C’è una frase che ritorna, con variazioni minime, in quasi tutto quello che è stato scritto su Jaguar Yokota nei quarantasette anni di carriera che separano il suo debutto dalla sua presenza sui ring ancora oggi. La frase è questa: era avanti di un decennio rispetto a chiunque altra. A volte si dice due decenni. A volte si tralascia il numero e si dice semplicemente era avanti. Come se la misura precisa importasse meno del fatto fondamentale — che quello che Rimi Yokota faceva su un ring nel 1981, nel 1982, nel 1983, non aveva riferimenti contemporanei con cui confrontarsi. Non in Giappone. Non in America. Da nessuna parte.

Questo è il tipo di affermazione che nel wrestling si fa spesso e si dimostra raramente. Nel caso di Yokota, la dimostrazione è disponibile su YouTube, in qualità di VHS, per chiunque voglia dedicare un pomeriggio a guardare cosa significasse il wrestling femminile giapponese agli albori degli anni Ottanta quando c’era lei al centro. L’hurricanrana che eseguiva quando questo movimento non aveva ancora un nome, perché nessun’altra lo faceva ancora. Il double underhook powerbomb che aveva inventato e che altri avrebbero poi replicato per decenni senza sapere da dove venisse. Il Tiger Driver — quella piledriver con le braccia doppie che Mitsuharu Misawa avrebbe reso celebre nel wrestling maschile anni dopo — nato dalle mani e dal cervello di una ragazza di Tokyo che a quindici anni aveva deciso di diventare lottatrice perché aveva visto le Beauty Pair in televisione.

Tutto questo è reale. È documentato. Ed è, al tempo stesso, solo una parte della storia.


Arakawa, 1977

Il quartiere di Arakawa, nel nordest di Tokyo, era nel 1977 uno di quei luoghi dove il miracolo economico giapponese aveva lasciato tracce concrete e rumorose: le fabbriche che avevano alimentato il boom degli anni Sessanta erano ancora lì, con il loro odore di metallo e olio; i fiumi di sararīman che prendevano la Yamanote line ogni mattina erano diventati più fitti di anno in anno; i palazzi di appartamenti medio-piccoli si moltiplicavano verso le periferie come cellule in divisione. Era una Tokyo viva e affollata, piena di negozi di ramen aperti fino a tardi, di famiglie che mangiavano insieme davanti al televisore a colori, di bambini che giocavano per strada fino all’imbrunire mentre le madri li chiamavano dalla finestra.

Rimi Yokota aveva quindici anni e guardava le Beauty Pair in televisione.

Non era una reazione passiva, quella che aveva guardando Jackie Sato e Maki Ueda combattere su Fuji TV. Era qualcosa di più attivo, più preciso — il riconoscimento di un destino in forma di immagine. Jackie Sato aveva diciotto anni, Maki Ueda sedici, quando avevano vinto le cinture WWWA tag-team nel febbraio del 1976. Rimi Yokota aveva quattordici anni e stava guardando. Un anno dopo era al dojo dell’AJW a imparare a cadere.

Cominciò ad allenarsi il 1 marzo 1977. Ottenne la licenza professionistica il 19 maggio. Debuttò il 28 giugno 1977, a Tokyo, al Ota Ward Gymnasium, contro Mayumi Takahashi. Aveva quindici anni e tre mesi. Da quel giorno alla sua prima pensione ci sarebbero stati quasi nove anni. Nove anni durante i quali avrebbe ridisegnato da zero il vocabolario fisico del wrestling femminile giapponese.


Il Problema del Genio

Il genio tecnico nel wrestling è una cosa difficile da descrivere a chi non ha mai guardato un match di wrestling con attenzione analitica. Non è solo la capacità di eseguire le mosse — questa è abilità, e l’abilità si impara. È qualcosa di diverso e di anteriore: la capacità di immaginare mosse che non esistono ancora, di vedere nello spazio del ring una possibilità che nessuno aveva ancora riconosciuto come tale, e poi di costruire il percorso fisico per realizzarla. È invenzione. È architettura del movimento.

Yokota aveva questa capacità in un grado che, nella storia del wrestling femminile, non ha paragoni accertati. L’hurricanrana — il movimento in cui ci si avvolge con le gambe intorno al collo dell’avversaria e ci si lancia di peso per portarla a terra in una presa — è oggi una delle mosse più comuni dell’intero repertorio del wrestling mondiale, maschile e femminile. Nel 1980, quando Yokota lo eseguiva nei palazzetti dell’AJW, non aveva un nome. Non lo aveva perché nessun’altra lo faceva. Yokota lo aveva inventato osservando la meccanica dei corpo nella caduta, capendo quale traiettoria doveva descrivere il proprio peso per creare la leva necessaria, e poi eseguendolo con la precisione di chi ha già calcolato ogni variabile prima di saltare.

Lo stesso vale per il double underhook powerbomb, il piledriver con entrambe le braccia bloccate sotto le ascelle dell’avversaria che trasforma la caduta in qualcosa di brutale e controllatissimo allo stesso tempo. Lo stesso vale per il Tiger Driver, che nel wrestling maschile giapponese è diventato il marchio di fabbrica di Mitsuharu Misawa — ma che Misawa non aveva ancora adottato quando Yokota lo eseguiva già. Lo stesso vale per il Jackhammer, la presa che vent’anni dopo il mondo avrebbe associato a Goldberg nella WCW americana. Yokota l’aveva già nel repertorio nel 1982.

Questa enumerazione non è un esercizio di primogenitura tecnica. È la descrizione di un fenomeno: una mente che lavorava sulla fisica del combattimento in modo sistematico e originale, che produceva soluzioni nuove a problemi che gli altri non avevano ancora pensato di porsi. Nel contesto del wrestling degli inizi degli anni Ottanta — un wrestling ancora molto debitore delle tradizioni degli anni Sessanta e Settanta, con il suo repertorio limitato e le sue convenzioni rigide — quello che Yokota faceva sul ring sembrava venire dal futuro.


La Cintura a Diciannove Anni

Il 25 febbraio 1981, Jaguar Yokota sconfisse Jackie Sato per il titolo WWWA. Aveva diciannove anni.

C’è un dettaglio in questo evento che va oltre la cifra sportiva. Jackie Sato era stata l’ispirazione di Yokota — la persona che aveva guardato in televisione a quattordici anni e che aveva pensato: voglio fare questo. Il rapporto tra l’idolo e il fan che supera l’idolo è uno dei più carichi di significato nell’intera economia emotiva dello sport. Non è una sconfitta nel senso normale. È una consegna di testimone che ha la struttura di un rito di passaggio — per entrambe le persone coinvolte.

Jackie Sato si ritirò dall’AJW tre mesi dopo, il 21 maggio 1981. Aveva ventitré anni. La compagnia aveva deciso che Yokota era il futuro, e aveva usato la regola del ritiro anticipato per accelerare la transizione. Era una logica fredda, industriale, che non teneva conto di quello che significava per una persona uscire di scena a ventitré anni per decisione altrui. Ma era anche la conferma più esplicita possibile di quanto Jaguar Yokota fosse già, in quel momento, qualcosa di diverso da tutto quello che era venuto prima.

Il suo primo regno da campionessa WWWA durò ottocentouno giorni. Ottocentouno. Nel wrestling femminile — che aveva una tradizione di cinture che cambiavano mani ogni pochi mesi, il cui sistema di titoli era costruito sulla tensione narrativa della perdita e della riconquista — un regno di ottocentouno giorni era un’anomalia, quasi un’affermazione di principio: questa campionessa non ha rivali in grado di batterla. Il pubblico lo sapeva. I promoter lo sapevano. Le avversarie lo sapevano.


Il Corpo come Archivio

La cosa che distingueva Yokota dagli altri atleti non era solo la velocità o la forza o la tecnica presa singolarmente. Era la capacità di sintetizzare. Il suo wrestling aveva radici in tre tradizioni diverse — lo stile tecnico del joshi giapponese, la lucha libre messicana con i suoi movimenti aerei e le sue dinamiche di coppia, e qualcosa che veniva dai fondamentali del judo e della lotta libera che l’AJW aveva sempre incorporato nel proprio stile — e le mescolava con una fluidità che rendeva il risultato irriconoscibile come sintesi. Sembrava semplicemente il modo in cui lei si muoveva, come se quelle tre cose fossero sempre state una sola.

Il suo corpo sul ring era, in questo senso, un archivio vivente di forme di combattimento che il wrestling femminile giapponese aveva assorbito nel corso dei decenni — da Mildred Burke, dalle lottatori americane, dalle tradizioni marziali giapponesi — ma anche un laboratorio di forme nuove che non appartenevano a nessuna tradizione perché non erano state ancora create da nessuno. Guardare Yokota combattere nel 1982 era guardare qualcuno che stava letteralmente inventando il linguaggio mentre lo parlava.

I match contro Devil Masami — la rivale principale degli anni Ottanta, la forza bruta contro la velocità tecnica, la potenza contro la precisione — erano la dimostrazione più completa di questo. Masami era grande, forte, capace di imporre la fisicità in modo quasi soprannaturale. Yokota era più piccola, più veloce, con una capacità di lettura del ring che le permetteva di trasformare ogni iniziativa di Masami in un’opportunità di contrattacco. I loro match erano costruiti secondo il principio classico del good vs evil — la campionessa tecnica contro la challenger brutale — ma avevano una complessità sotto la superficie narrativa che li collocava in un’altra categoria di incontri. Non erano storie. Erano problemi fisici risolti in pubblico, con eleganza e violenza allo stesso tempo.

Il match del 19 luglio 1982, con la cintura WWWA in palio, è quello che per decenni è rimasto introvabile — il tipo di materiale che nel wrestling viene chiamato lost media, registrazione andata dispersa nell’oceano di nastri VHS non catalogati che è la memoria lacunosa del joshi degli anni Ottanta. È riapparso su YouTube nel 2025, in condizioni relativamente buone, e il fatto che un match di quarant’anni fa generi ancora discussioni approfondite tra gli appassionati di wrestling di tutto il mondo dice qualcosa sulla sua qualità che nessuna descrizione può eguagliare.


Il Capello e la Maschera

Il 7 maggio 1983, al culmine del suo primo regno da campionessa, Jaguar Yokota perse la cintura contro La Galactica — la lottatrice messicana nota altrove come Pantera Sureña, una veterana, accompagnata al ring dalla gigantesca Monster Ripper nel ruolo di seconda — in uno di quei match che il wrestling messicano e giapponese usano per dare peso specifico agli incontri importanti: mascara contra cabellera, maschera contro capello. Chi perde perde la sua identità visiva.

La Galactica combatteva con una maschera d’argento sul viso — la sua identità, il suo segreto, la sua armatura simbolica. Yokota combatteva con i capelli lunghi che erano parte della sua immagine pubblica, l’immagine della ragazza di Arakawa che era diventata la più grande lottatrice del Giappone. La posta era concreta e visibile. Il pubblico capiva esattamente cosa era in gioco.

Yokota perse. Monster Ripper interferì ripetutamente, le cesoie comparvero sul tatami, i capelli di Yokota vennero tagliati davanti al pubblico. Fu una sconfitta costruita sulla sopraffazione numerica, non sulla superiorità tecnica — e il wrestling usa esattamente questo tipo di sconfitta per i suoi campioni migliori, perché dice: questa persona non è stata battuta sul campo, è stata sopraffatta dalle circostanze. Il pubblico deve voler vedere la rivincita.

La rivincita arrivò venticinque giorni dopo. Yokota riprese la cintura.


L’Infortunio e il Silenzio

Alla fine del 1985, una spalla che aveva assorbito anni di suplex e di cadute su tatami di durezza variabile cedette. Yokota dovette cedere la cintura WWWA senza una sconfitta formale, il tipo di addio che il wrestling riserva a chi viene tradito dal proprio corpo prima che la narrazione si concluda. Nel febbraio del 1986, a ventiquattro anni, Rimi Yokota si ritirò.

Aveva ventiquattro anni. Aveva vinto il titolo WWWA due volte. Aveva tenuto la cintura per ottocentouno giorni nel primo regno. Aveva battuto Jackie Sato, Devil Masami, La Galactica. Aveva inventato mosse che altri avrebbero usato per decenni. Aveva avuto il match migliore della storia del wrestling femminile — quell’incontro con Lioness Asuka del settembre 1986, già a carriera tecnicamente conclusa, che Dave Meltzer valutò cinque stelle, il massimo della sua scala — come se il corpo sapesse che stava consegnando qualcosa e volesse farlo nel modo più completo possibile.

E poi era finita. A ventiquattro anni.


La Maestra

Quello che accadde dopo è, in un certo senso, ancora più importante di quello che era venuto prima.

L’AJW aveva bisogno di una allenatrice. Yokota accettò il ruolo. Entrò nel dojo non più come atleta ma come architetta — qualcuno che prendeva le ragazze giovani, le ragazze che arrivavano dalle campagne e dalle città con i loro corpi incerti e le loro ambizioni vaghe, e le trasformava in quello che lei stessa era stata. Solo meglio. Solo più complete. Solo più pronte per il tipo di wrestling che lei aveva già capito sarebbe stato il futuro.

I nomi delle sue allieve sono l’elenco delle più grandi lottatrici della storia del joshi degli anni Novanta. Manami Toyota — la lottatrice che nel decennio successivo avrebbe prodotto probabilmente il corpus di match di qualità più alto nella storia del wrestling femminile mondiale, e che porta il nome del Manami Roll, un movimento che Yokota aveva già eseguito prima che Toyota nascesse come professionista. Toshiyo Yamada — la partner di Toyota, il pilastro tecnico dell’era Novanta. Megumi Kudo — che avrebbe portato il deathmatch femminile a quote di violenza e di arte che nessuno aveva mai immaginato possibili. Kyoko Inoue — la potenza comica e atletica che avrebbe definito un tipo di wrestling del tutto originale. Takako Inoue — la raffinatezza heel, la capacità di costruire personaggi complessi sul ring.

Tutte da Yokota. Tutte passate per le sue mani, per i suoi occhi, per la sua capacità di riconoscere in un corpo giovane e goffo la forma che avrebbe potuto avere.

C’è una domanda che vale la pena porre: come si insegna ciò che si è? Come si trasmette non una tecnica specifica, non un repertorio di mosse, ma un modo di pensare il ring, di abitarlo, di trasformarlo in un linguaggio? Non lo sappiamo con precisione. Sappiamo solo che Yokota ci riuscì, e che il risultato è visibile nell’intera decade Novanta del wrestling femminile giapponese — una decade che molti considerano il periodo più alto della storia del joshi, forse della storia del wrestling in senso assoluto, e che porta l’impronta di una sola allenatrice in modo così pervasivo da non poter essere attribuita al caso.

Il Guinness World Record che Yokota e Mayumi Ozaki stabilirono nel 2023 — la coppia più anziana a vincere un titolo di coppia nel wrestling professionistico — le ha viste combattere fianco a fianco a sessantadue anni. Non come gesto nostalgico, non come esibizione commemorativa. Come wrestling, con i riflettori accesi e una cintura in palio.


Epilogo: La Domanda che il Ring Fa

C’è qualcosa di filosofico, in fondo, nella traiettoria di Rimi Yokota. Non nel senso di una filosofia articolata e dichiarata — non risulta che abbia mai scritto saggi o dato conferenze sul significato del combattimento. Ma nel senso di una domanda che la sua vita ha posto e risposto, senza parole, attraverso i gesti ripetuti di quarantasette anni.

La domanda è: cosa succede a un corpo che ha imparato a fare una cosa straordinariamente bene?

La risposta che la maggior parte delle storie dà è: quella cosa finisce, e il corpo trova altro da fare. Ci si ritira. Si cambia. Si diventa qualcun altro. Yokota ha dato una risposta diversa, o piuttosto più complicata: quella cosa non finisce. Il corpo la porta con sé, ovunque vada, anche quando smette formalmente di farlo. Diventa insegnante perché non riesce a non insegnare quello che sa. Torna sul ring perché il ring è il posto dove il suo corpo capisce se stesso nel modo più preciso. Continua, a sessant’anni, a fare il Rolling Thunder senton fuori dal ring — un movimento aereo, pericoloso, tecnicamente impeccabile — perché il corpo ha una memoria che non chiede il permesso alla mente prima di agire.

C’è una ragazza di quindici anni, ad Arakawa nel 1977, che guarda le Beauty Pair in televisione e decide che farà quello. Non sa cosa significhi, non sa cosa costerà, non sa che inventarà mosse che altri useranno per generazioni, non sa che allenerà le più grandi lottatrici del mondo, non sa che a sessant’anni sarà ancora lì, sul tatami, con le stesse mani che hanno costruito un linguaggio nuovo nel wrestling.

Sa solo che quella ragazza sullo schermo fa qualcosa che vale la pena fare.

E poi lo fa.