressione del shokunin di fare bene il proprio ruolo in una struttura sociale che spesso non la riconosceva. Naito e i suoi Ingobernables dicevano: ci rifiutiamo di essere quello che volete che siamo. Era un messaggio piccolo — era wrestling, non politica — ma aveva quella qualità delle piccole cose che toccano qualcosa di più grande.


VIII. La famiglia

Uno dei tratti distintivi dei Los Ingobernables de Japon fu la sensazione — rarissima nel wrestling, che tende a costruire le relazioni tra lottatori come rivalità piuttosto che come sodalizi genuini — che i membri si volessero davvero bene. Non nel senso performativo del “questa è la mia stable e ne sono fiero”, ma in un modo più quieto e più solido: la complicità nel dopo-show, il modo in cui si coprivano a vicenda senza bisogno di spiegazioni, l’estetica comune che suggeriva un gusto condiviso piuttosto che un dress code imposto.

Negli anni successivi, il gruppo si allargò con SANADA — un ex lottatore della Global Force Wrestling che tornò in Giappone con una qualità di movimento quasi soprannaturale — e poi Hiromu Takahashi, tornato da tre anni in Messico con qualcosa di esplosivo e imprevedibile nel suo modo di lottare, e poi Shingo Takagi che lasciò la Dragon Gate per unirsi a loro.

Ogni nuovo membro portava qualcosa di diverso. SANADA la grazia silenziosa. Hiromu l’energia caotica che sembrava sul punto di distruggere tutto, compreso se stesso. Shingo il peso brutale di chi sa che il corpo è l’argomento più forte. BUSHI il mistero della maschera, il junior heavyweight che non si toglieva mai. EVIL la violenza oscura che contrastava con la leggerezza tranquila di Naito.

Era una band — nel senso in cui si dice di certi gruppi musicali che la somma dei loro caratteri è maggiore di ciascuno preso singolarmente. Nakamura era stato straordinario da solo. Il Bullet Club era straordinario come gruppo di personalità. Ma i LIJ avevano qualcosa che entrambi non avevano: la sensazione di qualcosa che stava accadendo in tempo reale, di un sodalizio in formazione che il pubblico poteva osservare e sentire crescere.


IX. Il lungo cammino verso la redenzione

La storia di Naito con la New Japan dal 2015 in poi fu, fondamentalmente, la storia di una pazienza pagata. Non in modo lineare — ci furono sconfitte, titoli persi, momenti in cui sembrava che il momento giusto non arrivasse mai. Nel 2017, al Wrestle Kingdom 12, Naito aveva Okada quasi sconfitto. Era il suo momento. Invece di chiudere immediatamente, salì sul ring per tentare lo Stardust Press — la mossa di quando era ancora lo Stardust Genius, il gesto del passato che non riusciva a lasciare andare completamente. Mancò il bersaglio. Okada si riprese. Rainmaker. Fine.

Era il tipo di dettaglio che i grandi booker lasciano nelle storie: il protagonista che fallisce per qualcosa che viene dal passato, non dal presente. Naito aveva perso non perché il Naito del 2017 non fosse abbastanza bravo — aveva perso perché il Naito del 2013 non era ancora completamente morto.

Quello stesso anno vinse il G1 Climax 2017. Questa volta, quando il pubblico scandì il suo nome alla finale del torneo, non ci fu nessun dubbio sul main event del Tokyo Dome. Non ci fu nessun voto. Non ce n’era bisogno.

Ci vollero quattro anni. Dal rifiuto del 2013 all’abbraccio del 2017. Quattro anni di umiliazione, di Messico, di tranquilo, di LIJ, di perdite sul ring e di vittorie nel pubblico. Quattro anni per trasformare la cosa più difficile che era accaduta nella sua carriera — essere rifiutato dai propri tifosi — nel fondamento di un personaggio che quei tifosi avrebbero amato come nessun altro.


Epilogo

Penso spesso a quella notte del 2013, la sera della finale del G1 Climax. Naito aveva appena battuto Tanahashi — il lottatore che aveva idolatrato, che aveva cercato di imitare, la cui ombra era diventata il suo problema senza che nessuno glielo avesse chiesto. Aveva vinto il torneo più importante dell’anno. Stava per abbracciare un futuro che sembrava già deciso.

E il pubblico applaudì — educatamente, tiepidamente, come si applaude a qualcosa che si capisce ma non si ama.

Quel pubblico non sapeva che stava spingendo Naito verso il Messico. Non sapeva che il suo rifiuto sarebbe diventato il materiale grezzo di qualcosa di più grande di qualsiasi cosa avessero potuto dargli con l’approvazione immediata. Il rifiuto fu il dono più prezioso che Naito ricevette — anche se in quel momento nessuno, incluso lui, lo sapeva.

C’è una parola giapponese — shokunin — che indica il maestro artigiano, quello che dedica tutta la vita a perfezionare una cosa sola. C’è una parola spagnola — tranquilo — che indica la calma di chi sa aspettare. Naito aveva bisogno di entrambe per diventare se stesso. Aveva bisogno del rigore del dojo e della libertà dell’Arena México, del gaman giapponese e della levità messicana.

La cosa più strana — e più bella — è che il pubblico che lo aveva rifiutato fu esattamente il pubblico che poi lo amò di più. Non un pubblico diverso, non una generazione nuova. Le stesse persone, negli stessi palazzetti, con le stesse vite. Che avevano cambiato idea. Che si erano lasciati convincere non da un discorso né da un cambiamento di storia, ma da un uomo che si era sdraiato sul ring con le braccia aperte e aveva detto: decidete voi.

Tranquilo.

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Luca Grandi
Mi sono appassionato al wrestling molto tempo fa. Da lì è stato tutto in discesa. Scrivo di wrestling come se importasse davvero — perché importa davvero, anche se nessuno lo ammetterà mai in pubblico. Ho stretto la mano a Kazuchika Okada. Non mi sono ancora ripreso.