Ogni giorno mi imbatto in commenti poco lusinghieri nei confronti di Jon Moxley e dei Death Riders. Su un regno che non procede, su qualità personali che si starebbero perdendo, su buchi neri, su difficoltà generiche. Ma è davvero così?

C’è chi consiglia a Jon di prendere aria. Di andare altrove. È sotto gli occhi di tutti che, da due anni, le performance sono scese di livello. È vero. È meno duro, meno efficace, meno devastante rispetto al passato. E la storyline dei Death Riders, partita bene e arenatasi nel corso dei mesi, potrebbe certamente non aiutare.

Eppure non stiamo parlando del presente. Al di là dei nostri gusti, dobbiamo fare i conti coi freddi numeri e con l’evidenza. Il feud con Cope, tolto il match di Revolution, ha avuto una struttura apprezzabile (l’ex Edge che riesce a decimare la stable per rendere più vulnerabile Mox). Stesso dicasi con Swerve, che ha deciso di scavalcare lo steccato per porsi allo stesso livello di violenza del campione. Il match di Dinasty è anche uscito bene, segno che Mox è anche in grado di lottare dei match solidi.

Ora c’è lo spauracchio Samoa Joe per Double Or Nothing. Posto che l’obiettivo è guardare a All In, un avversario di transizione, solido, per un match nuovo, può starci. Contando che il titolo del mondo in questo ppv non ha mai ospitato incontri di punta, ma buonissimi intrecci (ricordo ancora le critiche per Omega vs Cassidy vs Pac del 2021).

A cosa deve mirare una compagnia, però? Deve guardare i freddi numeri. E se andiamo a guardarli con attenzione, quelli che coinvolgono Moxley e i Death Riders, banalmente, sono quelli che tirano di più. Il pubblico americano (quello che conta per loro) li segue, si identifica nelle storie e nell’astio nei loro confronti. Siamo nella stessa scia di Roman Reigns: più si allunga la striscia del regno, più la gente rimane incollata a capire chi ne segnerà la fine. È anche un fatto psicologico.

Poi ne possiamo discutere. Sono il primo a non voler Moxley in quella posizione, ma in un universo tutto suo, nell’uppercarding o nel midcarding come Chris Jericho. Non perché sia finito o un ex wrestler, come ereticamente commentano in diversi in Italia. Ma per un motivo semplice: la AEW ha la necessità, forte, di puntare su elementi propri, su nomi che identifichino un marchio. Cosa che Mox può fare solo temporaneamente. Perché la sua storia di successo non appartiene solo ed esclusivamente a Tony Khan e soci.

Ma finché continua a macinare numeri, è giusto che che ci puntino. Anche per un lungo periodo. C’è tanto materiale da mandargli contro. E sinceramente, anche dovesse essere Will Ospreay il suo avversario, non credo che il suo regno del terrore si concluderà a All In.