C’è un momento, nell’inverno giapponese, in cui le strade di Tokyo si svuotano con una rapidità che può sembrare soprannaturale. È tardi, forse mezzanotte passata, e i salaryman escono dai bar di Shinjuku con il bavero alzato, il respiro che fuma nell’aria gelida, gli occhi ancora opachi di sake e fatica. Il paese stava attraversando, in quegli anni, uno dei periodi più lunghi di deflazione della sua storia recente: il decennio perduto aveva già mangiato otto anni e ne aveva ancora fame. Le aziende fallivano con una quiete silenziosa. Il prezzo delle case, già crollato a metà degli anni Novanta, continuava a scendere come qualcosa che non trovava fondo. Eppure la vita quotidiana — il bento alle sette di mattina dal konbini sotto casa, la fila ordinata davanti alla metropolitana, il saluto formale all’ingresso dell’ufficio — continuava con quella ostinata cortesia tipicamente giapponese verso la forma, verso il rituale, verso ciò che tiene insieme le cose anche quando le cose si stanno sgretolando.

È in questo Giappone — il Giappone del 2000, l’anno che sulla carta avrebbe dovuto essere l’anno del futuro e invece sapeva di cenere fredda — che la New Japan Pro-Wrestling cominciò a perdere se stessa. Non in un giorno solo, non con un annuncio eclatante trasmesso in prima serata. Lo fece nel modo più doloroso possibile: perdendo le persone.

Il peso di un cognome

Shinya Hashimoto era una forza naturale. Bassa statura per gli standard del ring internazionale, corporatura che sembrava modellata direttamente dalla roccia vulcanica del Tōhoku, una presenza che riempiva l’arena ancor prima che le sue scarpe toccassero il tappeto. Figlio spirituale di Antonio Inoki — il fondatore della NJPW, l’uomo che aveva combattuto Muhammad Ali nel 1976 in un match reale e insieme surreale, trasmesso in diretta mondiale — Hashimoto era stato per tutta la seconda metà degli anni Novanta il volto più autentico del puroresu duro, quello che non fa sconti, quello che lascia il segno letteralmente nel corpo dell’avversario.

Il suo calcio al petto era diventato leggendario: un impatto sordo, come un sacco di sabbia che colpisce un muro, che si sentiva fino alla quinta fila. Chi aveva visto i suoi match contro Tatsumi Fujinami, contro Nobuhiko Takada, contro Don Frye — nella New Japan di quegli anni mescolata al nascente MMA, quando i confini tra finzione e combattimento reale erano deliberatamente sfumati — capiva che stava assistendo a qualcosa che aveva a che fare con il corpo umano portato ai suoi limiti estremi. Non teatro. Non sport. Qualcosa di terzo, senza nome.

Eppure il rapporto tra Hashimoto e la dirigenza della NJPW si era incrinato progressivamente. Le tensioni con Antonio Inoki, che nel 1998 era entrato in politica come membro della Camera dei Consiglieri mantenendo però il controllo “editoriale” sulla compagnia, erano diventate pubbliche e poi irrisolvibili. Inoki aveva una visione: portare il wrestling giapponese verso l’ibridazione con le arti marziali miste, verso il K-1, verso uno spettacolo globale. Hashimoto voleva il puroresu. Il puroresu vero, quello che aveva imparato nei primi anni Ottanta sul pavimento duro del dojo, quello che sapeva di sudore e di sacrificio e di rispetto guadagnato colpo dopo colpo.

Nel 2000 Hashimoto fondò la ZERO-ONE. Non era una defezione calcolata, non era mossa di mercato nel senso freddo del termine. Era qualcosa di più simile a quello che in giapponese si chiama haji — vergogna, disonore — solo che qui era il contrario: era il tentativo di preservare l’onore andando via, piuttosto che restare e tradire se stessi. Portò con sé alcuni giovani, aprì un dojo a Kōtō-ku, nel distretto industriale est di Tokyo, e ricominciò da zero. Letteralmente: da zero, da uno.

L’uomo che cambia forma

Keiji Mutoh è una questione diversa, e per certi versi più complicata. Se Hashimoto era granito, Mutoh era mercurio. Wrestler tecnico di una raffinatezza che raramente si vedeva in Giappone — erede di una scuola che univa la fluidità atletica americana con la precisione millimetrica del puroresu — Mutoh aveva vissuto una doppia vita per quasi tutto il decennio precedente. In Giappone era Keiji Mutoh. In America, nella World Championship Wrestling, era stato The Great Muta: un personaggio demoniaco, mascherato, che sputava nebbia verde e rappresentava uno dei concept più originali che il wrestling americano avesse mai visto. Due anime nello stesso corpo, come certi personaggi dei romanzi di Murakami che esistono simultaneamente in piani paralleli.

Nel 2001, Mutoh lasciò la NJPW e passò alla All Japan Pro-Wrestling. Con lui andò Satoshi Kojima, lottatore dal fisico poderoso e dal carisma televisivo cresciuto enormemente negli anni precedenti. La All Japan era la storica rivale della NJPW — fondata da Giant Baba nel 1972, custode di una tradizione ancora più rigidamente purista, casa di lottatori come Jumbo Tsuruta e Kenta Kobashi, terreno di quelli che molti ancora considerano i migliori match della storia del wrestling mondiale. Che Mutoh scegliesse proprio quella destinazione aveva il sapore di un tradimento genealogico, come se un samurai avesse deciso di servire il clan nemico. Ma aveva anche la sua logica interna: Mutoh cercava ancora wrestling, wrestling puro, wrestling che non stesse diventando altro.

La televisione, la crisi, e un paese che stava cambiando

Per capire le partenze bisogna capire il contesto materiale, non solo quello emotivo. Il wrestling professionale giapponese aveva goduto di una finestra d’oro tra il 1985 e il 1995: ascolti televisivi regolari sopra il dieci per cento, concerti al Nippon Budokan esauriti settimane prima, riviste specializzate come Weekly Gong e Tokyo Sports che si vendevano in ogni edicola dei konbini. I lottatori erano star nazionali. Nella cultura popolare giapponese di quegli anni convivevano perfettamente Akira Toriyama con Dragon Ball, i walkman Sony di terza generazione, i video karaoke nei box privati di Shibuya, e il wrestling del venerdì sera.

Poi era arrivato il K-1, il kickboxing spettacolarizzato. Poi Pride Fighting Championships, fondato nel 1997, che trasmetteva combattimenti MMA nel Saitama Super Arena davanti a settantamila persone. Il pubblico giapponese — sempre affascinato dalla questione della lotta vera, della gerarchia reale tra le arti marziali, della domanda che il judo e il karate e il sumo si ponevano da sempre: chi vincerebbe davvero? — aveva trovato nuove risposte e nuovi eroi. Fedor Emelianenko, Mirko Cro Cop, Kazushi Sakuraba: nomi che nei bar di Osaka venivano pronunciati con lo stesso tono reverenziale con cui un’altra generazione aveva pronunciato quelli di Inoki e Baba.

La NJPW non era rimasta ferma: aveva provato a rispondere ibridando il proprio prodotto, mescolando match di wrestling con match di shootfighting, portando lottatori MMA reali sul proprio ring. Era una scommessa rischiosa e per molti versi confusa. I puristi si alienavano. I nuovi fan preferivano il Pride, dove non c’era finzione dichiarata. E i lottatori — quelli che avevano dedicato la vita al puroresu come arte, come disciplina, come vocazione — si trovavano a combattere su un ring sempre più incerto, dove non sapevano più bene cosa si chiedesse loro di essere.

Cosa significa un dojo

In Giappone, il dojo non è semplicemente una palestra. È una struttura morale. I ragazzi che entravano nel dojo della NJPW a Nerima nella prima metà degli anni Novanta lo facevano spesso appena usciti dalle scuole superiori, a diciotto anni, con il permesso scritto dei genitori e una valigia piccola. Dormivano in camerate, cucinavano il riso collettivamente, pulivano i pavimenti prima di ogni sessione di allenamento. I senpai, i più anziani, avevano autorità assoluta sui kōhai, i nuovi arrivati. Non era brutale nel senso sadico del termine — o almeno non avrebbe dovuto esserlo — ma era duro nel senso che il Giappone intende la durezza: formativa, necessaria, orientata a produrre non soltanto un atleta ma un uomo con una forma interiore precisa.

Quando Hashimoto se ne andò, e poi Mutoh, e poi Kojima, quello che si incrinò non fu soltanto la roster della compagnia. Si incrinò un sistema di relazioni, una rete di significati. I giovani del dojo — quelli che avevano guardato Hashimoto come si guarda un padre severo e infallibile, quelli che avevano imparato la moonsault imitando ossessivamente Mutoh — si trovarono a fare i conti con qualcosa che nessun allenamento aveva previsto: la partenza del maestro.

C’è un concetto in giapponese, ma, che indica lo spazio tra le cose, la pausa, il vuoto carico di significato. Un silenzio che non è assenza ma presenza di qualcosa di non ancora detto. Il dojo della NJPW, in quegli anni, era pieno di “ma”: gli spogliatoi con i ganci ancora etichettati con i nomi di chi non c’era più, i pesi che nessuno usava con la stessa frequenza, le scarpe da wrestling dimenticate in un angolo.

C’è una fotografia, scattata probabilmente nel tardo autunno del 2001 in uno dei palasport di provincia — forse Sendai, forse Nagoya, non importa — che mostra un ring della NJPW visto dall’alto. Le sedie attorno sono per metà vuote. Le luci del palasport sono quelle fluorescenti di un impianto vecchio, senza effetti speciali, senza pirotecnica. Sul ring ci sono due ragazzi giovani, poco più che ventenni, che si allenano da soli dopo lo show. Nessuno li guarda. Il personale sta smontando le transenne. Un addetto alle pulizie spinge uno scopone lungo la corsia centrale.

Quei due ragazzi non hanno nome, nella fotografia. Forse erano giovani di belle speranze che avrebbero avuto carriere eccellenti, o forse no. Non è questo che conta. Quello che conta è che erano lì. Che in un palasport a metà vuoto, in un paese a metà svuotato, con i loro maestri già altrove a costruire altre case, loro continuavano. Alzavano le braccia, testavano prese, cadevano e si rialzavano sul tappeto consumato di un ring che aveva visto cose più grandi di loro e probabilmente avrebbe visto cose più grandi ancora.

Il Giappone del 2001 era un paese che stava imparando una lezione difficile: che le strutture che sembravano eterne — le aziende, i lavori, le certezze del dopoguerra — potevano rompersi. Che il gambatte, il “forza, resisti, vai avanti”, non era una garanzia ma una scelta che andava rinnovata ogni mattina, a volte contro ogni evidenza. I salaryman lo imparavano nelle sale riunioni dove i colleghi erano stati licenziati. Le famiglie lo imparavano nelle cucine piccole degli appartamenti di periferia, dove si ridimensionavano i sogni senza drammi, con quella silenziosa dignità che è forse la cosa più straziante del carattere giapponese.

E quei due ragazzi senza nome lo imparavano su un ring di wrestling, in un palasport mezzo vuoto, senza maestri.

Hashimoto avrebbe continuato a lottare nella ZERO-ONE con la stessa intensità bruciante di sempre, costruendo qualcosa di piccolo ma profondamente suo, fino a quando il suo cuore — troppo grande per il corpo che lo conteneva, come certi cuori — avrebbe smesso di battere nell’estate del 2005, a soli quarant’anni. Mutoh avrebbe riportato la All Japan in vita, diventando il suo presidente e il suo campione insieme, portando sulle spalle invecchiate ma ancora forti tutto il peso di una tradizione che meritava di non morire. Kojima avrebbe trovato, molto più tardi, la strada del ritorno: proprio lì, alla New Japan, dove forse aveva sempre saputo di appartenere.

Le partenze non erano tradimenti. Erano qualcosa di più antico e di più umano: erano il momento in cui un figlio smette di vivere nella casa del padre non perché la odia, ma perché è diventato abbastanza grande da averne bisogno di una propria. La New Japan avrebbe sofferto ancora, sarebbe quasi morta qualche anno dopo, e poi sarebbe rinata con una potenza che nessuno aveva previsto. Ma questo è già un’altra storia, un’altra era, quasi un altro paese. Quello che rimane di quegli anni — dell’anno in cui il dojo rimase vuoto — è qualcosa che ha a che fare con la perdita nel suo senso più puro, con il fatto che le cose belle finiscono sempre, e che finiscono proprio perché erano belle, perché avevano un peso specifico nel mondo, perché lasciavano un’impronta che il tempo non può disfare del tutto. Anche quando le sedie sono vuote. Anche quando le luci fluorescenti ronzano nel silenzio. Anche quando restano solo due ragazzi senza nome su un ring che sa di gomma e di sudore e di tutto quello che è stato, e che non c’è più, e che per questo — solo per questo — vale la pena di ricordare.