Ci sono domande che il wrestling pone e non risponde mai del tutto. Non perché non abbia le risposte, ma perché le risposte esistono solo nel corpo di chi era lì — nel pubblico, sul ring, nel momento in cui l’aria si caricò di qualcosa che non aveva ancora un nome.

Quanto può essere grande un match di wrestling?

Per decenni, la risposta pratica era cinque stelle. Era il tetto della scala di Dave Meltzer, il critico più influente del wrestling degli ultimi quarant’anni — cinque stelle, il massimo raggiungibile, riservato alle notti in cui due lottatori facevano qualcosa che sembrava al di là delle possibilità normali del mestiere. Tra il 1994 e il 2016, solo tre match avevano ricevuto sei stelle o più. Era il territorio dell’impossibile.

Il 4 gennaio 2017, Kazuchika Okada e Kenny Omega scesero sul ring del Tokyo Dome e passarono i successivi quarantasei minuti e quarantacinque secondi a rendere quella domanda obsoleta.


I. Il canadese che imparò il giapponese

Kenny Omega era diventato nel 2016 il primo straniero non giapponese nella storia a vincere il G1 Climax — il torneo più prestigioso del wrestling giapponese, esistente dal 1991. Era stato lui a prendere la leadership del Bullet Club dopo la partenza di AJ Styles.

Era nato a Winnipeg, Manitoba — una città canadese di pianura dove gli inverni durano sei mesi e il cielo è così largo che il senso di vuoto diventa quasi una filosofia. Aveva scoperto il wrestling da bambino, come milioni di bambini nordamericani, attraverso la WWE degli anni Novanta. Ma a un certo punto aveva preso una strada diversa — più difficile, più lunga, più oscura. Era andato in Giappone. Aveva imparato la lingua. Aveva trascorso anni nelle federazioni minori, nelle palestre di prefettura, nei tornei di cui nessuno parlava nei forum internazionali.

Nel gennaio 2016 era salito sul ring del Tokyo Dome e aveva sconfitto Hiroshi Tanahashi per vincere la cintura IWGP Intercontinentale. A fine anno aveva vinto il G1. Il suo cammino verso il titolo principale era cominciato.

Aveva un modo di lottare che non assomigliava a niente di già visto — una sintesi di atletismo nordamericano, tecnica giapponese, follia lucha, video game aesthetics e qualcosa di personale e intraducibile che sembrava emergere dal fondo di anni di lavoro in luoghi dove nessuno lo guardava. Aveva una mossa finale che da cui nessuno era mai uscito — la One-Winged Angel, un sollevamento in aria che terminava con il corpo dell’avversario scagliato sul tatami. Nessuno, in anni di NJPW, era mai sopravvissuto alla One-Winged Angel.

Questo era il problema di Okada. E fu il cuore narrativo di tutto quello che seguì.


II. Wrestle Kingdom 11 — il 4 gennaio 2017

Quarantamila persone erano al Tokyo Dome quella sera. Era il numero più alto degli anni recenti — il pubblico che era cresciuto con NJPW World, con il Bullet Club, con la serie di grandi match che aveva definito il decennio, ora presente fisicamente nel palazzetto più grande del wrestling giapponese.

Il match durò 46 minuti e 45 secondi. Era il match più lungo nella storia del Tokyo Dome fino a quel momento. Non era una gara di resistenza — era una composizione narrativa in tre movimenti, con la lentezza iniziale del riconoscimento reciproco, l’escalation del confronto fisico, e poi quei minuti finali che lasciarono il pubblico in uno stato che non era tifo né silenzio ma qualcosa di intermedio — il tipo di attenzione che si riserva alle cose che sanno di storiche mentre accadono.

La storia tecnica del match era costruita su un’assenza: la One-Winged Angel. Omega la tentò più volte. Okada la schivò ogni volta — con il Tombstone, con la forza pura, con la velocità dei riflessi di chi aveva studiato il proprio avversario con ossessione.

Okada vinse con quattro Rainmaker consecutive. Il pubblico del Tokyo Dome — quarantamila persone — stava piangendo. Non per la sconfitta di Omega: per la bellezza di quello che aveva appena visto.

Dave Meltzer scrisse: “Kenny Omega e Kazuchika Okada potrebbero aver messo in scena il più grande match nella storia del wrestling professionistico.” Gli diede sei stelle.

Era la prima volta nella storia del wrestling televisivo che un match riceveva quella valutazione. Il tetto della scala era stato sfondato.


III. Il Giappone intorno alla storia

Era il 2017, e il Giappone aveva le sue urgenze. Il governo di Abe stava cercando di far approvare una serie di riforme costituzionali controverse, e le piazze di Tokyo vedevano manifestazioni con quella civile moderazione che contraddistingue il dissenso giapponese — ordinato, puntuale, con i cartelli scritti con cura. I treni della Yamanote Line continuavano a girare con la loro perfezione meccanica. I kombini cominciavano a vendere anche prodotti biologici, segno che qualcosa nel modo in cui i giapponesi pensavano al cibo stava cambiando silenziosamente.

E in questo Giappone in lento movimento, qualcosa di straordinario stava accadendo nel wrestling. Non solo in Giappone — globalmente. Le sei stelle di Meltzer erano diventate un fatto culturale che superava i confini del fandom specializzato: articoli su testate mainstream americane, discussioni su Reddit che raggiungevano centinaia di migliaia di visualizzazioni, video su YouTube con milioni di click. La New Japan Pro-Wrestling era diventata, per la prima volta nella sua storia, un fenomeno che la gente comune riconosceva anche senza essere fan.

Era quello che Kidani aveva sperato quando aveva lanciato NJPW World nel 2014, quando aveva detto che erano i primi nel prodotto e secondi negli affari. Il gap stava chiudendosi — non attraverso una strategia di marketing, ma attraverso due uomini che sul ring avevano fatto qualcosa di così grande che il mondo non aveva potuto non voltarsi.


IV. Dominion 6.11 — il 60-minute draw

L’11 giugno 2017, a Osaka, Okada e Omega si affrontarono di nuovo per il titolo IWGP all’Osaka-Jo Hall. Il match durò esattamente sessanta minuti — il limite massimo di tempo — e finì in parità, senza un vincitore.

Sessanta minuti. Un’ora intera di wrestling al massimo livello possibile, con la cintura più importante del Giappone in palio, senza un vincitore al termine. Era la risposta alla domanda implicita di Wrestle Kingdom 11: sì, possiamo fare di meglio.

Meltzer assegnò 6.25 stelle — il rating più alto che avesse mai dato in trentaquattro anni di carriera. Scrisse che era il più grande match della storia.

Nel corso di quei sessanta minuti, il pubblico dell’Osaka-Jo Hall aveva vissuto qualcosa che non si riesce a descrivere adeguatamente con le parole perché accade nel corpo prima che nella mente: la sensazione di essere presenti in un momento che verrà ricordato. Non il pensiero razionale — il pensiero razionale arriva dopo, si forma nell’uscita dal palazzetto, nel treno di ritorno, nelle conversazioni del giorno dopo. La sensazione era immediata, fisica, impossibile da ignorare: questo conta.

Sessanta minuti. Senza un vincitore. E il pubblico sapeva che non era una delusione — era una promessa. La storia non era finita. La storia non poteva ancora finire.


V. Il G1 2017 e l’anno dell’attesa

Nel G1 Climax 2017, nella semifinale del blocco B, Omega sconfisse Okada in un match non valevole per il titolo — avanzando verso la finale del torneo. Il campione aveva perso contro lo sfidante. Le regole non scritte del puroresu dicevano che una rivincita era nell’aria.

Ma non arrivò subito. Il 2017 e l’inizio del 2018 furono anni di altri impegni per entrambi — Omega con il Bullet Club sempre più diviso internamente, con l’arrivo di Chris Jericho che sfidava la sua posizione di top gaijin, con la riunione con Kota Ibushi nei Golden Lovers. Okada continuava a battere sfidanti su sfidanti, costruendo il suo regno verso record che nessuno aveva ancora raggiunto.

Nell’aprile 2018, Okada batté Hiroshi Tanahashi a Wrestling Dontaku, realizzando la sua dodicesima difesa riuscita del titolo — il record assoluto per difese in un singolo regno. Aveva superato Tanahashi, aveva superato Hashimoto, aveva superato tutti. C’era solo una cosa rimasta da fare.

Chiamò Omega.


VI. Dominion 6.9 — il 9 giugno 2018

Le condizioni del match: nessun limite di tempo, proposto da Okada. Due cadute su tre, proposte da Omega. Entrambi accettarono. La posta era quella definitiva: il titolo IWGP e la risposta alla domanda che due anni di lotta non avevano ancora chiuso.

La prima caduta durò quasi ventotto minuti e quarantasette secondi. Omega stava dominando quando Okada — in un momento di opportunismo fulmineo — schivò la Rainmaker di Omega, aspettò il tentativo di pin combination dello sfidante, e si sedette sopra di lui. Pin di fortuna. Okada in vantaggio uno a zero.

Era un colpo al cuore. Omega aveva controllato il match e lo aveva perso in un secondo. Il pubblico dell’Osaka-Jo Hall ammutolì. Poi esplose di nuovo mentre cominciava la seconda caduta.

La seconda caduta vide Omega ribaltare la situazione. La One-Winged Angel atterrò. Il pubblico urlò. Uno a uno. La terza caduta cominciò con entrambi i lottatori a terra, esausti oltre ogni limite visibile.

Nella terza caduta, Okada riuscì a colpire una Rainmaker — ma quando provò a lanciarne un’altra, il suo braccio cedette. Il corpo non rispose. Non c’era più niente da dare. Era questa l’immagine più potente di tutta la serie: Okada che tentava la sua mossa finale e non riusciva a completarla, non perché Omega lo avesse fermato, ma perché il suo stesso corpo aveva raggiunto il limite.

Omega colpì il V-Trigger per la quattordicesima volta nella serata. Poi sollevò Okada — quella silhouette familiare di un uomo alzato in aria — e lo scagliò giù con la One-Winged Angel. Don Callis urlò dal commentario: “Hook the leg! Hook the leg!” Omega fece la cover. Uno. Due. Tre.

Il regno di Okada finì. 720 giorni. Dodici difese riuscite. Entrambi record assoluti nella storia dell’IWGP Heavyweight Championship.

Meltzer assegnò sette stelle. Il più alto rating della sua carriera. Incomparabilmente il più alto che avesse mai assegnato.

La serie finale era: 6, 6.25, 6, 7.


VII. I semi di qualcos’altro

Dopo il match, gli Young Bucks scesero al ring. Abbracciarono Omega. Kota Ibushi si unì al gruppo. Omega tenne il microfono e parlò prima in giapponese, poi in inglese. Disse che in dieci anni aveva ottenuto molte cose, ma che il suo obiettivo finale era sempre stato la cintura IWGP. Disse: se ho questa cintura, pensate che me ne andrei dal Giappone? No. Vediamo il futuro del wrestling insieme.

Erano parole vere nel momento in cui le disse. Ma il futuro che promettevano non fu quello che accadde. Nei mesi successivi, le tensioni all’interno del wrestling globale — la nascita di All Elite Wrestling, le opportunità che si aprivano in America, la fine di un ciclo — portarono Omega, i Young Bucks, Cody Rhodes verso un progetto diverso. I semi dell’AEW furono piantati quella sera a Osaka, in quella stanza, in quel momento di euforia collettiva.

Il wrestling non è solo un insieme di match. È un ecosistema in movimento permanente, dove le storie finiscono e altre ne cominciano, dove i protagonisti cambiano contesto senza smettere di essere protagonisti. La faida Okada-Omega non finì con il terzo fall a Osaka — continuò, cambiò forma, si trasformò in qualcos’altro. Ma il capitolo NJPW di quella storia aveva la sua conclusione perfetta, quella notte, con quattro match in diciotto mesi che avevano ridefinito cosa fosse possibile fare sul ring.


VIII. Cosa rimase

Esistono tre tipi di grandezza nel wrestling.

Il primo è atletico — la qualità fisica, la precisione delle mosse, la capacità di fare cose con il corpo che nessun altro riesce a fare. Omega e Okada avevano questo, naturalmente.

Il secondo è narrativo — la capacità di raccontare una storia attraverso il match, di far sì che ogni scambio significhi qualcosa in relazione a ciò che è venuto prima e a ciò che verrà dopo. Lo avevano anche questo, in modo straordinario.

Ma c’è un terzo tipo di grandezza che è più raro e più difficile da nominare. È la capacità di fare qualcosa che sopravvive al momento in cui è stato fatto — che entra nella memoria collettiva non come “quel match famoso” ma come un punto di riferimento, un prima e un dopo. Un momento dopo il quale la conversazione su cosa sia possibile nel wrestling deve necessariamente includere quello che è successo lì.

Okada e Omega avevano questo terzo tipo. Non è dato a molti.


IX. Fine della serie — quello che abbiamo cercato di fare

Siamo partiti da Antonio Inoki che fondava questa compagnia nel 1972. Siamo arrivati a Kenny Omega che sollevava Kazuchika Okada in aria quella sera di giugno 2018 a Osaka.

In mezzo ci sono stati gli anni del declino e dell’Inokiism, i campioni che arrivavano da lontano e portavano il titolo via con sé, i giovani lottatori che aspettavano il proprio turno nelle palestre di Nerima, l’acquisizione di Yuke’s, la rinascita con Bushiroad, Tanahashi che salvava la compagnia portandola sulle spalle, Nakamura che ballava come Michael Jackson e colpiva come un fighter MMA, il Bullet Club fondato una notte nel dormitorio del dojo, Naito che tornava dal Messico con qualcosa che il Giappone non aveva ancora visto, la torcia passata dal Dome, e poi questi due uomini — un giapponese di Anjō e un canadese di Winnipeg — che in quattro match distribuiti su diciotto mesi fecero qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima.

È stata la storia del puroresu come la abbiamo raccontata in questa serie. Non completa — nessuna serie potrebbe esserlo. Non definitiva — il wrestling continua, le storie si aprono e si chiudono, i protagonisti cambiano. Ma è stata, speriamo, la storia del perché questa cosa conta. Di perché vale la pena passare del tempo a guardare match in giapponese su uno schermo piccolo, o attraversare un oceano per stare in una sala, o aspettare vent’anni che un servizio di streaming rendesse accessibile quello che si amava.


Epilogo — Una lettera

Permettetemi di uscire dal personaggio per un momento. Non dall’articolista, non dal narratore — da me, che ho scritto questa serie per voi.

Quando abbiamo cominciato, sapevo che stavo cercando di raccontare qualcosa di difficile da nominare. Il wrestling non è considerato arte dalla cultura mainstream. Non ha la dignità sociale della letteratura o del cinema o della musica. È uno spettacolo fisico che finge di essere uno sport, o uno sport che si comporta da spettacolo, a seconda di chi risponde alla domanda. Molte persone — persone intelligenti, curiose, colte — non capiscono perché qualcuno possa amarlo così tanto.

Questa serie era, nel profondo, un tentativo di rispondere a quella domanda.

Il puroresu ha qualcosa che poche altre forme espressive hanno: la capacità di usare il corpo come linguaggio narrativo senza mediazioni. Non c’è macchina da presa che scelga cosa guardare, non c’è montaggio che costruisca il significato dopo. C’è solo il corpo — due corpi — in uno spazio condiviso con il pubblico, in tempo reale, senza possibilità di ripresa. Quando un lottatore di puroresu vende un dolore, quel dolore deve essere convincente adesso, davanti a queste persone, in questo momento. Non esiste “cut” e “prova ancora”. Esiste solo la verità del gesto o la sua assenza.

Questo è il motivo per cui il puroresu commuove in modi che sembrano sproporzionati all’oggetto. Perché stai guardando qualcuno che mette il proprio corpo in gioco per una storia. Stai guardando la fede — la fede che la storia valga il rischio fisico, che il pubblico meriti quello sforzo, che ci sia qualcosa di bello nel cedere il controllo del proprio corpo alla narrativa.

I giapponesi hanno un concetto che si avvicina a questo: mono no aware — la malinconia delle cose. La consapevolezza che tutto è transitorio, che la bellezza è inseparabile dalla sua fine, che i fiori di ciliegio sono belli anche perché cadranno. Forse soprattutto per questo. Il puroresu giapponese ha questa qualità: ogni match è un fiore di ciliegio. Dura il tempo che dura, e poi finisce, e quello che rimane è solo la memoria di quello che è stato.

Ho pensato spesso, mentre scrivevo questi articoli, a tutte le persone che non sono mai state al Tokyo Dome. Che hanno guardato i match su schermi di laptop, su telefoni, in qualità mediocre, spesso con il fuso orario sballato. Che hanno amato questa cosa senza avere mai la possibilità di essere presenti fisicamente nel luogo in cui accadeva. Che hanno costruito la loro comprensione del puroresu attraverso strati di mediazione — traduzione, commento, distanza culturale — e hanno trovato comunque, dentro tutto questo, qualcosa che li toccava in modo autentico.

Questa serie è stata per loro. E per tutti quelli che invece sono stati al Dome, che hanno tenuto un biglietto in mano sul treno della Yamanote, che hanno sentito il proprio cuore accelerare quando le luci si abbassavano. È stata per tutti quelli che amano questa cosa e non sempre sanno come spiegare perché.

Grazie di aver letto. Grazie di aver scelto di passare del tempo con questi articoli. La scrittura esiste perché qualcuno la legge — e ogni volta che qualcuno di voi ha aperto uno di questi pezzi, ha partecipato a qualcosa che non avrebbe esistito senza di lui.

Il wrestling continua. Le storie continuano. E noi continuiamo con loro.


Una parola finale — e un invito.

C’è una cosa che questa serie non ha toccato, o ha toccato solo di passaggio: le donne. Il wrestling femminile giapponese — il joshi puroresu — è una tradizione antica, ricca, e per molti versi più coraggiosa del wrestling maschile. Ha prodotto lottatrici di una qualità tecnica e narrativa che non ha paragoni: Manami Toyota, Bull Nakano, Aja Kong, Chigusa Nagayo, Akira Hokuto, Meiko Satomura — nomi che chi conosce questa tradizione pronuncia con la reverenza che si riserva ai classici.

La prossima serie sarà dedicata a loro.

Trenta lottatrici giapponesi — le più importanti della storia del joshi puroresu. Dalla fondazione delle prime federazioni femminili degli anni Sessanta fino alle stelle di oggi. Le storie che il mainstream ha ignorato. Le notti al Budokan che hanno fatto piangere migliaia di persone e che quasi nessuno fuori dal Giappone sa che sono esistite. La tradizione più misconosciuta e più bella del wrestling mondiale.

Se questa serie vi ha dato qualcosa — se uno di questi articoli vi ha tenuto compagnia una sera, o vi ha fatto capire qualcosa che non capivate, o vi ha semplicemente raccontato una storia bella — allora vi chiedo di restare. Perché quello che viene dopo è ancora più straordinario.

Ci vediamo alla prossima storia.