Un commiato laico per chi crede nei miti perché sa che la realtà, da sola, non basta
C’è un momento, preciso e crudele, in cui anche i miti sembrano cedere alla carne.
Un pomeriggio come tanti, in cui la notizia arriva asciutta, lineare, persino banale: “È morto Hulk Hogan”
Tre parole che inchiodano il tempo.
Perché con lui non se ne va solo un wrestler. Se ne va la porzione più infantile e dunque più potente del nostro immaginario collettivo.
Hogan è stato una costruzione. Una perfetta invenzione. Ma vera.
Non per le vittorie sul ring. Quelle erano parte del copione.
Vera per l’impatto che ha avuto sulla struttura psichica di milioni di persone cresciute nei decenni dell’eccesso e del disincanto.
Era, in fondo, la risposta muscolare e teatrale all’uomo qualunque degli anni Ottanta.
Dove i padri erano assenti o sconfitti, lui era presente, ingombrante, implacabile.
Dove la politica falliva nel dare direzione, lui indicava la via a suon di slogan scolpiti nella pietra: “Train, say your prayers, eat your vitamins.”
Ridicolo? Forse.
Ma chi è cresciuto dentro la saturazione dell’immagine, dentro la televisione che non chiedeva credibilità ma simboli, sa che Hogan ha funzionato proprio perché non ha mai preteso di essere reale.
Si è offerto come mito consapevole.
E la gente l’ha amato per questo.
C’è un’intelligenza sottile nei miti riusciti: la capacità di travestire la complessità con la semplicità.
Hogan era l’eroe greco travasato nella plastica americana.
Achille sotto anabolizzanti.
Il semidio accessibile, con i baffi scolpiti e lo sguardo da cartone animato.
Non era ironico.
Era tragicamente letterale. E in questo stava il suo genio.
Non ci invitava a credere nella lotta tra bene e male.
Ci invitava a scegliere da che parte stare, anche se sapevamo che tutto era già scritto.
Era una liturgia collettiva. Una forma rituale.
Il wrestling era il pretesto.
Il vero contenuto era lo sguardo che avevamo su noi stessi mentre lo guardavamo.
La morte di Hogan, oggi, è la morte di una forma di sicurezza narrativa.
Quella per cui ogni eroe è riconoscibile, urlante, luminoso, e vince sempre dopo aver sofferto esattamente quanto serve per rendere tutto epico.
È la scomparsa dell’eroe prefabbricato, certo, ma anche la nostalgia per una forma di racconto che non aveva paura di essere esagerata
Viviamo tempi che esaltano il grigio, l’ambivalenza, il realismo triste.
Hogan era il contrario di tutto questo.
Era il colore primario.
Era il bianco e nero in lotta costante.
Era il pathos finto che diventava, paradossalmente, emozione autentica.
E allora oggi piangiamo. Ma non piangiamo per l’uomo.
Piangiamo per noi.
Per ciò che siamo diventati.
Per il fatto che oggi nessuno potrebbe permettersi una narrazione come quella di Hogan senza essere sbeffeggiato.
Perché ci siamo convinti che l’intelligenza consista solo nel dubbio.
Ma dimentichiamo che c’è un’intelligenza anche nella fede.
E che ogni tanto, credere — anche solo per la durata di un match — è il gesto più sofisticato che possiamo compiere.
Hogan ha incarnato il sogno americano in forma di corpo. Ma, più profondamente, ha incarnato il bisogno di essere travolti da qualcosa che ci sovrasti.
Ci ha permesso di credere nella forza come valore morale.
Nel bene che vince senza dover per forza giustificare ogni sua azione.
Ci ha mostrato che il corpo può diventare linguaggio, che il grido può farsi preghiera, e che la narrazione può superare la verità.
È stato una figura controversa. E non in senso retorico — ma concreto, etico, storico.
Alcune sue parole restano inaccettabili, come certi silenzi troppo comodi.
Eppure il mito ha continuato a camminare, barcollante ma vivo.
Allen Ginsberg scrisse: “Segui la tua luna interiore, non nascondere la follia.”
Hogan l’ha fatto — ma quella luna era distorta, muscolare, a volte pericolosa.
E lo abbiamo seguito lo stesso.
Perché nel suo continuo rialzarsi, c’era qualcosa che parlava di noi:
del nostro bisogno disperato di eroi, anche imperfetti,
purché continuassero a recitare la parte.
Purché tenessero in piedi il sogno.
Non si piange un uomo. Si saluta una struttura mitologica.
Si riconosce la fine di una stagione del mondo.
E, se si è abbastanza sensibili, si percepisce il vuoto che resta.
Non solo nelle arene. Ma nei pensieri. Nelle fantasie.
Nella capacità di credere ancora che il bene abbia muscoli, voce roca e intenzioni pure.
E allora sì, forse è vero: Hogan è morto.
Ma solo per chi ha smesso di credere.
Per gli altri — per noi — resterà sempre lì.
Nel punto esatto in cui il reale smette di bastare,
e il mito, generoso, comincia a fare il suo lavoro.