Dov’è il vero punto di incontro fra talento e opportunità? Se c’è qualcosa che la storia ci insegna, è che per arrivare al successo abbiamo bisogno di entrambe le cose, abbiamo bisogno che queste sbattano insieme, incrociandosi prima e formando una spirale luminosa che parte verso l’alto poi. Ci sono personalità nel mondo dello sport, e nello specifico nel mondo del Wrestling, che non hanno mai visto il loro talento sbattere contro un’opportunità, perché questa devia all’ultimo, perché non riesce ad aggrappare forte il talento o perché, più semplicemente, hanno avuto sfortuna.

Il signor Bruce Franklyn Reed, per esempio, ha sempre inseguito la sua opportunità, pronto, attento, con il suo talento nelle mani, stretto e solido. Come una pietra di sabbia però, col passare degl’anni quel talento ha cominciato a sgretolarsi e mentre gli anni passavano, i granelli cominciavano a scivolargli fra le dita. Alla fine della sua storia, arrivata il 5 febbraio del 2021, quando la sabbia era già finita da tempo, la sua opportunità non l’ha mai incrociata.

E’ una storia  triste quella di Butch Reed, che parla di una delusione profonda. Hai ormai superato i 30 anni, e forse qualcosa sta per arrivare. Poi hai superato i 40, e quel qualcosa non è ancora arrivato, ma, può darsi, che con l’apertura del mondo alla gente come me, gli afroamericani, qualcosa arrivi adesso. Niente. Superi i 50 e un po’ ti rassegni. Superi i 60 e ti ritiri. Ti ritiri ormai convinto che non arriverà niente e aspetti comunque, paziente, che il Wrestling ti restituisca qualcosa. Ma non lo fa. Il Wrestling invece si tiene tutto e quel tutto, come capita spesso, ti sarebbe servito per continuare a vivere. Ma non puoi. Con 66 anni sulle spalle, Butch Reed resiste al primo, forse al secondo infarto. Il terzo, però, è fatale.

Eppure Butch Reed, quando Bill Watts ci avrebbe potuto puntare, era una freccia. Aveva il carisma che veniva sparato fuori dai suoi orifizi, soprattutto da uno: la bocca. Si permise, e non erano in tanti a poterlo fare, di mettere in riga Ric Flair, sulla TV nazionale, mentre tutti guardavano alla Florida e alla NWA come alla terra promessa del Wrestling. Si permise di provarci quando sembrava che quell’opportunità stesse passando, ma niente, ormai il suo Spot, quello perfetto, era stato già occupato da un altro lottatore afroamericano, un certo Rittle, che di nome faceva Sylvester, e che passerà alla storia come Junkyard Dog, seppur senza vincere nulla, mai, nei Ring che contano. Ci sono addetti ai lavori che ci giurerebbero: “Butch Reed aveva un carisma che avrebbe potuto far venire il mal di mare a Junkyard Dog”. Ma Junkyard Dog era li, e lui no, e adesso, purtroppo, entrambi sono nello stesso luogo.

Butch ha avuto qualche piccola soddisfazione nel corso della sua carriera, seppur in maniera estemporanea e nascosta. Nascosta proprio come il suo valore. Reed firmerà con la World Wrestling Federation e sarà sul punto di strappare la cintura di campione intercontinentale, una corona che all’epoca davvero contava, a un gigante chiamato Ricky Steamboat, ma nell’unica volta nella quale l’occasione stava per incrociare il talento e sbatterci violentemente addosso, fu il suo talento a non trovarsi nel posto giusto. Ritmi demoniaci, quelli della WWF. Mancò a qualche data e Honky Tonk Man prese il suo posto, divenendo il più longevo campione intercontinentale della storia della compagnia. Che peccato, avrebbe potuto essere Butch. Avrebbe potuto essere lui a non dover mettere le spalle al tappeto fino all’arrivo di un altro gigante, stavolta chiamato Ultimate Warrior.

La vita è cosi. Reed poi formerà un Tag Team, pietra tombale del suo talento, insieme a Ron Simmons. Vinsero le cinture di campioni di coppia della World Championship Wrestling, è vero, ma sotto una maschera. I Dooms erano la morte di Butch Reed e del suo smisurato carisma. Capì che il destino non era dalla sua parte, quando il suo Tag Team Partner anni più tardi lo superò, vincendo, lui si, il titolo del mondo e diventando il primo campione del mondo afroamericano nel suolo statunitense.

In realtà Reed vinse un titolo assoluto importante, seppur quella cintura mai fu considerata tale dalle pagine del Pro Wrestling Illustrated.  Lo vinse all’inizio della sua carriera, nel 1981, quando sconfisse Dory Funk Jr in Florida. Ma anche quella volta, nonostante la National Wrestling Alliance gli consegnò la cintura, la All Japan Pro Wrestling, vera detentrice dei diritti della corona, come ancora oggi d’altronde, non lo riconobbe mai come proprio campione. Bruce Reed, cosi si faceva chiamare all’epoca, riconsegnò la cintura, in sordina come sempre, a Dory Funk Jr.

E oggi siamo quei a piangerlo, per chi volesse farlo simbolicamente, e a renderle omaggio. Butch Reed è uno dei talenti più sottovalutati degli anni 80, probabilmente anche dei 90. Butch Reed avrebbe potuto davvero diventare qualcuno, essere il vero predecessore di Character campioni del mondo come The Rock. Ma non lo fu mai. Non lo fu mai perché quando le circostanze decidono che quei due elementi fondamentali non devono incontrarsi, questi non si incontreranno mai, non sbatteranno mai e non saliranno mai, come una spirale, verso il cielo del Professional Wrestling.