C’è un modo in cui le grandi corporation acquisiscono le cose senza comprarle. Non è illegale. Non è nemmeno particolarmente nascosto. È semplicemente il modo in cui funziona il potere quando ha abbastanza pazienza da non dover affrettare niente.
Si comincia con una partnership. Si continua con uno scambio di talenti. Si piazzano persone di fiducia nelle posizioni chiave. Si aspetta che i contratti scadano, che i debiti crescano, che la federazione bersaglio diventi abbastanza dipendente da non poter più immaginare di esistere in modo indipendente. Poi, quando il momento è quello giusto e il prezzo è quello giusto, si esercita l’opzione.
La WWE lo ha già fatto. Con la WCW nel 2001. Con la ECW. Con l’NXT UK e la scena indie britannica. Con la AAA messicana, acquistata durante WrestleMania dell’anno scorso — una federazione con trentadue anni di storia e radici culturali profondissime, ridotta a voce nel bilancio di TKO.
Adesso sta succedendo di nuovo. E si chiama TNA.
Dave Meltzer ha rivelato che il contratto di partnership tra WWE e TNA include una clausola che garantisce alla WWE il diritto di acquistare la TNA a un prezzo prestabilito. Non è un rumor. È una clausola contrattuale. La WWE ha già, legalmente, il diritto di comprare quando decide che è il momento.
Ma il dettaglio più rivelatore non è la clausola. È quello che sta succedendo intorno a essa, pezzo per pezzo, con la calma di chi non ha fretta.
Brian “Road Dogg” James — dipendente WWE di lungo corso, amico personale di Triple H e Shawn Michaels — sta per prendere il posto di Tommy Dreamer nella creative TNA. Secondo il Wrestling Observer, il presidente TNA Carlos Silva stava lavorando a questa mossa prima ancora di procedere con i licenziamenti di questa settimana — con l’incoraggiamento della WWE.
Un uomo di Triple H nella stanza dove si prendono le decisioni creative della principale alternativa americana alla WWE. Non come rappresentante di un’acquisizione formale. Come dipendente di una federazione “indipendente”.
Il campione TNA Mike Santana ha il contratto in scadenza a metà luglio. La WWE sta già monitorando la situazione.
Il meccanismo è identico a quello visto con la AAA. Prima la partnership. Poi lo scambio di talenti. Poi l’influenza crescente nella struttura interna. Poi l’acquisto — quando il prezzo è abbassato abbastanza da rendere l’operazione conveniente. La differenza è che con la TNA la WWE potrebbe non arrivare nemmeno all’acquisto formale, perché la partnership è già abbastanza vantaggiosa da non richiederlo.
Matt Hardy ha risposto ai rumor con la serenità di chi non ha alternative: “Finanziariamente la TNA sta bene. Non stiamo per essere comprati dalla WWE adesso. Penso che tra qualche anno potrebbe succedere. Ma adesso non sta succedendo. Stiamo risparmiando denaro.”
Tre cose in questa dichiarazione meritano attenzione.
La prima: Hardy ammette che l’acquisizione “tra qualche anni” è possibile. Non è una smentita. È un rinvio.
La seconda: “stiamo risparmiando denaro” significa che stanno tagliando talenti e riducendo i costi. Una federazione più snella è una federazione più facile da acquisire. Meno debito operativo significa un prezzo di acquisto più attraente per chi ha già la clausola contrattuale nel cassetto.
La terza — e più rivelatrice — è il contesto. Matt Hardy è un dipendente TNA che parla sul proprio podcast. Ha un interesse diretto nel rassicurare fan, partner commerciali e se stesso. Non è una fonte neutrale. È qualcuno che vive nella casa e che dice: non preoccupatevi, la casa non è in vendita. Mentre il vicino ha le chiavi.
Fonti interne alla WWE sostengono che il debito di Anthem — la casa madre della TNA — sia il principale ostacolo a un’acquisizione formale. La WWE ha già la reach televisiva, il pubblico e la pipeline di talenti che la TNA offrirebbe. Prendere in carico quel debito, più un accordo televisivo con AMC che la WWE non controllerebbe pienamente, renderebbe l’acquisizione meno attraente che semplicemente acquisire talenti o comprare la library.
È la formulazione più onesta e più brutale che la stampa di settore abbia prodotto su questa storia. Non “comprare la TNA” — “acquisire talenti o comprare la library”. Due operazioni che non richiedono formalmente l’acquisto della federazione, ma che ne producono gli stessi effetti pratici nel lungo periodo.
Il debito di Anthem è l’ostacolo — per ora. Ma i debiti si riducono. I contratti scadono. I talenti se ne vanno. E Road Dogg è già seduto nella stanza dove si decidono le storie.
C’è una domanda che questa vicenda pone al pubblico del wrestling, e che vale la pena formulare con la chiarezza che merita.
Volete che esista un’alternativa alla WWE?
Non nel senso sentimentale. Nel senso concreto, industriale, economico. Perché la storia del wrestling dimostra con una coerenza quasi matematica che la qualità del prodotto WWE è inversamente proporzionale alla forza della concorrenza. L’Attitude Era nasce dalla guerra con la WCW. Il boom creativo del 2011 nasce dalla minaccia concreta di perdere CM Punk. La Women’s Revolution nasce — almeno in parte — dalla pressione di vedere il wrestling femminile trattato meglio altrove. Ogni volta che la WWE ha avuto qualcosa da perdere, ha prodotto qualcosa di migliore.
Nel periodo in cui è stata monopolio assoluto — circa vent’anni tra la fine della WCW e l’arrivo dell’AEW — la qualità ha sofferto in modo documentabile. La stagnazione e la compiacenza erano naturale conseguenza dell’assenza di concorrenza reale.
La TNA non è mai stata alla pari con la WWE. Non lo sarà mai. Ma esiste. Ha un roster, una storia, una cultura propria costruita in vent’anni di programmazione. Ha prodotto talenti che la WWE ha poi valorizzato — da AJ Styles a Samoa Joe, da Bobby Roode a Jordynne Grace. Ha tenuto viva un’alternativa, per quanto imperfetta e spesso caotica, per chi non voleva accontentarsi di Stamford.
Road Dogg è nella stanza creativa. L’opzione di acquisto è nel contratto. I talenti migliori stanno per scadere.
La WWE non ha fretta.
Non ne ha mai avuta, con le cose che sa già di poter prendere quando vuole.