Sono decenni che fra le righe di mille articoli, le pagine di centinaia di siti internet e magari fra i tavolini di un bar, si discute della poca pietà e della poca furbizia della World Wrestling Entertainment al momento dei suoi annuali, immancabili, licenziamenti. Non potendo entrare nelle stanze dei bottoni e vedendo soltanto ciò che succede al di fuori, ci si arrampica su ipotesi maldestre e si danno colpe ipotetiche. Ma in realtà il motivo è sempre e solo uno. Quando c’è un Black Friday o un Black qualsiasi giorno della settimana, dietro c’è sempre e comunque il denaro.

Basta col colpevolizzare Vince McMahon piuttosto che Triple H. Basta con tutte le teorie del complotto. Se fosse per loro, sappiatelo, tutti sarebbero sotto contratto con uno stipendio altissimo, perché significherebbe che tutti farebbero guadagnare una vagonata di soldi. Il problema però è che non può essere cosi. Il Wrestling è fatto di sfaccettature, di dettagli. Un insieme di cose che crea la stella, o che affossa un personaggio. Un uomo. Siccome il Main Stream è una bestia strana, e il Wrestling lo è a sua volta, spesso ci si ritrova a dover tagliare, fare passi indietro e ricominciare.

Tagliare. Perché alla fine dei conti di fare denaro si tratta, e quando gli introiti non sono, o rischiano di non essere, adeguati alla spesa, allora bisogna mettere un freno. Aleister Black ne è l’esempio. E’ vero fa male per i suoi fan, fa male a lui e a sua moglie, Zelina Vega, ma è stato necessario. Il buon vecchio Tommy End, infatti, chiusa la parentesi di NXT ha avuto le sue occasioni, e non le ha sfruttate. O per lo meno è stato il pubblico a non cogliere quel fattore X necessario. E attenzione, occasioni non significa diventare un Main Eventer e fallire. Significa cominciare una costruzione che ti porta al passo successivo. Quel passo non c’è mai stato. La WWE si è trovata di fronte, nel suo caso, probabilmente alla maggior forbice spesa/guadagno. Non avendo alternative ha potato il ramo. Un ramo che, bisogna dirlo, pesava anche dello stipendio di sua moglie. Per lui si riapre il campo indipendente, magari la TNA, in qualche caso il Giappone. La AEW ha detto no. Ma di questo, la WWE, non può preoccuparsene.

Fare passi indietro. Si, perché proprio come nel caso di Aleister Black, Triple H si è trovato di fronte a un altro muro: quello della Wyatt Sicks. Guardiamoci allo specchio: Wyatt era solo Bray e non era nemmeno un grande Wrestler. Bray era un grande personaggio e senza dubbio un grande Booker, almeno di se stesso. Mettere in scena qualcosa per ricordarlo è stato come quando la WCW copiava spudoratamente le Gimmick di successo della WWF. Una pantomima che a parte l’emozione iniziale e qualche momento interessante, non ha portato a nulla. Rowan, Dexter Lumis e Nikki Cross, solo lottatori al limite della sufficienza. E Joe Gacy, beh, Joe Gacy si è trovato in mezzo. Un tetto stipendi che mediamente non doveva essere troppo alto, ma che lo diventa nel momento in cui la fonte del guadagno è uniforme alla Stable. Se spendo 10 e guadagno 12 ci può stare. Se spendo 10 per 4, 40, e guadagno lo stesso 12, non ci sta proprio. Per loro sarebbe ideale la TNA, per la WWE era ideale licenziarli. Speriamo che un giorno, il buon Gacy, possa diventare cosi famoso da farci dimenticare il perché quel cognome sia cosi noto.

Ricominciare. E certo, ricominciare. Perché mentre i lottatori esplodono nel Main Roster e nelle compagnie di sviluppo, dietro, a qualsiasi livello, c’è sempre qualcuno che spinge. Giulia, per esempio. Giulia spinge forte e con Asuka e Iyo Sky attive, divine e amatissime nel Roster, si può fare a meno di Kairi Sane. Un’altra giapponese. Più o meno uguale. Formidabile si, ma facilmente confondibile con le altre. Per ricominciare da sotto bisogna fare spazio. Per Kairi un mare di compagnie pronte a metterla sotto contratto. Un mare di opportunità. Poco importa se abbia chiesto o no il licenziamento.

E proprio per ricominciare e non rinnovare stipendi aumentandoli, si lasciano cadere anche certe foglie. I Motor City Machine Guns su tutti. Vengono giù perché arrivati a una certa età e perché al momento non c’è bisogno di loro. Alla fine, forse, quel loro fattore X lo hanno già sfogato tutto altrove, in un’altra epoca. Nessun problema nemmeno per loro. Faranno a gara per averli dentro. Dovranno invece costruirsi un futuro tutti quei lottatori che hanno perso la stella polare. Alla fine se non si è pronti nemmeno dopo uno, magari due anni di “addestramento”, è meglio lasciare che sia la “strada” a formarti. L’età è dalla loro e un giorno, chissà, torneranno a prendere il loro posto.

Dovrebbero pensarci, i Wrestler. Dovrebbero cominciare a capire che questo mondo è cosi. Alla fine si capisce che uno stipendio alto e una compagnia importante, la più importante, sono cose affascinanti. Ma le cose affascinanti contengono delle responsabilità. E’ troppo facile dare la colpa alla WWE. A Triple H. A Nick Khan. Il Wrestling è dinamico anche nel suo modo di cambiare volto e volti. Che non si firmi come una grande Superstar se una grande Superstar non si è sicuri di esserlo. Perché è vero che in tanti peggiori di Kairi Sane, Aleister Black o Joe Gacy, sono rimasti, ma è anche vero che non comportano le spese che comportavano loro. Una spesa trattata, accettata e alla fine dei conti, mai ripagata.