C’era una volta una wrestler che il mondo intero considerava tra le migliori in circolazione. Seconda solo a Rhea Ripley nella classifica PWI250 del 2023, dominatrice assoluta della Stardom, capace di far esplodere un’arena giapponese con un solo sguardo. Poi è arrivata la WWE, e quella storia da favola si è trasformata in un manuale su come non gestire un talento.
Parliamo di Giulia, per chi non lo sapesse: londinese di nascita, giapponese di formazione, italiana per parte di padre. Una che in Giappone veniva trattata come una rockstar e che ora, a SmackDown, fatica a strappare una reazione dal pubblico di Hershey, Pennsylvania. Ma andiamo con ordine, perché questa è una storia che merita di essere raccontata per intero, con tutti i suoi colpi di scena degni della peggiore soap opera.
Chi era Giulia prima della WWE (spoiler: una leggenda)
Per capire davvero la portata di questo disastro, bisogna fare un passo indietro. In Giappone, Giulia non era semplicemente una brava wrestler: era un fenomeno culturale. Alla Stardom ha costruito storie che sembravano uscite da un anime epico, rivalità che duravano anni e si nutrivano di tradimenti, redenzioni, vendette a lungo covate.
Ha fondato e guidato Donna del Mondo, una fazione che sotto la sua leadership è diventata dominante. Ha conquistato il Wonder of Stardom Championship in una battaglia memorabile contro Tam Nakano – un match che non era solo atletismo, ma narrazione pura, teatro delle emozioni. Ha perso la cintura e i capelli (sì, in Giappone si fa sul serio), ha vagato per un anno cercando di ritrovarsi, ha sperimentato con look diversi, ha ricostruito il suo gruppo pezzo per pezzo.
E soprattutto, ha vissuto rivalità che erano racconti shakespeariani. Quella con Suzu Suzuki, per esempio: due ragazze che condividevano il dormitorio agli inizi, sorelle di fatto, finché Giulia non ha deciso di lasciare tutto per inseguire i suoi sogni alla Stardom. Senza avvisare nessuno. Suzu l’ha scoperto su Twitter. Da lì è nata un’inimicizia che ha attraversato anni e promotion, alimentata da rancore genuino, lacrime vere, dichiarazioni di odio che il pubblico sentiva autentiche.
Questo era il tipo di wrestling che Giulia portava: intenso, emotivamente carico, capace di far piangere un’arena. Match che erano poemi epici, non semplici incontri. Una presenza scenica che non si insegna, un’aura che faceva girare le teste. In generale è questo il tipo di storie che si raccontano in Giappone, dove si vive di interviste, di tweet, di promo post match. Dove la narrazione è lenta, graduale, fin troppo. E lei in questo ecosistema era l’assoluta regina.
E la WWE cosa ha fatto con tutto questo patrimonio narrativo? L’ha totalmente ignorato, naturalmente.
L’arrivo trionfale (e poi dimenticato)
Aprile 2024, NXT Stand and Deliver. Giulia appare tra il pubblico e l’arena impazzisce. Quel tipo di reazione che non si compra, che non si fabbrica: la gente sapeva chi era, la voleva vedere sul ring WWE. Un momento magico, totalmente sprecato.
E cosa fa -infatti- la WWE? Aspetta. Aspetta ancora. Secondo i report, il debutto era previsto per luglio a NXT Heatwave. Invece niente, si rimanda a settembre, a No Mercy. Cinque mesi dopo quel momento elettrizzante, in cui Giulia combatte nella Marigold forse per riconoscenza ad Ogawa. Cinque mesi che le costano carissimo, in cui l’hype si è sgonfiato come un soufflé dimenticato fuori dal forno.
Quando finalmente debutta contro Roxanne Perez, la reazione c’è ancora, ma già si percepisce che qualcosa si è perso per strada. È come arrivare alla festa quando i migliori antipasti del buffet sono già finiti: sei contento di essere lì, ma sai che ti sei perso il meglio.
La corsa al titolo (versione autostrada)
Da qui in poi, la WWE decide di accelerare. Ma non nel senso buono. Nel senso di “mettiamo tutto nel frullatore e vediamo cosa esce”.
Gennaio 2025: Giulia conquista il titolo NXT Women’s a New Year’s Evil. Fantastico, direte voi. Peccato che il regno duri appena 60 giorni. Sessanta. Neanche il tempo di stampare delle magliette decenti.
Poi arriva il Winner Takes All contro Stephanie Vaquer, che le porta via la cintura. E subito dopo, via verso il main roster dopo WrestleMania, in coppia con la sua ex rivale Roxanne Perez. Turn heel quasi istantaneo. Spostamento a SmackDown dopo una sconfitta contro Iyo Sky e Rhea Ripley.
Fermiamoci un attimo a fare i conti: nel giro di dodici mesi, Giulia è passata dal debutto ad NXT, alla conquista del titolo, al Winner Takes All, alla chiamata nel main roster, a un altro titolo (lo United States Championship vinto contro Zelina Vega). Tutto questo senza che nessuno si fermasse a chiedersi: “Ma il pubblico americano sa davvero chi è questa ragazza?”
La risposta, evidentemente, era no. Ma perché preoccuparsi dei dettagli?
Il regno del nulla cosmico
Ah, il Women’s United States Championship. Giulia lo tiene per 133 giorni. Sulla carta, un regno discreto. Nella realtà, un deserto creativo che farebbe sembrare il Sahara un giardino rigoglioso.
In quei 133 giorni, Giulia non appare mai in un Premium Live Event con quel titolo. Mai. Zero. Il titolo stesso, peraltro, non ha ancora fatto la sua comparsa in nessun PLE nel suo primo anno di esistenza se non erro. Ma questo è un altro discorso, anche se la dice lunga sulle priorità creative di SmackDown.
Giulia si ritrova a difendere la cintura contro avversarie di secondo piano – Michin, principalmente, che perde con una regolarità quasi commovente – trattata come un riempitivo tra una pubblicità di Las Vegas e l’ennesimo promo di apertura di suoi colleghi che evidentemente sono autorizzati ad usare il microfono. E quando finalmente sembrava potesse nascere qualcosa con Tiffany Stratton – campionessa contro campionessa, roba succulenta – arriva Jade Cargill e tutto si dissolve nel nulla.
La cosa peggiore? Il modo in cui perde il titolo contro Chelsea Green: roll-up, 1-2-3, arrivederci e grazie. Una sconfitta che sa di presa in giro, roba che neanche ai tempi peggiori si sarebbe vista. Una che in Giappone riempiva le arene viene liquidata così.
“Ma Giulia è noiosa!”
Ah, l’obiezione classica. La si legge ovunque nei forum, nei commenti, nei thread di Reddit pieni di gente che conosce solo la WWE. “Giulia non ha carisma”, “non ha l’IT factor”, “le sue mosse sono basic”.
A chiunque dica queste cose, un consiglio: cercate i suoi match in Stardom. Contro Tam Nakano, Mayu Iwatani, Syuri, Starlight Kid. Cercate i suoi incontri con la compianta Hana Kimura. Scoprirete una wrestler completamente diversa: esplosiva, carismatica, capace di raccontare storie sul ring con una naturalezza disarmante.
La WWE ha preso tutto questo e l’ha annacquato. Ha rallentato il suo stile per adattarlo al “ritmo WWE”, ha limitato il suo moveset, l’ha messa in situazioni dove non poteva brillare. È come comprare Koopmeiners 70 milioni e poi metterlo a giocare difensore centrale così non fa danni.
Però un fondo di verità c’è. Giulia sembra a disagio. Nervosa. Come una ragazzina che ha paura di sbagliare e spera che gli adulti approvino quello che fa. Confrontatela con Stephanie Vaquer, che è entrata dal primo giorno con l’atteggiamento di “questa sono io, prendere o lasciare”. La differenza è palpabile.
Ma di chi è la colpa se una performer che in Giappone trasudava sicurezza ora sembra intimidita? Non certo sua. Quando non ti danno tempo televisivo, non ti costruiscono storie, ti fanno perdere in modi imbarazzanti e ti relegano a faide con jobber, è difficile mantenere l’aura di invincibilità.
Confronti che bruciano
Volete capire davvero cosa è andato storto? Guardate Roxanne Perez. Stessa generazione, stesso momento storico, destini completamente diversi. La Perez ha avuto anni per costruirsi ad NXT. Ha affinato il personaggio, ha conquistato il pubblico, ha stabilito record (come quello alla Royal Rumble). Quando è salita nel main roster, si è unita al Judgment Day, ha avuto un regno di coppia grazie all’infortunio di Liv Morgan, ha accumulato vittorie sempre più importanti. Oggi è posizionata perfettamente per diventare campionessa mondiale, che sia l’anno prossimo o quello dopo. Non importa quando, perché le fondamenta sono solide. Su di lei c’erano certamente aspettative meno alte e si sono fatte le cose con calma.
O guardate Stephanie Vaquer, arrivata praticamente nello stesso periodo. Stephanie Vaquer è over, Giulia no. La Primera è una wrestler superiore a Giulia? Non necessariamente, ma ha avuto tutta una serie di cose che Giulia non ha avuto. Partiamo dall’elefante nella stanza, anzi dalla Devil’s Kiss nella stanza. Quando Stephanie ha iniziato a usare questa signature, è successo qualcosa di magico. O meglio, di virale. Booker T al commento che impazzisce ogni volta, i social che esplodono, i meme che si moltiplicano. E ammettiamolo senza ipocrisia: il ring gear particolarmente aderente della Primera non ha esattamente ostacolato il processo. È il classico “piede nella porta” del marketing: trovi un gancio che cattura l’attenzione e una volta che il pubblico ti nota, hai l’opportunità di dimostrare tutto il resto. E Stephanie il resto ce l’ha eccome: carisma naturale, sicurezza da vendere, quel modo di camminare come se l’arena fosse casa sua e tutti gli altri fossero ospiti.
Con Giulia invece cosa sono riusciti a trovare? Niente. Zero. Il vuoto pneumatico. Colpa sua, colpa della WWE, ma ad oggi l’unica cosa che sono riusciti a pensare è regalarle dei titoli poco sudati e una manager che forse avrebbe bisogno di una manager a sua volta. Si è fatto tutto di corsa. Come se la WWE avesse comprato un mobile dell’Ikea e invece di seguire le istruzioni avesse deciso di montarlo a occhio, saltando metà dei passaggi. Il risultato? Una struttura traballante che non sta in piedi.
Da narratrice epica a comparsa silenziosa
E qui sta il vero crimine. In Giappone, Giulia costruiva saghe che duravano anni. Storie di tradimento e redenzione, di amicizie spezzate e vendette consumate, di cadute e rinascite. Il pubblico giapponese piangeva ai suoi match, si alzava in piedi quando entrava, viveva ogni sua battaglia come se fosse personale.
La WWE ha preso questa narratrice epica e l’ha ridotta a una che appare in segmenti backstage di trenta secondi, cammina dietro a Kiana James come una comparsa, e quando finalmente combatte lo fa davanti a pubblici che non sanno chi sia e non hanno motivo di scoprirlo.
Una che guidava Donna del Mondo con pugno di ferro, che trasformava ogni faida in un racconto avvincente, che sapeva far odiare e amare il suo personaggio con la stessa facilità – ora si aggira per i corridoi del backstage di SmackDown come un fantasma del wrestling che fu.
Il suo inglese non è abbastanza buono da fare promo? Bene, fatela parlare in Giapponese o un po’ e un po’. Guardate un video di come incantava con le sue parole in Giappone e capirete che può funzionare pure in America. Per non parlare delle sue origini italiane. Persino l’accoppiata con Kiana James, sua attuale manager, avrebbe potuto funzionare se solo si fosse investito nel costruire credibilità per entrambe. Ma se le fai perdere così con Chelsea Green, una heel che jobba a chiunque dichiaratamente, cosa vuoi costruire?
Il sospetto che rode
E qui arriviamo al punto dolente, quello che molti fan sospettano ma che nessuno dice ad alta voce: la WWE ha messo sotto contratto Giulia principalmente per toglierla dal mercato.
Non è una teoria così folle. La federazione di Stamford ha una lunga tradizione di “accaparramento preventivo” – mettere sotto contratto talenti non tanto per usarli, quanto per impedire che finiscano altrove. Guardate Santos Escobar: ha lasciato temporaneamente la WWE quest’anno, l’hanno ripreso, e ora scalda la panchina del catering. Loro sono contenti che non sia andato in AEW e gli va bene così.
SmackDown: il cimitero dei talenti
Va detto: Giulia non è l’unica vittima. SmackDown in questo momento è un buco nero creativo che risucchia talenti e li sputa fuori irriconoscibili. Il confronto con Raw è impietoso: da una parte hai Iyo Sky, Rhea Ripley, Becky Lynch, rivalità costruite con cura; dall’altra hai… Nia Jax contro Tiffany Stratton per la diciassettesima volta, con Jade Cargill che vaga in cerca di avversarie credibili pur avendo vinto il titolo da un giorno e il Women’s US Title trattato come un accessorio dimenticato nel cassetto.
Chelsea Green, che pure è simpaticissima e si è costruita un personaggio efficace, sta feudando con un’altra heel per un titolo che nessuno sembra prendere sul serio. B-Fab e Michin servono principalmente a perdere match. E Giulia? Giulia è lì, da qualche parte, a chiedersi probabilmente cosa sia andato storto.
Il futuro: speranza o rassegnazione?
È troppo tardi per Giulia? No, tecnicamente no. È giovane, il talento è intatto, la WWE ha ancora tempo per correggere il tiro. Ma serve un cambio di rotta drastico.
SmackDown passerà presto a tre ore settimanali. Non ci saranno più scuse per non darle spazio televisivo adeguato. Un trasferimento a Raw potrebbe funzionare: immaginatela contro Iyo Sky, Rhea Ripley, Asuka, Becky Lynch. Dategli qualcuno che possa raccontare una storia. Altrimenti, se il 2026 sarà come il 2025, non stupiamoci se la storia finirà con il suo licenziamento e con Giulia che torna in Giappone o sbarca in AEW, dove probabilmente avrebbe dovuto andare fin dall’inizio.
L’arrivederci che non vorremmo vedere
Perché in fondo è questa la morale della favola: puoi mettere sotto contratto tutti i talenti del mondo, ma se non sai cosa fartene, hai solo sprecato soldi e distrutto carriere. E nel caso di Giulia, hai trasformato “la bella follia” in “la bella addormentata”. In Giappone dicono che Giulia aveva “l’aura”. Quella cosa indefinibile che ti fa capire subito che stai guardando una stella. La WWE è riuscita a spegnere quell’aura in dodici mesi.
Non è tutto perduto, il talento è tutto lì, bisogna solo trovare il modo di farlo emergere. Alcuni wrestler hanno solo bisogno di tempo per essere apprezzati. Liv Morgan ci ha messo anni a diventare la stella che è oggi, anni di tentativi, di push e de-push, di occasioni colte e occasioni mancate. Forse ci vorranno anni anche per lei, una costruzione che la faccia entrare nel cuore dei fan WWE, che parta dalle piccole cose: da una mossa, una frase o una rivalità. Cominciamo dall’ABC e smettiamo di illuderci che basti farle vincere titoli per renderla una star.