Pochi giorni fa il mio grande amico Luca Grandi ha scritto un articolo. Parlava dell’intelligenza artificiale e di come la WWE sia pronta a cominciare a lavorare sempre di più con essa, tagliando, secondi lui, qualcosa che nel mondo del Wrestling è sempre stato fondamentale: l’apporto umano. L’emozione. Ciò che deve, dopo essere andato sullo schermo, riflettersi dentro gli animi di ogni fan. A suo dire la AI questo non può farlo. Siamo sicuri, però, che il punto di vista dal quale guardare tutto ciò sia quello giusto? Siamo sicuri che forse, in fondo alla questione, il problema possa davvero essere l’AI? O stiamo solo cercando di trovare un altro motivo per andare addosso alla WWE e al mondo che cambia e gli avanza attorno? Proviamo a capirlo.

Il primo punto che il caro Luca analizza è focalizzato sul fatto che HHH abbia deciso di definire “inevitabile” la transizione: Inevitabile. La parola scelta da un uomo che gestisce un prodotto costruito interamente sulla capacità umana di raccontare storie, fingere emozioni, e convincere centomila persone che quello che stanno guardando è reale abbastanza da far piangere. Inevitabile, come le stagioni. Come la gravità. Come il prossimo rematch che nessuno ha chiesto.

..la capacità umana di raccontare storie, fingere emozioni e convincere centomila persone che quello che stanno guardando è reale abbastanza da far piangere”. E’ vero, verissimo. Per come la vedo io, però, colui che riesce a trasmettere queste emozioni, a fartelo credere, a farti piangere, è l’uomo che sale sul Ring. L’uomo che interpreta un Promo. L’uomo che reagisce alle reazioni della folla. Se il cammino di Bryan Danielson cambia improvvisamente dopo una sconfitta di 18 secondi, Match e punto chiave della carriera di Bryan citato da Luca, cambia improvvisamente perché il pubblico decide di puntare emozionalmente su di lui, non dipende dal fatto che quella sconfitta sia stata scritta da Paul Heyman o da un computer. Innanzitutto perché tutto ciò che esce fuori da un’ AI può essere cambiato, modellato, ristrutturato a seconda del Wrestler e del momento. Poi, perché la gente, la folla, al di là di chi gli si metta di fronte, comunque sia sceglierà il suo preferito. La gente ragiona, l’intelligenza digitale no.

L’arma non c’entra, è l’uomo che decide di sparare.

E’ anche vero che meno armi ci sono, meno uomini avranno la possibilità di sparare, ma alla fine le armi ci sono sempre state. E sono state tante. Armi create a posta per scandagliare i mercati, proprio come dice Luca in un’altra fase del suo articolo: La formulazione è rivelatrice non tanto per quello che dice quanto per quello che esclude. Shapiro descrive il pubblico come una superficie su cui misurare reazioni — aree geografiche, metriche di attenzione, curve di engagement. Non come una comunità di persone che porta con sé una storia emotiva specifica, una memoria collettiva, un sistema di valori narrativi costruito nel tempo. In questa visione, il pubblico non è il destinatario di una storia. È una variabile da ottimizzare.

Mi chiedo, nel leggere queste parole, quale sia la novità. Quando Vince McMahon Jr ha deciso di riportare sulla barca Hulk Hogan, lo fece perché tutti i suoi uomini gli dicevano che quel Wrestler che suo padre aveva licenziato per capriccio, metteva a ferro e fuoco tutti i palazzetti. Gli dissero che stava incarnando lo spirito nazionalista degli Stati Uniti in quel momento ed era un momento, al contrario di oggi, dove i flussi di pensiero erano molto meno galoppanti di oggi, dove con un messaggio su X si può far conoscere al mondo una tendenza, o un movimento in espansione. Ciò che si cercherà di fare con l’intelligenza artificiale oggi, e ciò che si faceva negli anni 80 con il passa parola. Il pubblico è sempre stato un bene di consumo a disposizione delle grandi società, che mettevano per lui a disposizione un altro bene di consumo, in un ciclo che non si è mai fermato e mai si fermerà. Il Wrestling non fa eccezione.

Cambiare troppo sarebbe stupido. Non cambiare per niente sarebbe folle.

CM Punk che urla al microfono contro il sistema funziona perché CM Punk conosce il sistema dall’interno e il pubblico lo sa. Roman Reigns che trasforma anni di fischi autentici in minaccia narrativa funziona perché quegli anni di fischi erano reali e il pubblico li ricorda. Sami Zayn che piange quando i suoi amici lo tradiscono funziona perché Sami Zayn sa cosa significa essere in uno spogliatoio dove non ti vogliono, e quella consapevolezza trapela da ogni suo gesto senza che nessuno glielo abbia scritto in un copione.

Perché dovrebbe cambiare? CM Punk quando tirò fuori la famigerata Pipe Bomb lo fece senza che nessun Booker gli scrivesse quelle parole. Senza che Vince McMahon le approvasse. Le tirò fuori e basta. Se domani una Storyline venisse scritta con l’intelligenza artificiale, nessuno negherebbe a Triple H di decidere di dare un microfono in mano a Kevin Owens e di mandarlo sul Ring a dire ciò che vuole. Ciò che ha sofferto. Chi non l’ha aiutato. Chi l’ha sostenuto. Se non lo farà, sarà perché non glielo permettono nella stessa misura nella quale non glielo permetteva Vince McMahon, o chi per lui prima che l’AI arrivasse. E il pubblico non sarà inebetito solo perché l’intervento o il Rematch è stato scritto da una macchina. Il pubblico saprà riconoscere, come sempre ha fatto, quando qualcosa viene dal cuore, dall’anima, o da qualcun altro che non sa nulla di te. Perché che si scrivessero Promo senza sapere nulla di colui che gli avrebbe interpretati, non è una novità.

Luca, poi, porta avanti un esempio concreto. Parla di quello che sembra essere, per il momento, l’unico tentativo di Storyline scritta da un sistema non umano: I test preliminari della WWE con l’IA hanno prodotto risultati che internamente sono stati definiti “un disastro totale”. Le idee generate erano, secondo Dave Meltzer, semplicemente non realizzabili, non funzionanti. Il sistema aveva proposto una storyline per Bobby Lashley — che l’IA evidentemente non sapeva essere stato licenziato — in cui il wrestler tornava con una personalità ossessionata dalla cultura e dalla storia giapponese.

E’ vero. Un disastro totale. Il primo punto del disastro totale è il fatto che Bobby Lashley non fosse più parte del Roster. Ma è presto risolvibile. Anzi, direi che non esiste il problema. Non esiste il problema perché non è l’AI ad aver sbagliato a mettere Bobby Lashley nel sistema Storyline della WWE, è l’imbecille (nel senso che imbelle, sia chiaro) che ha dato al sistema gli input ad aver sbagliato. Siamo sinceri: tutti noi ormai abbiamo usato almeno una volta l’AI per fare ricerche, auto giudicarci, o semplicemente provare. E’ ancora come una bambina (almeno quella a nostra disposizione). Va seguita, incanalata, strutturata. Può tirarti fuori una bella Storyline? Si, ma solo per caso. La mano dell’uomo deve sempre e comunque essere li. Dovrà essere il cervello di Triple H, comunque, a scegliere. E non è molto diverso da quando 20 Booker scrivevano per Vince McMahon e il 95% delle Storyline veniva rigettato. Si generano contenuti e se ne sceglie uno. Si propone al pubblico e il pubblico giudica.

Siamo cosi sicuri che ci sarà gente più scontenta di quanta gente non sia scontenta oggi? Perché io è da quando ho memoria di Wrestling che sento e leggo di gente che si lamenta delle Storyline della WWE, salvandone sempre e solo una, massimo due all’anno.

Diamoci una possibilità.

In cui il Wrestler tornava con una personalità ossessionata dalla cultura e dalla storia giapponese”.

Ma veramente non vi ricorda nulla? Perché a me si, e parecchio. Quella Storyline non l’aveva scritta l’intelligenza artificiale. L’aveva scritta qualche Booker e Vince McMahon l’aveva accettata. Lui si chiamava Lord Tensai, ed era ridicolo. Tutto ridicolo.

Un altro argomento che mi piacerebbe affrontare dell’articolo di Luca, che in parte si riallaccia a qualcosa già detto prima, è questo: Il wrestling ha sempre avuto una relazione complicata con l’autenticità — la finzione è esplicita, il trucco è parte del gioco. Ma c’è una differenza precisa tra fingere che un match sia reale e fingere che una storia sia stata scritta da qualcuno che capisce cosa significa perdere un padre la mattina di WrestleMania e salire sul ring lo stesso. La prima è intrattenimento. La seconda è qualcosa di più vicino alla contraffazione.

Il fatto che si perda un padre la mattina prima di salire sul Ring di Wrestlemania, è un qualcosa che ahinoi, può succedere sia che la tua Storyline l’abbia scritta l’intelligenza artificiale, sia che l’abbia scritta un uomo in carne ed ossa. Nessuno, fino a quando non perde suo padre, può sapere cosa si provi, come ci si senta. Quindi tutto ciò che passa, che traspare, è sempre comunque nelle mani di chi quel dolore lo prova. Di chi calca il Ring. Di chi versa lacrime aggiungendo emozione vera ad emozione creata, quella per la quale si finge che un Match sia reale.

E allora diamo una possibilità alla WWE. Quante gliene abbiamo date nel corso degli anni? Non facciamo finta che ci freghi veramente da dove vengono le Storyline, se chi le ha scritte ha avuto una vita dura o è immortale e i suoi organi sono circuiti integrati. Alla fine giudicheremo come abbiamo sempre fatto, nel bene e nel male. Sapremo perfettamente quando qualcosa viene fuori dal cuore o da un freddo case. Ci accorgeremo del marcio e lo rigetteremo. Significherà che la componente umana avrà completamente abbandonato il processo creativo e che i Wrestler sono diventati automi incapaci di esprimere emozioni. Diventeranno tutti brocchi, insomma.

Sicuramente sono d’accordo con Luca a proposito di una cosa, una cosa importante, anche se io non userò il condizionale.

Sarà una scelta culturale. E sarà nostra.

L’intelligenza artificiale è come la bomba nucleare. Può distruggere il mondo, o salvarlo da una terza guerra mondiale. Come sempre, sta all’uomo capire dove mettersi e come utilizzarla.