Seguo Tommaso Faoro da tempo. Sapevo fosse un autore televisivo e uno stand-up comedian, grazie anche alla co-conduzione del podcast “Comici che consigliano comici” e alla visione di alcuni video che lo proponevano sul palco con la grande capacità di far ridere le persone. In diverse occasioni, il wrestling era spuntato fuori, come qualcosa che non fosse passeggero ma parte di una vita vissuta.
Complice anche una bella intervista nel podcast Tintoria, ho voluto approfondire il discorso legato al wrestling. Così con Tommaso Faoro abbiamo fatto una bella chiacchierata sulle origini di una passione e sul suo sviluppo negli anni, fino ad arrivare all’amicizia con una compagnia italiana, la Break Pro Wrestling di Roma.
Partiamo dalle origini: qual è il primo momento in cui vedi il wrestling e perché scatta la volontà di proseguire la conoscenza?
Io mi sono appassionato al wrestling in due momenti distantissimi della mia vita e per due motivi diversi: da bambino prima, poi dopo letteralmente quasi 20 anni di disaffezione, l’ho riscoperto qualche anno fa da adulto, e me ne sono re-innamorato alla follia anche perché, in un periodo non roseo mi ha aiutato a distrarmi. Per quanto riguarda il primo amore, il periodo di Smackdown nel pomeriggio del sabato su Italia 1 ha coinciso perfettamente con il periodo delle mie elementari, età in cui ero perfettamente in target anche se i miei erano molto contrari al fatto che seguissi un programma del genere in tv, che regolarmente guardavo di nascosto approfittando del loro collasso post-prandiale sul divano. In più, era anche il periodo in cui nella mia scuola di suore giravano le lamincards della WWE, che suor Demetria ci confiscava regolarmente chiamando figurine di violenza”, altro incentivo ad appassionarmi sempre più. I miei però non me le compravano, di conseguenza la mia poverissima collezione era fatta di scarti e doppioni dei miei compagni, ricordo in particolare un Teddy Long, un discutibile A-Train dal petto villoso e addirittura un paio di arbitri, tra cui mi pare Mike Chioda. Per quanto riguarda il ritorno di fiamma, invece, la scoperta della figura di quel matto di Jim Cornette, dei suoi podcast e delle sue interviste, mi ha portato prima ad appassionarmi alla storia del wrestling, e poi mi ha fatto venire voglia di aggiornarmi sulla situazione attuale. Così da due anni circa seguo regolarmente la WWE, più saltuariamente AEW e TNA, e cerco di non perdermi mai eventi di wrestling anche a Roma, dove vivo e dove seguo le varie federazioni locali, in primis i miei amici della Break Pro Wrestling.
Sarebbe più comodo chiederti quale fosse il tuo (o i tuoi) wrestler preferiti. Ti chiedo invece: quale ti faceva più paura e quale ti faceva più ridere?
Quello che mi faceva più paura era molto banalmente Undertaker, mentre per quanto riguarda la simpatica adoravo, come lo chiamava l’immenso Ciccio Valenti, “il simpatico Funaki”. In più, anche non erano wrestler, una nota di merito come più simpatici va proprio a Valenti e Recalcati. Rivedere oggi le loro telecronache mi fa capire che sapevano poco niente di cosa stesse accadendo sul ring (soprattutto Valenti) ma sicuramente rendevano tutto più divertente.
Quando hai capito che il wrestling fosse predeterminato e che impressione ti ha fatto?
Ricordo che già da bambino avevo chiaro, senza chiamarlo così, il concetto di “predeterminazione”, e guardavo il wrestling come una sorta di serie tv, ma forse non mi ponevo troppo il problema di cosa fosse finto e cosa fosse vero.
C’è solitamente un meme di Berlinguer che nei giorni di festa si mette a parlare di politica. A te è mai capitato di parlare di wrestling cercando di raccontare come funzioni?
Mi è capitato di spiegare ossessivamente il wrestling in varie situazioni: quando uscì il documentario su Vince McMahon su Netflix, ero dai miei a Mestre, che lo guardavo sul divano. Mia madre stava sistemando casa ed era sbigottita da quello che stavo guardando, continuavo a chiedermi cose del tipo “ma è vero? ma questa cosa è successa nel racconto o per finta?” e da lì ora posso dire fieramente che mia mamma saprebbe spiegare alle sue amiche il concetto di keyfabe. La scena si è riproposta a Natale, quando ho scoperto che il fidanzato di mia cugina condivideva la stessa passione con me, e per giustificare la cosa abbiamo fatto una lectio magistralis a tavola a una famiglia molto poco interessata.
Negli anni 90, la Gialappa’s giocò tanto sulla rappresentazione divertente del wrestling con Teocoli e il Trio (Aldo, Giovanni e Giacomo). Siamo passati da quel momento a Netflix (passando per l’oscurantismo post morte di Benoit). Quando è cambiato televisivamente, secondo te, l’approccio del fan alla disciplina e alla WWE?
Il racconto tv del wrestling mi sembra un po’ cambiato negli ultimissimi tempi, forse perchè con un ritorno di popolarità del genere vedo tornare anche un po’ di menzioni da parte di fan vip “insospettabili” in altre discipline e altri contesti, anche se forse più nei media americani che nei nostri. Il grandissimo Valerio Lundini (comico che insulterei a chiamare “collega”), pur non essendo un superfan del wrestling, l’anno scorso nel suo programma “faccende complicate” ha dedicato alla disciplina un’esilarante puntata che consiglio di recuperare su RaiPlay. Quest’anno le puntate di Sanremo venivano interrotte da un minaccioso Drew McIntyre che intimava le signore fan di Sal Da Vinci e Ramazzotti a casa di cominciare a seguire Raw e Smackdown su Netflix. Insomma, un paio di segnali mi fanno capire che non solo sta tornando in auge, ma forse con più rispetto da parte del mondo esterno di prima.
Quanto sei preso dall’edizione 2026 di Wrestlemania che, secondo alcuni, è la peggio scritta di sempre?
Premesso che non amo la tendenza del fan del wrestling moderno ad improvvisarsi booker e a criticare ogni singola decisione come invece non farebbe con una serie tv, ammetto che i match annunciati mi entusiasmano in parte e che spesso ci si è arrivati tramite storyline a mio avviso raffazzonate e vittime della fretta: non capisco la necessità di sporcare il match tra Cody e Randy Orton con la presenza di quel Lele Adani d’oltreoceano di Pat McAfee, non ho capito al 100% il senso del match tra Gunther e Seth Rollins, trovo sprecato confinare un’idea interessante come la Vision di Paul Heyman a un match che sa quasi di presa in giro al fianco di iShowSpeed contro due sempre meno convincenti Usos (LA Knight, spiace dirlo, non mi ha mai detto niente a prescindere). C’è da dire che sono invece molto entusiasta di vedere come finirà tra CM Punk e ROman Reigns (tifando prepotentemente per il primo) e tra Rhea Ripley e Jade Cargill (ammirando entrambe e trovando ingiustificato il fastidio di molti fan contro la seconda, che secondo me è stata solo costruita male e tra l’altro ha cominciato a combattere molto meglio di quanto si racconti). Gli altri match in card mi entusiasmano il giusto ma non mi lasciano perplesso quanto quelli elencati prima.
Come ti trovi con la scena italiana? Cosa ti piace e come ti sembra la Break?
Trovo la scena romana molto florida e interessante (le altre realtà italiane per motivi geografici le conosco meno, ma mi parlano benissimo dei miei conterranei veneti di Laguna Wrestling). Sulla Break sono di parte perchè conosco personalmente chi ci lavora, e al di là dei formidabili atleti che prendono parte ai loro show (che per forza di cose appaiono anche in altre federazioni italiane) di questa realtà apprezzo soprattutto il sapiente mix di intrattenimento più leggero e scherzoso con trovate comiche divertentissime, e bellissime rivalità e storyline che hanno imparato a serializzare in un modo che possa coinvolgere sia chi segue i loro show dall’inizio sia chi si trova nel pubblico per la prima volta, cosa difficilissima da fare quando offri un’appuntamente a cadenza mensile.
Tu sei autore televisivo, dunque abituato a scrivere qualcosa per gli altri. Hai mai pensato di scrivere anche per il wrestling? O ti piacerebbe?
Da autore tv sono stregato dal mondo della scrittura per il wrestling, vedere un prodotto come Unreal su Netflix mi ha letteralmente catapultato in fantasie malsane in cui in quella writing room a litigare con (l’ormai licenziato) Road Dogg su cosa fare con Chelsea Green ci sono io. In generale, anche solo per provare e per divertirmi (magari per poi scoprire che non sono affatto portato) un giorno mi piacerebbe davvero tanto provare a lavorare come autore, booker o matchmaker che dir si voglia per una realtà italiana, anche una tantum. Confesso poi che, da amante del kitsch e del tragicomico, anche nel wrestling, un mio sogno inconfessato (fino ad ora) sarebbe quello di entrare in scena anche solo una volta in veste di manager, rigorosamente per un heel, rigorosamente per venir brutalmente schienato dal face di turno dopo un tentativo di sabotare il match.








