Il nome vero era Masami Yoshida. È uno di quei nomi che il wrestling giapponese sembra produrre deliberatamente per contrasto — nomi banali, domestici, da ragazza del vicinato, che appartengono a corpi capaci di cose che la ragazza del vicinato non farebbe mai. Masami Yoshida suonava come una studentessa modello, come la figlia di un contabile di provincia, come qualcuno che avrebbe potuto lavorare in un ufficio a Fukuoka e tornare a casa ogni sera per cenare con la madre. Non suonava come il demone più temuto del wrestling femminile giapponese per tre decenni consecutivi.

Eppure è esattamente quello che diventò. E il divario tra il nome e la creatura che il nome nascondeva è forse il punto più interessante da cui cominciare a capirla.


Kitakyushu, 1962

Kitakyushu è una città del nord di Kyushu — la grande isola meridionale del Giappone — che negli anni Sessanta aveva il carattere specifico delle città industriali in piena espansione. Le acciaierie di Yahata erano il cuore pulsante della regione, fumo nero sui tetti e operai in tuta che entravano e uscivano dai cancelli nei turni mattutini mentre le mogli preparavano il bentō nella cucina di case che profumavano di riso bollito e legno umido d’inverno. Era una città che lavorava, nel senso più diretto del termine — non la Tokyo dei grattacieli e dei neon, non la Osaka dei mercanti, ma una città che aveva le mani sporche e non si scusava per questo.

Masami Yoshida nacque lì il 7 gennaio 1962. Amava la musica: al liceo di Fukuoka frequentava il club musicale, suonava, cantava, riceveva complimenti per la voce che aveva — una voce vera, quella di qualcuno che avrebbe potuto fare di quel dono qualcosa di serio. Ma le condizioni economiche della famiglia non erano buone. La situazione domestica era quella che le fonti descrivono con la formula discreta e definitiva di non abbastanza stabile — il tipo di contesto in cui i progetti futuri si contraggono di anno in anno sotto il peso del presente. A sedici anni, Masami Yoshida lasciò la scuola, lasciò Kitakyushu, lasciò la musica che amava, e andò a Tokyo.

Andò all’AJW perché aveva bisogno di guadagnare. Non perché amasse il wrestling, non perché avesse sognato di combattere sul ring guardando Jackie Sato in televisione come aveva fatto Rimi Yokota. Andò perché era una delle poche strade disponibili per una ragazza di sedici anni senza diploma, senza connessioni, senza la rete di sicurezza che le famiglie più solide offrono ai loro figli come un dono invisibile e dato per scontato.

Questo dettaglio biografico — l’ingresso nel wrestling come necessità economica piuttosto che come vocazione — non è irrilevante. È la radice di qualcosa che si sente nei suoi match, in quella qualità di presenza fisica che va oltre la tecnica e oltre il personaggio: la serietà assoluta di chi non può permettersi di non dare tutto, perché non c’è un piano B.


La Grammatica del Villain

Il wrestling ha bisogno dei villain. Non come accessorio narrativo, non come decorazione del racconto — come struttura portante. L’eroe esiste in opposizione al villain, e la qualità dell’eroe è proporzionale alla qualità di chi deve sconfiggere. Un cattivo mediocre produce un eroe mediocre. Un cattivo straordinario produce qualcosa che il pubblico non dimentica.

Il sistema dell’AJW degli anni Ottanta aveva sviluppato questa logica con una precisione quasi scientifica. Le baby face — le eroine, le protagoniste che il pubblico adolescente amava e supportava — avevano bisogno di antagoniste credibili, di ostacoli che sembrassero davvero insormontabili, di corpi e personalità abbastanza grandi da rendere ogni vittoria una conquista. Masami Yoshida capì questa grammatica e la abitò con un’intelligenza rara.

Debuttò il 21 agosto 1978. Nei suoi primi anni nell’AJW si affiliò alle Black Devils, la stable heel guidata da Yumi Ikeshita — il tipo di apprendistato che nel wrestling funziona come tirocinio: si impara il mestiere stando vicino a chi già sa, si assorbe l’estetica, si affina la propria versione del personaggio nel contatto con le veterane. Quando Ikeshita si ritirò, Masami non dissolse lo stable. Lo ereditò. La ribattezzò Black Devil Corps e lo guidò lei stessa, segnando il passaggio da allieva a protagonista con quella naturalezza che contraddistingue chi era pronto da prima che glielo dicessero.

Il nome Devil non era un’invenzione dell’ufficio marketing. Veniva direttamente dal ring: dal modo in cui combatteva, dalla disposizione che aveva nel non fermarsi quando l’avversaria cedeva, dal lavorare ai limiti e oltre i limiti della regola. I colpi alla gola con entrambe le mani, le testate, le powerbombs proseguite dopo il conteggio — non erano solo tecniche. Erano una dichiarazione di principio: “Qui non ci sono regole che io rispetti davvero, e tu lo sai, e io voglio che tu lo sappia”

Eppure sotto questa superficie di brutalità calcolata c’era qualcosa di diverso da semplice cattiveria. C’era una musicalità — nel senso letterale, quello della ragazza di Kitakyushu che aveva imparato a sentire i ritmi delle cose — che rendeva i suoi match strutturati in modo quasi narrativo. Non il caos del villain che sfascia tutto: la pazienza di chi costruisce la pressione lentamente, lascia respirare, poi chiude in modo definitivo.


L’Opposizione che Creò la Storia

La rivalità con Jaguar Yokota fu il laboratorio più importante della sua carriera — il posto dove l’intelligenza tecnica di Masami incontrò l’intelligenza tecnica di Yokota e da quella collisione produsse qualcosa che entrambe non avrebbero potuto produrre da sole.

La dinamica era quella classica che il wrestling usa da sempre: velocità contro forza, tecnica contro potenza, la campionessa agile che combatte la sfidante massiccia. Ma era una semplificazione che il ring smentiva ogni volta. Yokota era veloce e precisa, certo. Masami era forte e brutale, certo. Ma Masami era anche tecnicamente capace — aveva una qualità di wrestling di base che le permetteva di tenere testa a Yokota sul piano del grappling puro prima che la fisicità diventasse il fattore determinante — e Yokota aveva una capacità di incassare e rispondere che trasformava ogni offensiva di Masami in un problema aperto invece che in una conclusione.

Il loro match del 19 luglio 1982, per la cintura WWWA, è uno di quelli che il wrestling ha perduto per decenni nella dispersione dei nastri VHS non catalogati e poi ritrovato, come certe cose importanti si ritrovano — in modo quasi casuale. Chi lo ha visto descrive una dialettica di forza e velocità che non assomigliava a niente di quello che il wrestling femminile produceva altrove nel mondo in quegli anni, né prima né dopo. Masami entra con il cappotto viola — il suo colore, il colore che avrebbe tenuto per tutta la carriera come una bandiera personale — e combatte con quella qualità specifica di chi sa di essere il villain ma non ha nessuna intenzione di perdere solo perché il copione prevede che l’eroe vinca.

La sua musica d’ingresso in quegli anni era Black Soldier — un brano orchestrale duro, cadenzato, con quella qualità di marcia militare che trasformava ogni sua entrata in scena in un evento. Poi, dal 1986, diventò Athanasia — qualcosa di più oscuro, più ambient, più difficile da classificare. Come se il personaggio si stesse evolvendo, spostandosi dalla brutalità diretta verso qualcosa di più misterioso e più duraturo. Il demone che non muore: athanasia, in greco, significa immortalità.


La Regola, l’Evasione, la Sopravvivenza

Il 26 dicembre 1987, Masami Yoshida affrontò Chigusa Nagayo nel suo match di ritiro obbligatorio — quella regola non scritta ma applicata con inflessibilità nell’AJW che imponeva il ritiro al compimento dei venticinque anni o del decimo anno di attività. Era la stessa regola che aveva spinto fuori dall’AJW generazioni di lottatrici prima di lei. Era la stessa regola che Masami decise, con la stessa logica con cui aveva sempre fatto le cose, di ignorare.

Non formalmente — non si può ignorare formalmente una regola in un sistema così rigido. Si può solo trovare la porta laterale. La porta laterale era la JWP, la Japan Women’s Pro-Wrestling che Jackie Sato aveva fondato nel 1986 come alternativa all’AJW. La JWP non applicava la regola del ritiro obbligatorio. Era un sistema diverso, con un’estetica diversa e un pubblico parzialmente diverso. Masami vi approdò quasi immediatamente dopo il match di ritiro, e vi diventò subito una star.

Questo è un momento che dice tutto su cosa significa adattarsi senza perdere se stessi. Il contesto era cambiato — la compagnia era diversa, lo stile era in evoluzione, il mercato joshi stava attraversando una delle sue trasformazioni più rapide con il boom delle Crush Gals che ridisegnava le aspettative del pubblico. Masami non era più la grande villain di una compagnia potente. Era la veterana di una promotion più piccola che cercava di trovare il suo spazio in un panorama più complicato.

E tuttavia funzionò. Funzionò perché Masami aveva qualcosa che i cambiamenti di contesto non riescono a togliere: la capacità di fare sentire il pubblico la differenza tra una persona che combatte e una persona che finge di combattere. In un’era in cui lo joshi si stava evolvendo verso velocità sempre più vertiginose, verso repertori di mosse sempre più elaborati, verso un atletismo che rasentava la ginnastica acrobatica, Masami si presentava sul ring e faceva cose semplici — una suplex verticale, una powerbomb, una presa al collo — e il pubblico reagiva come se avesse visto qualcosa di straordinario. Perché la qualità non stava nella mossa. Stava in chi la eseguiva.


Il Demone Amichevole

C’è una descrizione di Masami degli anni Novanta che uno storico del wrestling americano ha scritto e che vale la pena riportare nella sua sostanza: veniva percepita come una specie di mostro amichevole — come se fosse stata malvagia un tempo, ma ora si divertisse troppo a combattere per essere altro che gioiosa. È la descrizione più precisa che esista di quello che era diventata.

Il villain puro degli anni Ottanta — il demone della Devil Corps, il corpo viola e il suplex applicato un secondo dopo il gong del KO — si era trasformato in qualcosa di più complesso. Non aveva perso l’aggressività. Non aveva perso la disposizione a fare male. Ma aveva acquisito una qualità di presenza che i grandi personaggi acquisiscono quando hanno abbastanza storia alle spalle: la consapevolezza di sé, il senso del proprio posto nella narrativa, la capacità di essere villain e icona allo stesso tempo.

Quando nel 1985 fu lei a battere Dump Matsumoto per il titolo WWWA vacante — la lottatrice più brutale e più odiata dell’AJW che veniva sconfitta dall’altra lottatrice più brutale e più odiata dell’AJW — il pubblico che aveva sempre tifato contro Masami si trovò nella posizione paradossale di tifare per lei. Non perché fosse diventata buona. Ma perché il wrestling ha questa capacità di far amare i propri demoni quando li capisce abbastanza a lungo, e il pubblico dell’AJW aveva passato anni ad avere paura di Devil Masami.

La paura, quando si trasforma in familiarità, diventa qualcosa di molto simile all’affetto.


Trent’Anni

Il 30 dicembre 2008, al termine dell’ultimo show dell’anno, Masami Yoshida si ritirò per l’ultima volta. Aveva combattuto professionalmente per trent’anni esatti — un record di longevità che nel wrestling femminile giapponese non ha uguali, un numero che diventa ancora più straordinario se si considera che non si trattava di una presenza decorativa negli ultimi anni, ma di una lottatrice ancora capace di match di valore reale, ancora capace di portare un pubblico nel palmo della sua mano.

Nel 2003, già oltre la quarantina, aveva vinto le cinture WWWA tag-team con Aja Kong battendo Meiko Satomura e Ayako Hamada — due delle più forti lottatrici della generazione successiva. Nel 2005, il main event dell’ultima serata dell’AJW — la chiusura definitiva della compagnia che aveva dominato il wrestling femminile giapponese per trentasette anni — la vedeva al centro, a sessantatré anni dalla fondazione dell’AJW, come se il cerchio richiedesse la sua presenza per chiudersi.

Nel 1997 aveva vinto il titolo WCW femminile a Kawasaki, battendo Chigusa Nagayo — l’acerrima rivale di tutta la carriera — in quello che era formalmente un accordo tra la GAEA Japan e la World Championship Wrestling americana, il tipo di accordo ibrido che il wrestling dei tardi anni Novanta produceva con una certa frequenza. Il titolo fu abbandonato quando l’accordo finì. Ma per un momento, la ragazza di Kitakyushu che aveva lasciato la scuola a sedici anni per necessità era la campionessa femminile della federazione americana che trasmetteva su Ted Turner.


La Fabbrica di Sottaceti

Dopo il ritiro, Masami Yoshida tornò a Kitakyushu. Tornò nella città da cui era partita da adolescente, in quella Fukuoka industriale dove si lavora con le mani e non ci si vanta troppo di quello che si fa. Prese in gestione il negozio di sottaceti di famiglia — una tsukemono-ya, la Nukazou, specializzata nella tradizione dei nukazuke, verdure fermentate nel crusca di riso secondo metodi che in certe famiglie si tramandano per generazioni. Vive con la madre. Canta ancora, qualche volta, in eventi locali — tre o quattro concerti l’anno, la voce che aveva imparato a usare al liceo e che non ha mai smesso del tutto di coltivare.

È impossibile non cogliere in questo finale qualcosa di romantico, anche se probabilmente non lo è. La ragazza che era partita da Kitakyushu perché la famiglia non aveva abbastanza è tornata a Kitakyushu a gestire l’attività di famiglia. Il demone del wrestling giapponese vende sottaceti fermentati nella sua città natale. L’atleta che ha passato trent’anni a fare cose violente con il proprio corpo gestisce qualcosa di pacifico, di lento, di profumato — perché i nukazuke richiedono tempo, cura quotidiana, la pazienza di chi sa che le cose buone si fanno aspettare.


Epilogo: La Voce del Demone

C’è una cosa che quasi nessuno sa di Devil Masami, o meglio: quasi nessuno considera abbastanza. Ha inciso cinque singoli negli anni Ottanta. Nel mondo del joshi questo non era insolito — il modello idol-wrestler richiedeva musica, e quasi tutte le star dell’epoca avevano almeno un disco. Ma Masami aveva qualcosa che le altre non avevano: una voce vera, nel senso che i musicisti usano quando parlano di qualcuno che sa davvero cantare, non solo portare le note.

La valutano come la migliore voce mai espressa da una lottatrice giapponese. E c’è qualcosa di quasi straziante in questo — non nel senso sentimentale del termine, ma nel senso preciso: che una ragazza di Kitakyushu amava la musica prima di ogni altra cosa, che quella musica le fu tolta a sedici anni dalla necessità economica, che lei andò a Tokyo e divenne il demone più temuto del wrestling femminile giapponese, e che la voce rimase — rimase sempre, sottotraccia, in quei cinque singoli degli anni Ottanta, nelle esibizioni locali di Kitakyushu dopo il ritiro.

Il corpo che combatte invecchia. Le cinture cambiano mani. Le compagnia aprono e chiudono. Ma una voce, una vera, non smette di essere quella cosa.

Immaginate Masami Yoshida adesso, in un qualsiasi pomeriggio di primavera a Kitakyushu, nel negozio che profuma di crusca fermentata e di verdure che hanno bisogno di tempo. I clienti entrano, scelgono, pagano. Forse qualcuno la riconosce, forse no. Forse le chiedono qualcosa del wrestling, forse no. Lei sorride — quella stessa bocca che per trent’anni ha prodotto espressioni che il pubblico dei palazzetti aveva imparato ad associare alla minaccia e alla violenza — e risponde, e torna al lavoro.

Fuori, Kitakyushu continua. La città industriale che ha perso le acciaierie ma non ha perso il carattere, quel senso di essere un posto che lavora e non si lamenta. Il sole del tardo pomeriggio entra obliquo dalla finestra. Profuma di nukazuke. Profuma di vita ordinaria, finalmente.

E da qualche parte in quella vita ordinaria c’è ancora il demone — non nel senso della minaccia, ma nel senso di una forza che non si esaurisce mai del tutto, che si trasforma e si adatta e trova sempre un modo di essere ancora lì, in qualunque forma il mondo le offra.

Trent’anni di wrestling, e poi la crusca di riso.

Forse non c’è nessuna differenza, in fondo. Entrambe le cose richiedono pazienza, precisione, la volontà di restare al lavoro anche quando nessuno guarda.