Il fumo delle sigarette Seven Stars si mescolava all’umidità pesante di Tokyo, quella che ti si incolla alla pelle come un peccato non ancora commesso. Era il maggio del 2013 e, se camminavi per le strade di Bunkyo, vicino al Tokyo Dome, l’aria aveva un sapore diverso, non era solo l’odore dei ramen bar che servono brodo grasso fino all’alba; era l’odore di un cambiamento che non aveva chiesto il permesso di entrare. In Giappone, il wrestling – il Puroresu – non è mai stato solo uno spettacolo, è un’estensione dell’anima nazionale, è la via del guerriero, lo Strong Style, il sacrificio silenzioso sotto le luci al neon, ma quella sera, al Fukuoka Kokusai Center, qualcosa si era spezzato per sempre. Prince Devitt, un irlandese dai tratti gentili e dal talento celestiale, aveva deciso che la cortesia era un peso troppo grande da portare, e in quel preciso istante, mentre il tradimento si consumava sotto gli occhi increduli di un pubblico educato al silenzio rituale, era nato il Bullet Club.

Per capire la portata di questa rivoluzione bisogna immergersi nella geometria sacra della Korakuen Hall, dove il pubblico giapponese è abituato a scandire i colpi con applausi ritmici e a osservare la contesa con la solennità di chi assiste a un rito shintoista. Il Bullet Club arrivò come un sasso lanciato contro una vetrata di cristallo; non erano semplicemente i “cattivi” della narrazione classica, erano gaijin – stranieri – che avevano smesso di cercare l’approvazione del sistema. In un Paese che eleva l’armonia, il wa, sopra ogni cosa, Devitt, Karl Anderson, Tama Tonga e Bad Luck Fale scelsero la dissonanza spietata, importando l’estetica delle gang urbane e il gesto delle dita a forma di pistola che sarebbe diventato un simbolo universale. Ma il vero tocco magico, ciò che rendeva la loro presenza quasi tangibile nei vicoli di Shibuya, era la loro quotidianità: vivevano nei dojo della New Japan Pro-Wrestling, mangiavano lo stesso chanko nabe dei loro colleghi giapponesi, ma di notte, sotto i neon elettrici, sognavano di bruciare l’edificio che li ospitava.

Se Devitt fu la scintilla che accese la miccia, AJ Styles fu l’incendio boschivo che travolse ogni resistenza, portando il gruppo in un’era in cui il Giappone cercava di modernizzarsi freneticamente pur restando ancorato a gerarchie secolari. Il Bullet Club divenne il simbolo di una globalizzazione spietata e irresistibile; vederli salire sul ring non era solo assistere a un match, era osservare la collisione tra l’Occidente arrogante e l’Oriente stoico, e mentre eroi come Tanahashi rappresentavano il sole rassicurante, il Club era l’eclissi necessaria. Le magliette nere col teschio iniziarono a comparire ovunque, non solo nei palazzetti, ma tra i ragazzi che frequentavano i negozi di dischi di Akihabara o le sale giochi di Shinjuku, diventando una sorta di famiglia per chi non aveva famiglia, un’appartenenza viscerale che scavalcava le barriere linguistiche.

Poi la storia subì una metamorfosi kafkiana con l’ascesa di Kenny Omega, un uomo che sembrava uscito da un videogioco e che possedeva una sensibilità quasi dolorosa nascosta sotto muscoli d’acciaio. Sotto la sua guida, il gruppo non fu più solo una banda di bulli, ma divenne l’Elite, elevando la psicologia del ring a vette di complessità filosofica inaudite. In quegli anni si respirava quella malinconia tipica dei pomeriggi piovosi a Tokyo, quando guardi la pioggia cadere sulle rotaie della Yamanote Line e ti chiedi se i legami che hai stretto siano reali o solo proiezioni del tuo bisogno di non essere solo; il Bullet Club era diventato troppo grande per il suo stesso bene, un mostro che iniziava a divorare i suoi stessi padri in un turbine di tradimenti e riconciliazioni che tenevano il mondo col fiato sospeso.

Il tempo in Giappone non scorre mai in linea retta, si muove piuttosto a cicli, come le stagioni che portano e portano via i fiori di ciliegio con la stessa, implacabile naturalezza. Il Bullet Club ha iniziato a morire nel momento stesso in cui ha ottenuto il potere assoluto, evaporando lentamente quando i suoi membri più iconici hanno deciso di fondare i propri regni altrove, lasciando dietro di sé un guscio, una nostalgia vestita di nero che ancora oggi infesta i corridoi degli stadi. Ma se cerchiamo di definire cosa sia stato davvero, capiamo che è stato il rumore di una lattina di caffè caldo presa da un distributore automatico in una notte gelida a Osaka, la sensazione di essere giovani e invincibili in una terra straniera che, nonostante tutto, avevi imparato ad amare come una madre severa.

C’è un’immagine finale che rimane impressa, simile a un fotogramma di un film d’autore girato nelle periferie silenziose di Setagaya. Immaginate una piccola stanza in un appartamento dalle pareti sottili, dove si sente il respiro della città fuori; sul tatami giace una maglietta nera del Bullet Club, ormai sbiadita dai troppi lavaggi, accanto a un vecchio paio di scarpe da ginnastica consumate. Il proprietario di quella forse guarda i match da lontano con la stanchezza di chi ha visto troppe battaglie, ma ricorda nitidamente il brivido di quando quel teschio significava essere parte di qualcosa di pericoloso e bellissimo. È quella commozione sottile, quel dolore di un ricordo che è allo stesso tempo casa e ferita, che definisce l’eredità di quegli anni.

Il Bullet Club è finito dopo Wrestle Kingdom 20, è svanito come la nebbia mattutina sul monte Fuji, lasciando una New Japan Pro-Wrestling diversa, più aperta, forse meno pura nel suo isolazionismo ma certamente più umana. Ha insegnato che si può essere ribelli senza perdere l’onore e che il Giappone non è un posto da conquistare, ma un luogo in cui lasciarsi trasformare finché non si distingue più dove finisce l’uomo e dove inizia la maschera. Mentre il sole tramonta dietro i grattacieli di Shinjuku, tingendo il cielo di un viola che sembra un livido su un corpo stanco, ci rendiamo conto che la fratellanza del teschio riguardava quel momento esatto in cui, in mezzo a migliaia di persone, trovi qualcuno che ti guarda negli occhi e ti fa sentire che appartieni a qualcosa, nonostante i tuoi errori. Le luci della Korakuen Hall si spengono ancora una volta e resta solo un silenzio pieno di storie, di voli d’angelo e di spari immaginari lanciati verso un soffitto altissimo; non serve commuoversi perché è finita, basta sorridere sapendo che, per un decennio irripetibile, abbiamo avuto il coraggio di essere i cattivi in un mondo che fingeva disperatamente di essere buono.

Il proiettile è stato sparato, la ferita è ancora aperta, e in fondo, nel segreto del nostro cuore, non vogliamo che guarisca mai del tutto.

4 Life