In questi giorni si fa un gran parlare dei Four Horsemen. Non a caso: è stata la stable più nota, più vincente e più longeva della storia del wrestling. Ma non solo: è stata anche la più copiata, sia nella formazione che nelle intenzioni. Per quanto la NWO sia riuscita a rivoluzionare un momento storico di questo sport-spettacolo, è comunque poco in confronto a quanto fatto da Ric Flair e compagni. Perché? Perché sono risultati un modello replicabile, auspicabile e ben condotto.

Ma qui siamo nel 1998, i bei tempi sono passati. Nel mezzo il buon Flair è stato campione anche in WWF, ha avuto il tanto atteso match con Hulk Hogan ma anche contrasti con la dirigenza WCW e si è trovato in una posizione di netta debolezza proprio nel momento in cui il suo antagonista era diventato “Hollywood” e aveva deciso di proporre una parte totalmente nuova (e vincente) di sé. Cosa fare? No, niente Four Horsemen, li aveva sciolti e dispersi qualche tempo prima. E poi c’è quella battaglia legale con la federazione che sta stressando un po’ tutti. No, non è il caso di tornare.

Nel mentre accadono due cose: la prima è il ritiro di Arn Anderson a causa di un grave infortunio al collo; la seconda è che i Four Horsemen sì c’erano, ma erano un gruppo senza una precisa direzione. C’erano Chris Benoit e Mongo Michael, Curt Hennig li aveva traditi per passare alla NWO. Ecco, la NWO, ancora loro. E basta! Non può girare tutto intorno a loro, ci deve essere qualcos’altro che definisca la WCW. Fammici pensare…

14 settembre 1998. Il Monday Nitro è a Greenville, uno dei capisaldi dei territori della Jim Crockett, sempre molto affezionata agli show NWA/WCW. Serve uno slancio, qualcosa che faccia palpitare il cuore. Da tempo JJ Dillon (storico manager degli Horsemen) sta provando a convincere Anderson a riformare in maniera seria la squadra. Benoit ha chiamato al suo fianco Dean Malenko, che fin lì era stato un campione Cruiserweight spaziale ma che aveva bisogno di salire di un gradino. C’è ancora Steve McMichael. Ma sono tutti comprimari: che si fa?

JJ Dillon chiama Anderson sul ring. Arn dice che sente nell’aria tanta voglia di Four Horsemen, ha sentito gli appelli e intende rispondere affermativamente alle richieste dei fan. Chiama sul ring la squadra: Steve McMichael è il primo, segue Chris Benoit e poi Dean Malenko. Ad ogni ingresso, il pubblico impazzisce. Ma manca il leader, manca la colonna portante, il faro di questo gruppo. I fan lo chiamano, Anderson lo chiama: è standing ovation, signori.

Nature Boy si ripresenta in lacrime. L’abbraccio dei suoi fan è la cosa più bella che potesse ricevere, dopo mesi di contrasti personali con Eric Bischoff e parte della dirigenza WCW. C’è l’abbraccio coi nuovi membri della stable, quello fraterno con Anderson. Le lacrime, la commozione. Ma è un attore nato: si accende nel giro di pochi secondi e chiama un monologo infuocato contro Bischoff che sa tanto di finzione quanto di realtà. Il manager della NWO e presidente della WCW si presenta per chiudere il segmento, ma Flair lancia via la giacca e dice uno degli slogan più noti della sua carriera: “Fire me! I’m already fired!”.

Simone Spada
Giornalista professionista ed esperto di comunicazione, dal dicembre del 2006 è redattore di Zona Wrestling. Negli anni è stato autore di rubriche di successo come il Pick The Speak, Wrestling Superstars, The Corey Side, Giro d'Italia tra le fed italiane, Uno sguardo in Italia, Coppa dei Campioni, Indy City Beatdown e tante altre. Il primo giornalista in Italia ad aver parlato diffusamente di TNA ed AEW su un sito italiano di wrestling.