Non c’erano molte vie in quella strada. Un piccolo sbocco, quasi un sentiero che portava alla porta di una delle palestre del famoso Dojo, quello della più importante federazione del paese, la New Japan pro Wrestling. Il gancio al quale ogni giovane lottatore si poteva aggrappare per diventare qualcuno. Lo aveva scoperto poco distante dal suo quartiere il maestro. Quel maestro che aveva lottato tanto per portarlo dentro i ranghi di un’istituzione, perché di questo si ratta a conti fatti, che poteva distruggerti o catapultarti nell’olimpo del Puroresu.

Hiroshi Hase aveva visto in lui un potenziale fuori dal comune. Non era stato a sentire nessuno di quelli che gli dicevano no. Nessuno di quelli che affermavano che in quel giovane allievo, non c’era un talento, una promessa. Aveva combattuto anche contro la sua famiglia. Sua madre e suo padre erano molto preoccupati, avevano sentito tante storie sul Puroresu, non avevano intenzione di concedere al loro unico figlio, di correre i rischi che la disciplina comporta.

Il maestro però, come sul Ring, anche nella vita era imprescindibilmente duro, non si arrendeva davanti ai fatti, figuriamoci davanti alle parole. Era riuscito a trascinarlo nel Dojo, a portarlo dove i campioni nascono, crescono e si consacrano. Poi, però, lo aveva lasciato solo. Solo davanti ai mostri sacri del posto, al circolo di bestie affamate di successo, che tutto avrebbero fatto per non farsi scansare dalla loro posizione preferita per la caccia.

La carriera politica di Hiroshi Hase era all’inizio, stava cercando di costruirsi un futuro fuori dal Puroresu, se fuori dal Puroresu un lottatore può restare. Proprio come aveva fatto Antonio Inoki, che però alla fine, non aveva potuto fare altro che riascoltare il richiamo e tornare. Questa era la domanda di Hiroshi: riuscirò a resistere o tornerò anche io?

Questo però non contava troppo se sei un giovane che deve andare avanti da solo. Il maestro ha i suoi impegni, ma rimane il mio maestro. Mi ha portato qui ed affidato alle mani sagge di allenatori con anni di esperienza, gli devo tutto, potrei dovergli un sogno. Un sogno che cominciò duramente, fra mille problemi, fra mille tensioni.

Era forse questa la tana delle tigri di cui avevano sempre parlato in Tigerman. Era forse questo il buco oscuro che si deve oltrepassare prima di vedere la luce, la luce dei riflettori importanti, quelli ricchi, quelli immensi. Il tunnel era fatto di facce scure, nemiche. Lo zoccolo duro della compagnia aveva il brutto vizio di prendersela con la gente a caso, dicevano, se un giovane non era troppo avvezzo al difendersi, era peggio. Il giovane, di cui non si conosce né il nome né nient’altro, non sapeva come comportarsi. Non capiva quale fosse la maniera migliore per cercare di non essere ogni volta preso di mira e tirato in ballo. Entrò in un vortice. Un’aria che lo trascinò, volente o nolente, a dei confronti tanto duri quanto spiacevoli.

Quel giorno era una bella giornata. Piano piano, capiva che nello spogliatoio dei leoni, ci si doveva comportare con garbo e possibilmente, dire sempre di si. Ascoltare i più esperti, i più grandi, anche quelli irriverenti, sprezzanti, saccenti. Lo fece anche quel giorno. Nella palestra dove si allenavano i giovani allievi, fra cui il nostro giovane protagonista, entrò un gruppo folto di lottatori della New Japan pro Wrestling, lottatori già veri. Fra di loro c’era qualcuno che a quanto si dice, non sopportava la promessa di Hiroshi Hase, non si sa bene perché. Il suo nome era Kensuke Sasaki. Sasaki, promessa vera della compagnia, futuro campione in diverse categorie ed in diverse federazioni, salì sul quadrato scalzando l’avversario del pupillo di Hiroshi Hase. Gli chiese, o meglio gli ordinò, di mostrargli quali erano quelle qualità per le quali il suo maestro teneva cosi tanto a lui. Il giovane, come sempre, disse di si. Il Match incominciò e l’offensiva, chiaramente, era nelle mani esperte di Sasaki, che non voleva scoprire né vedere nulla, soltanto aveva il bisogno di sfogarsi dando al ragazzo una lezione, una lezione con la quale pagare una colpa inesistente. Vedeva i colpi arrivare come saette. Sentiva dolori che non aveva mai sentito da quando aveva cominciato ad allenarsi, si chiedeva se fosse quello il vero Puroresu. Si chiedeva se i suoi genitori non avessero ragione nell’impedirgli di salire sul quadrato. Pochi minuti furono quelli nei quali poté porsi delle domande. Sasaki infatti, lo scaraventò al tappeto per una Bodyslam facendolo cadere di testa con un angolazione killer. Poi rise, guardando i suoi compagni. Poi smise, guardando il ragazzo.

Fu in quel momento di la grande stella, la grande promessa della New Japan Pro Wrestling Kensuke Sasaki, non volle accettare di aver sbagliato, non ammise il suo errore. Voleva cancellare tutto con un’altra azione, un’altra manovra, come in un videogioco dove un’azione, dura che sia, potrebbe cancellarne un’altra. Ma quella era vita reale, il ragazzo non si muoveva più e la manovra successiva, fu quella fatale.

La notizia si sparse per tutta la palestra, poi per tutta la compagnia. Non si sa che cosa spinse Sasaki a comportarsi cosi con quel ragazzo. Forse una semplice dimostrazione di forza, il bisogno che hanno i bulli di esibire in ogni caso la loro superiorità contro coloro che ritengono indegni di una vita dura, di un lavoro che massacra. Forse vecchia ruggine con il maestro, Hiroshi Hase. Forse, dice qualcuno, la mafia giapponese, quella stessa mafia che uccise Rikidozan, il padre fondatore della disciplina in Giappone, anni prima.

Il fatto è che non c’è una ragione che tenga. Non c’è una ragione per andarci cosi pesanti con un giovane che vuole cercare di diventare qualcuno, che vuole solo lavorare, che vuole solo allenarsi. Tutto andò a favore di Sasaki. Tutti andarono dalla sua parte. Fu incidente, dissero, un Dragon Suplex, il ragazzo non era pronto, la incassò male.

Hiroshi Hase, anche lui, la incassò male. Imparò quel giorno che non si può vivere sempre senza arrendersi, non solo hai fatti, ma nemmeno alle parole. Le parole dei genitori del ragazzo, dai quali adesso sarebbe dovuto tornare a dire che il loro unico figlio era morto, facendo quello che loro non avrebbero voluto, preoccupati per la sua salute, i fatti che accaddero quel giorno, che da bello, diventò il più scuro della vita di molte persone. Hiroshi Hase abbandonò per un periodo il Puroresu, in quella fase della sua vita nella quale stava maturando la risposta alla sua domanda: tornerò? Il Puroresu, la lotta, sarò ancora un loro servo. La risposta è si, la lotta ti richiama, la lotta che è nel sangue di chi combatte, come la velocità è nel sangue di un pilota, e qualunque cosa succeda, se gli dei ti danno la possibilità di tornare in pista, o di tornare sul Ring, tu lo fai, trascinato da una forza incontrastabile, la stessa forza che spingeva sul Ring quel giovane anonimo, inerme, morto, prima di diventare un campione.